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Misery index, truffe previdenziali e complicità burocratiche

di Franco Turigliatto

Non ha ricevuto particolare attenzione sui media la recente ricerca della Confcommercio che già nel titolo “Dalla grande depressione alla ripresa? Segnali positivi, ma fragili” fotografa il dramma in cui è precipitato il paese dal 2008 in poi.

I dati materiali svelano le bugie del governo

La ragione è molto semplice, i dati elaborati dall’Associazione padronale delle imprese (700 mila) che operano nel settore del Commercio, del turismo e dei servizi, costituiscono obiettivamente un atto d’accusa implacabile dei meccanismi economici e delle dinamiche sociali del sistema capitalistico e contemporaneamente sono una plateale smentita delle tante bugie e vanterie che caratterizzano le esternazioni del Presidente del Consiglio.

Quella che viene definita la più grande recessione del secondo dopoguerra dal 2008 al 2014 ha determinato la perdita del posto di lavoro per un milione 800 mila persone, ha visto una caduta del PIL del 12,5% riportandolo ai livelli del 1996; ha tagliato del 10% il reddito disponibile delle famiglie e determinato una diminuzione della loro spesa del 7%, il che significa che queste, per non dover ridurre troppo i loro consumi di base, hanno messo mano ai risparmi. In ogni caso le spese per beni di prima necessità sono caduti del 12%, quelle per i beni durevoli (vestiti, ecc..) del 25% con punte del 40% per i beni di trasporto; gli investimenti sono crollati del 30% e 86 mila imprese sono scomparse.

Tutto questo si è tradotto in un terribile aumento della povertà assoluta che è raddoppiata coinvolgendo quasi un milione e mezzo di famiglie ed interessando più di 4 milioni di persone (+130% rispetto al 2007), il 7% della popolazione. Ad esse vanno aggiunte le famiglie che si trovano comunque in una condizione di povertà relativa che porta il numero delle persone in enorme difficoltà a vivere a circa 9 milioni, una cifra spaventosa.

L’ufficio studi della Confcommercio fornisce anche il Misery Index, cioè una valutazione macroeconomica del disagio sociale determinato sulla base di due elementi, la disoccupazione estesa (disoccupati, cassaintegrati e scoraggiati) e la variazione percentuale dei prezzi dei beni e servizi ad altra frequenza d’acquisto. Questo indice, che era di 12,1 punti nel 2007, ha avuto il suo massimo negativo nel 2013 (21,1 punti) e si colloca nel primo trimestre del 2016 a 18,8 punti.

Naturalmente la Confcommercio si guarda bene dall’evidenziare che questi dati sono il prodotto congiunto delle dinamiche obiettive del sistema capitalista e delle politiche economiche dell’austerità che consapevolmente hanno voluto comprimere fino in fondo le condizioni di vita e di lavoro delle classi lavoratrici tagliando salari, pensioni, spesa sociale e sanitaria, per garantire le rendite finanziare e i profitti.

Il Codacoms l’associazione dei consumatori denuncia a sua volta il drammatico calo dei consumi che ha costretto le famiglie a diminuire i loro acquisti per 80 miliardi di euro, una riduzione media delle spesa di 3.300 euro per nucleo famigliare.

E’ noto che in questi 7 anni le imprese che operano nel settore dei beni di lusso non hanno conosciuto contrazioni, ma anzi hanno continuato ad aumentare fatturato e guadagni per il semplice fatto che, quella minoranza di persone che era già ricca è diventata più ricca, nonostante la crisi ed anzi proprio in ragione della crisi e delle politiche economiche condotte dalla classe dominante.

Il banco degli accusati

Se questi dati materiali ed obiettivi nella loro brutalità mettono sotto accusa le leggi del capitale, chi lo possiede (i padroni) e chi lo gestisce politicamente (i governi che si sono succeduti, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi), tuttavia chiamano anche in causa altri soggetti sociali, cioè le grandi organizzazioni sindacali che, per statuto e ragione sociale, per le finalità con cui sono nate e per le quali le lavoratrici e i lavoratori aderiscono, avrebbero dovuto organizzare una grande mobilitazione su un programma alternativo per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle grandi masse popolari. E’ fin troppo tristemente noto che le direzioni sindacali e i loro apparati hanno fatto, al contrario, la scelta di gestire e avallare, con modalità più o meno apertamente complici a seconda del profilo storico delle diverse Confederazioni, le politiche dell’austerità richieste dalle istituzioni capitaliste europee e dalla Confindustria. I lavoratori devono mettere anche questi soggetti sul banco degli accusati, del tutto responsabili degli arretramenti subiti dalle classi popolari, devono chiedere, ed in ogni caso devono organizzarsi e mobilitarsi, che anche in Italia si riprenda il bandolo della matassa e si torni a lottare seriamente, come si sta facendo in questo momento al di là delle Alpi, in Francia.

Anche perché nuove scelte economiche e sociali decisive si stanno per porre nel prossimo autunno. Il governo sta lavorando sulla prossima finanziaria in un quadro che deve preoccuparci fortemente. In un precedente articolo abbiamo cercato di chiarire quali siano le misure di austerità che la Commissione europea pretende all’interno della prossima finanziaria: nuove riduzioni fiscali per le imprese, aumento dell’IVA, nuovi tagli alla spesa pubblica sociale, ulteriore riduzione dei diritti dei lavoratori e declassamento dei contratti nazionali di lavoro.

Renzi, da una parte vuole e deve tener conto di queste regole liberiste del capitalismo, dall’altra avrebbe la necessità di favorire un poco la ripresa economica con misure che accrescano il potere di acquisto di settori popolari per stimolare i consumi e l’attività economica, ma anche e soprattutto per migliorare la sua credibilità e la sua immagine (che ha cominciato a logorarsi), in vista della partita decisiva del referendum costituzionale, su cui questo personaggio ha giocato molte carte e che si presenta, nonostante il fortissimo appoggio della Confindustria e una feroce campagna che i media stanno svolgendo a suo sostegno, un poco più difficile di quanto si aspettasse.

Vedremo tra poco quale sarà il cocktail velenoso di Renzi, la combinazione tra parziali e/o fasulle concessioni e le misure concrete di austerità.

La grande truffa dell’APE

La vicenda che si aperta sulla cosiddetta flessibilità in uscita delle pensioni (la cosiddetta APE, anticipazione della pensione) indica ancora una volta il carattere truffaldino del governo e dei suoi ministri e la disponibilità delle direzioni sindacali a partecipare a un gioco truccato (per i lavoratori) in cambio di un loro ruolo simbolico in quanto apparato burocratico.

La controriforma Fornero ha rubato a milioni di lavoratrici e lavoratori alcuni anni di vita costringendoli a rimanere al lavoro quando ormai avevano raggiunto il diritto alla pensione e negandogli il riconoscimento di una parte cospicua del loro salario differito (decine di migliaia di euro) che avevano maturato.

L’ingiustizia è palese e costringe milioni di persone a restare sui luoghi di lavoro sempre più in tarda età; ci sono state proteste e le direzioni dei tre sindacati maggioritari hanno dovuto parzialmente farsene carico nelle loro richieste al governo, rivendicando la modifica della legge e un nuovo meccanismo normativo per garantire la cosiddetta flessibilità in uscita.

Questa possibilità di uscita anticipata dal lavoro, andando oltre le regole della controriforma Fornero è stata richiesta anche dalle imprese; la ragione è semplice, i padroni hanno bisogno di liberarsi di una manodopera vecchia e logorata dalla fatica (fisica ed intellettuale), che, per di più, conserva salari e stipendi basati su contratti di maggior tutela, per poter utilizzare invece lavoratrici e lavoratori giovani, con maggior possibilità di sfruttamento e con contratti di lavoro depotenziati grazie alle nuove regole del Job Act.

Governi e a padroni, che in questi anni hanno via via colpito il sistema previdenziale pubblico e i diritti dei lavoratori, non si appassionano certo per la condizione di questi ultimi, ma solo per l’interesse dell’impresa; il governo si è mosso per rispondere alle necessità dei capitalisti, non certo a quelle di chi già ha dato molto o tutto nella sua vita di lavoro.

Non volendo però Renzi e Poletti mettere mano a una vera correzione delle norme Fornero né tanto restituire il maltolto ai lavoratori, perché questo avrebbe comportato un cospicuo intervento sul bilancio, hanno elaborato varie ipotesi truffaldine e penalizzanti.

In un primo momento hanno pensato di introdurre un meccanismo di penalizzazione dell’assegno pensionistico (- 4% per ogni anno di anticipo rispetto alle norme della Fornero); hanno verificato però che questa misura negativa per le lavoratrici e i lavoratori, non solo non sarebbe stata accettata, ma che rischiava di non essere utilizzata, venendo meno quindi al suo obbiettivo. E dunque ne hanno avanzato un’altra che per certi versi è ancora peggiore: una vera e propria truffa, uno stravolgimento del concetto stesso della pensione in quanto salario differito.

Secondo il ministro Poletti e il suo braccio destro Nannicini le lavoratrici e i lavoratori potranno andare in pensione “anticipata” fino a un massimo di tre anni, ricorrendo a un prestito che le banche e le assicurazioni erogheranno e che potrà essere dilazionato fino a 20 anni; naturalmente i lavoratori saranno chiamati a pagare “ la rata di ammortamento”, cioè gli interessi su questo prestito. Il costo di questo prestito potrebbe variare a seconda dei soggetti interessati; se un dipendente perde il lavoro oppure decide lui stesso di lasciarlo prima della scadenza “Fornero”. Incerte sono le eventuali agevolazioni ventilate per i lavoratori a basso reddito.

Prendendo per buono il calcolo effettuato dalla società di consulenza finanziaria Progetica pubblicato da vari giornali, un lavoratore del 1953, che abbia cominciato a lavorare senza soluzioni di continuità nel 1978 e che abbia un salario netto di 2 mila euro, secondo la legge Fornero potrebbe andare in pensione, con un assegno mensile di 1703 euro, solo nel 2020. Con l’ipotesi dell’APE potrebbe andare in pensione il primo gennaio 2017, percependo per tre anni 1.542 euro mensili. Ma dopo il triennio di anticipo deve restituire il prestito, con rate di 240 euro, restando dunque con 1.301 euro mensili fino agli 87 anni di età, quando tornerebbe a percepire 1.542 euro. Perderebbe così nei primi tre anni il 10% dei suoi 1.703 euro, passerebbe poi per venti anni a perdere il 24%, per poi tornare a perdere, in caso di sopravvivenza, solo il 10% nell’ultimissima parte della sua vita…

Bisognerebbe anche capire cosa succede se un lavoratore muore prima dei venti anni e cosa capita all’eventuale coniuge superstite e/o agli eredi. In realtà la penalizzazione esiste anche in questa nuovo progetto governativo ed anzi è doppia, con la diminuzione della prestazione previdenziale dovuta all’anticipazione e con il pagamento del “mutuo”.

La pensione da salario differito a prestito finanziario

E’ una proposta vergognosa, che nega un diritto acquisito, cioè il diritto a ricevere il salario differito costituito dall’assegno pensionistico; questo viene sostituito da un meccanismo del tutto diverso, da una operazione finanziaria, l’assunzione di un debito per chi ha già lavorato una vita.

La pensione così fa il suo ingresso nella finanza e rischia sempre più di confondere le idee, di far perdere il concetto fondamentale di salario differito, del fatto che è quella parte del salario che non entra in busta paga ogni mese, ma che sarà erogato al lavoratore, quando cesserà la sua attività lavorativa. Invece di avere quel che gli spetta, un credito, il lavoratore dovrà invece accendere un mutuo, diventerà un debitore.

Da non credere! Ora non c’è da stupirsi che simili proposte possano nascere nei cuori di tenebra degli uomini del governo, un governo che va combattuto fino in fondo. Quello che è non meno vergognoso e che deve indignarci profondamente è che i dirigenti sindacali, di fronte a simili proposte, non abbiamo sbattuto in faccia ai rappresentanti del governo le loro carte, non abbiano immediatamente abbandonato la sala, non abbiamo denunciato la truffa, non siano corsi tra i lavoratori e nelle strutture sindacali per organizzare la risposta che tutta la banda Renzi si merita.

Impresentabili direzioni sindacali

No, contenti come piccoli parvenu di provincia invitati a un banchetto dei potenti (per altro un tavolo finto), hanno apprezzato le proposte e la presunta volontà positiva del governo. Una vergogna senza fine che segnala ancora una volta non solo la loro subalternità, ma anche il loro grado di connivenza.

Naturalmente poi è cominciato il gioco delle parti e le foglie di fico dei presunti distinguo, su cui ogni confederazione costruisce la propria immagine, a partire dalla ineffabile Camusso che ha dichiarato “Quella del prestito pensionistico non è una idea originale, ne avevamo già sentito parlare… Abbiamo chiesto la modifica strutturale della Legge Monti-Fornero. Per ora non siamo in grado di dare una valutazione. Mi pare che ci sia ancora molto lavoro da fare.”

Sappiamo dove si va a finire con simili dichiarazioni della direzione della CGIL che avallano il gioco del governo e preparano nuovi disastri.

Non a caso del tutto favorevoli APE sono il presidente della Confindustria Boccia ed il presidente dell’INPS Boeri, di cui sono ben noti i propositi reazionari di arrivare a calcolare tutti gli assegni previdenziali solo e soltanto su una base contributiva, con la conseguente contrazione complessiva del valore delle pensioni erogate.

Il mondo del lavoro deve dunque stare in guardia da questa pantomima di concertazione tra il governo e le direzioni burocratiche sindacali. Si apre un nuovo capitolo su cui le diverse componenti del sindacalismo di classe e le forze radicali e anticapitaliste devono fare chiarezza nei luoghi di lavoro, nella società tutta, per smascherare l’azione del governo, per mostrare le responsabilità degli apparati sindacali burocratici, per prepararsi alla battaglia dell’autunno contro gli attacchi diretti dei padroni e le tante manovre truffaldine di diversione e confusione.