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Renzi sotto esame: alla prova della finanziaria e del referendum

Dopo averne fatte di cotte e di crude (Jobs Act, controriforma della scuola, tagli alla sanità e ai servizi sociali) il governo Renzi è entrato in un periodo difficile. La realtà dei fatti è lontana dalla propaganda e dalle bugie del Presidente del consiglio: l’economia italiana continua ad arrancare e la previsione della limitatissima crescita dell1,2% per il 2016 è già stata limata all’1,1% dalla Commissione Europea; particolarmente allarmanti appaiono i dati di maggio sulla produzione industriale che conosce la maggior frenata dal 2013 (-3,6%) con un vero e proprio crollo (-6,5%) del settore dell’automotive; si contraggono anche gli ordinativi (-3,3%). Nello stesso tempo la disoccupazione resta a livelli elevatissimi e le assunzioni con il contratto a tutele crescenti, drogate dalla decontribuzione delle imprese per ogni assunto (8.060 euro all’anno per tre anni) si sono drasticamente ridotte sia per effetto delle difficile congiuntura economica, sia per la riduzione dal 2016 del valore della decontribuzioni (3.250 euro per due anni). Inoltre, se pure in sordina, sta venendo fuori che molti imprenditori hanno truffato lo stato utilizzando le decontribuzioni senza averne diritto. I posti di lavoro proposti restano per la maggior parte precari e mal pagati a cui si aggiunge l’enorme sviluppo delle prestazioni regolate con i voucher (115 milioni di buoni nel 2015, + 147% in due anni), una vergognosa svalorizzazione del lavoro che molte volte copre direttamente il lavoro nero.

Il percorso verso il confronto dell’autunno

La nuova fase di scontro politico e sociale avrà un momento centrale tra settembre ed ottobre quando si incroceranno lo svolgimento del referendum sulla controriforma istituzionale della Boschi che cancella la Costituzione democratica del 1948 e la definizione della legge finanziaria per il 2017.

Le grandi manovre sono cominciate: Renzi, preoccupato dalle prossime elezioni amministrative che si presentano alquanto difficili in alcune città per il PD e alla ricerca di nuovi consensi prova a rilanciarsi con muove promesse; tra queste spiccano la riduzione delle imposte per un non ben definito ”ceto medio”, ( molti possono riconoscersi ed abboccare) e l’abolizione dell’odiata Equitalia. Rientra in questo gioco della manovra politica anche la convocazione dei sindacati per aprire con loro una discussione sul capitolo delle pensioni, senza che, per altro, il ministro Poletti abbia avanzato uno straccio di proposta. Quel che bolle nella pentola del governo sulla previdenza é molto diverso dalle pur modeste richieste delle burocrazie sindacali. Ma questa convocazione del tutto simbolica è bastata alle Confederazioni per gridare al successo… !

La partita europea e la prossima finanziaria

Una complessa partita si gioca sul terreno europeo e anche in questo caso le notizie mistificanti comparse sui giornali che presentano un Renzi avverso alle politiche di austerità e capace di imporre alla UE uno stop alla linea dei sacrifici non devono ingannare.

Renzi si è vantato di aver ottenuto dalla Commissione europea più flessibilità (un deficit di bilancio superiore a quello che le “regole europee” impongono) volendo far credere che ci si stia avviando alla fine dell’austerità. In realtà ha Commissione Europea ha solo dato il via libera alla legge finanziaria dell’autunno scorso che disciplina entrate e spese per l’anno corrente e che prevede per l’appunto un deficit del 2,4%, forse ridotto al 2,3% a consuntivo di fine anno, rinunciando per ora a mettere in atto possibili procedure di infrazione alle regole comunitarie.

Ha anche riconosciuto e promesso per il 2017 una flessibilità dello 0,7%: l’Italia è chiamata a riportare il deficit solo allo 1,8%, invece dell’ 1,1% come richiederebbero le norme europee.

Queste concessioni però sono legate a una nuova verifica a novembre “quando ulteriori informazioni sulla ripresa del cammino di aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine per il 2017 saranno disponibili”. La Commissione ha chiesto più rigore sulla legge finanziaria del 2017 con una serie di raccomandazioni capestro:

riduzione ulteriore della spesa pubblica (spendig review), pagamento dei debiti (rendita finanziaria) utilizzando anche i soldi ricavati dalle privatizzazioni (svendita) dei beni pubblici,

ulteriore controriforma della pubblica amministrazione con il peggioramento delle condizioni per le/i lavoratrici/tori; altre controriforme liberiste dei servizi pubblici, sviluppo della concorrenza in tutti i settori a partire dalla sanità, quasi che i tagli alla sanità pubblica non abbiano prodotto un terribile aumento della mortalità e la riduzione delle speranze di vita, aumento della imposizione fiscale indiretta (cioè sui consumi) e sulla casa e riduzione sui fattori produttivi (cioè prioritariamente sulle imprese e sui contributi sociali). Per non farci mancare nulla la Commissione Europea chiede infine che i contratti siano sempre meno collettivi e nazionali, a vantaggio di quelli aziendali rapportati alla produttività, cioè allo sfruttamento dei lavoratori.

Come si vede non è la fine dell’austerità, ma la sua continuazione.

Le contraddizioni delle politiche europee

La crisi e la stagnazione dell’economia in Europa che durano da 8 anni, evidenziano tutte le contraddizioni del capitalismo e la falsità delle regole che il padronato europeo e i suoi governi hanno imposto sul continente con danni sociali enormi. Il giornale della Confindustria è costretto ad ammettere che la politica dell’austerità non ha dato i frutti sperati, che il fiscal compact è ammaccato e che non funziona, che il pareggio di bilancio è un miraggio discutibile.

Su “La Stampa” l’economista Mario Deaglio rincara la dose osservando che il cosiddetto “piano Juncker che avrebbe dovuto riportare l’economia del continente a ritmi di crescita sostenuta con un piano di investimenti di 315 miliardi…. per ora è un sostanziale fallimento” e che anche il “progetto di garanzia giovani, sul quale si erano accese molte speranze per alleviare la disoccupazione giovanile, rivelatesi illusorie” è fallito. E conclude “Sulle ragioni di questo insuccesso a livello europeo non si è acceso alcun dibattito, non si è ricercata alcuna causa, non si è ammessa alcuna responsabilità tecnica e politica. Semplicemente si va avanti come prima, con gli esami rituali ai paesi in difficoltà senza domandarsi se anche gli esaminatori non debbano a loro volta essere esaminati”.

Il caso della Grecia naturalmente è l’espressione estrema di questo folle comportamento della borghesia europea e dei suoi governi strettamente connessa con le contraddizioni di fondo del sistema capitalista.

Il governo al lavoro per la prossima finanziaria

Renzi per rispettare le raccomandazioni europee deve predisporre una finanziaria che riduca nel 2017 il deficit di bilancio dal 2,3 all’1,8% deve cioè trovare 10 miliardi di euro. Ma naturalmente non basta; come finanziare qualcuna delle tante misure promesse, in particolare quelle fatte ai padroni sulla riduzione fiscale dell’Irap? Ma soprattutto come disinnescare quei 15 miliardi di clausole di salvaguardia previste dalla finanziaria del 2016, cioè l’incremento automatico dell’Iva (+ 2% dal primo gennaio 2017) e la riduzione della agevolazioni fiscali, in caso di sforamento del bilancio? E’ molto probabile che le risorse necessarie per assolvere i compiti definiti da Bruxelles e i desiderata della Confindustria siano almeno pari ai 20-25 miliardi (forse anche più). Per questo si torna parlare di riduzione della spesa pubblica, di aumenti se pure ridotti dell’IVA (il nuovo Presidente della Confindustria si è già espresso in tal senso), di una riduzione delle agevolazioni fiscali, di rientro dei capitali, ma anche di pensioni.

Non bisogna poi dimenticarsi la grave crisi delle banche italiane (la Commissione Europea chiede di intervenire per ridurre le grandi sofferenze bancarie) che finora non è precipitata solo per le particolari attenzioni mostrate dal governatore della Banca Centrale Europea.

Renzi deve così tener conto di tre esigenze: pagare i debiti (la rendita finanziaria) cioè ridurre il deficit, garantire i profitti, cioè ridurre tasse e contributi alle aziende e ai padroni, ricercare qualche misura parziale che favorisca la ripresa dei consumi e quindi una congiuntura economica più dinamica e quindi anche un certo consenso popolare tanto più che la partita del voto referendario sembra essere un poco più difficile di quanto sperasse.

Si incrociano tre interrogativi.

  1. come passare dalle decontribuzione per le nuove assunzioni a una misura più radicale di taglio strutturale del cuneo fiscale e contributivo come richiesto a gran voce dal nuovo Presidente della Confindustria? E’ una misura liberista fortemente richiesta, i cui effetti sull’occupazione sarebbero comunque irrisori, ma che riducendo l’imposizione fiscale alle aziende comporta un costo nel bilancio pubblico molto forte. Presuppone un ulteriore taglio della spesa pubblica di grande entità, che ha comunque un effetto negativo non solo sulle condizioni di vita delle popolazioni, ma anche sui consumi complessivi.

  2. Come intervenire sulle pensioni, andando incontro alle richieste non tanto dei lavoratori costretti a restare al lavoro in tarda età, ma delle aziende che vogliono liberarsi di loro per avere manodopera giovane più sfruttabile? Il governo lavora per un anticipo pensionistico legato a una forte ed inaccettabile penalizzazione (4% per ogni anno di anticipo rispetto alle norme della Fornero). Il bonus di 80 euro per le pensioni minime sarebbe interessante dal punto di vista del consenso e favorirebbe i consumi, ma naturalmente ha dei costi per il bilancio statale. Più in generale aleggiano i progetti, di cui il Presidente dell’INPS si fa portatore, di una trasformazione di tutte le pensioni in senso contributivo, per non parlare del taglio delle pensioni di reversibilità, per ora messo in disparte, ma che al momento opportuno sarà ritirato fuori. Se pur gravemente saccheggiato dalle controriforme che si sono succedute, il salario differito dei lavoratori rappresentato dalle pensioni continua a far gola ai governi che lo usano come bancomat.

  3. Come, quindi trovare un equilibrio dal punto di vista capitalista tra i tagli da effettuare e le spese da realizzare per rilanciare l’attività economica stagnante? E come gestire il tutto in un momento di verifica così delicato come quello del referendun con un elettorato sempre più inquieto. Nei progetti di governo viene escluso un forte intervento pubblico, uno stato imprenditore che crea lavoro e progetti di sviluppo socialmente utili ed ecocompatibili. Le dinamiche economiche sono lasciate nelle sole mani dei privati, occupazione e attività dovrebbero derivare dalla sola detassazione delle imprese; conosciamo i risultati.

  4. L’unità necessaria delle battaglie democratiche e di quelle sociali

Renzi e i suoi ministri, i media e la Confindustria si stanno preparando alla battaglia dell’autunno, quella politica istituzionale del referendum e quella economica sociale espressa dalla legge di stabilità; faranno di tutto per vincere il referendum, sapendo che una vittoria referendaria, spianerà la strada per un nuovo assalto alle condizioni di vita delle classi lavoratrici.

Il movimento dei lavoratori e tutti i settori della società realmente democratici non devono perdere tempo; devono denunciare le falsità del governo e prepararsi a uno scontro decisivo sia sul piano democratico istituzionale che su quello economico.

La controriforma della Costituzione, che da un potere immenso al governo rispetto al Parlamento, combinato con la nuova legge elettorale che attribuisce una grande maggioranza parlamentare a un partito pur largamente minoritario nel paese, prefigura un assetto antidemocratico delle istituzioni gravemente lesivo dei diritti dei cittadini e funzionale a gestire gli interessi delle classi dominanti a scapito dei bisogni e delle necessità delle classi popolari.

La nuova legge finanziaria proporrà nuovi colpi economici e sociali alle classi lavoratrici.

Bisogna dunque tenere insieme la battaglia democratica e quella economico sociale; occorre un percorso comune dei lavoratori, dei settori democratici e dei diversi comitati referendari per avere la forza di sconfiggere il progetto governativo confindustriale, occorre unire la lotta per i diritti democratici alla battaglia per difendere il lavoro e il salario; serve una nuova grande mobilitazione sociale. Dobbiamo farcela.