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Omicidio di Sara, è stato un maschio violento

manifesto-nonèstatalagonna-per-webIl brutale femminicidio della giovane Sara sta facendo discutere di nuovo di violenza sulle donne, di nuovo come se fosse la prima volta, di nuovo come se non fosse mai accaduto.

Ancora una volta si discute delle abitudini, del carattere, del vestito, della scelta di uscire ad una certa ora in un certo posto, dell’incapacità di non riconoscere i propri persecutori, del fatto che non si abbia il coraggio di denunciare …

Così i riflettori si spostano dal carnefice alla donna uccisa, così il sostegno netto senza se e senza ma alla donna lascia spazio alla comprensione delle ragioni del carnefice. Di volta in volta a uccidere sono la gonne troppo corte, le ore piccole, i posti all’ombra, la gelosia folle, i raptus, la rabbia cieca che obnubila la mente, “l’amore”.

La ricerca puntigliosa di particolari macabri e morbosi da parte dei giornalisti è figlia di una cultura della violenza che nei fatti trasforma le donne in oggetti di possesso, che vede le donne come prive di una propria identità autonoma, ma sempre in relazione all’uomo: fidanzate, ex-fidanzate, mogli, madri, figlie, compagne. Difficile trovare nelle cronache di questi giorni le cause reali entro cui la violenza misogina nasce, cresce e si sviluppa.

Gli uomini violenti, di fronte alla perdita di autorità e del riconoscimento simbolico di quest’ultima messa in atto dalle donne che scelgono di lasciarli per affermare la propria libertà, reagiscono con una violenta affermazione della propria volontà. Le donne, grazie alle loro lotte, sono oggi più consapevoli e meno disposte ad essere sottomesse, godono di libertà inimmaginabili nel secolo scorso: la violenza maschile è la risposta estrema a questo mutamento che fa vacillare i pilastri su cui si regge il patriarcato.

Il sistema patriarcale si intreccia e viene sussunto poi dal sistema capitalista il quale utilizza a proprio vantaggio l’oppressione di genere e la conseguente discriminazione: salari più bassi, forte precarietà, lavoro di cura che grava principalmente sulle donne sono la conseguenza materiale di questo intreccio.

Così mentre si resta basiti per il fatto che Sara non ha avuto il coraggio di denunciare il suo persecutore, non si trova una riga in cui invece si dice che su 10 donne uccise, ben 7 avevano denunciato; che anche quando le donne denunciano spesso sono invitate gentilmente a ripensarci e le loro parole non vengono prese in considerazione.

L’Unione Europea raccomanda un centro antiviolenza e un centro d’emergenza ogni 50.000 abitanti, quindi in Italia dovrebbero esserci 5.700 posti letto per chi fugge da un uomo violento o da uno stalker, e invece ce ne sono solo 500. Le richieste di aiuto di tante donne che cercano salvezza, spesso insieme ai loro figli/e, restano senza risposta. Molte di loro rischiano la vita, molte di loro infatti la perdono.

Il governo, con ipocrisia sconcertante, non va al di là di qualche proclama di circostanza perché nei fatti i centri antiviolenza, nati per volontà delle donne che in trent’anni di esperienza hanno elaborato metodologie e linee guida efficaci nel contrasto alla violenza di genere, sono tenuti ai margini della costruzione delle politiche su questa problematica, vengono finanziati a singhiozzo e sono continuamente a rischio di chiusura, come sta accadendo a Roma con il Centro Antiviolenza “Donatella Colasanti e Rosaria Lopez” e lo Sportello “D.A.L.I.A.”

Il femminicidio è parte di una violenza sistemica che si manifesta: nei posti di lavoro, quando le donne sono pagate meno degli uomini; nei luoghi pubblici quando le donne diventano oggetto di battutine sarcastiche che minimizzano lo stalking facendolo passare per gelosia; nelle relazioni familiari e amicali quando le violenze fisiche diventano “relazioni conflittuali” e il femminicidio diventa “raptus”. Uscire da relazioni violente, in questo clima, è per le donne un cammino ancora più difficile e a ostacoli perché, oltre alla vita, devono anche difendere il loro diritto a essere credute.

La violenza contro le donne ha le stesse radici ovunque: lo abbiamo visto anche la settimana scorsa quando, in Brasile, migliaia di donne sono scese in piazza per manifestare in difesa di una sedicenne che aveva subito uno stupro di gruppo. La femminista Cynara Menezes, che gestisce un blog molto popolare, ha spiegato che in Brasile c’è una vera e propria cultura dello stupro; ogni volta che si verifica un caso di aggressione, qualcuno sottolinea che la donna indossava una gonna corta, che amava partecipare alle feste nelle favelas o che aveva fatto uso di droghe.

Per combattere la violenza sulle donne non servono leggi liberticide ma serve investire sulle reti antiviolenza, su percorsi di educazione nelle scuole che insegnino ai ragazzi e alle ragazze la gestione dei conflitti e della rabbia e serve anche lottare contro questo sistema economico le cui diseguaglianze vengono pagate innanzitutto da donne e bambini. Nell’esprimere la nostra vicinanza alla famiglia di Sara e a tutte le donne vittima di violenza, ci uniamo a tutte quelle associazioni di donne e collettivi femministi che in questi giorni stanno ribadendo che “non è stata la gonna, il posto, l’ora, non è stato sicuramente ‘amore’, ma è stato un maschio violento” e stanno manifestando contro una cultura machista e misogina che non accetta che le donne possano decidere liberamente di porre fine a una relazione che non vogliono più, del loro corpo e della loro vita.

Sinistra Anticapitalista per la libertà delle donne