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Madrid, Piano B, il pensiero binario, o come fare surplace

di Michel Husson, da A l’Encontre

Si moltiplicano le iniziative attorno a un progetto di piano B; recentemente a Parigi, Berlino e Madrid. Se si esaminano gli interventi, si deve constatare che qualsiasi progresso è bloccato dall’opposizione tra due posizioni che Cédric Durand nel suo intervento al forum di Madrid (qui in francese) presentava così:

  • La prima possibilità consiste nel porre in primo piano l’obiettivo di cambiare l’Unione Europea (UE) e, più precisamente, le regole dell’euro. L’idea consiste nel lottare direttamente su scala continentale per creare uno spazio favorevole al cambiamento. Questa opinione è la più ambiziosa. L’orizzonte della sua realizzazione è molto lungo e la possibilità della sua effettiva realizzazione è molto debole.
  • La seconda opzione consiste nell’utilizzare le possibilità esistenti su scala nazionale per porre fine all’austerità, alla dittatura del debito e alle riforme strutturali neoliberiste.

Il ragionamento prosegue così: la prima opzione è decisamente la migliore, ma è fuori portata, a causa dell’essenza stessa dell’Unione Europea, da qui le riserve o le critiche rispetto a Diem25, l’iniziativa di Varoufakis (vedi l’articolo in inglese di Thomas Fazi«A Critique Of Yanis Varoufakis’ DiEM25» per il Social Europe Journal). La sola opzione, come dimostra a contrario l’esperienza di Syriza, è dunque una vera rottura che conduce de facto all’uscita dall’euro.

In breve, questa opposizione radicale sembra irriducibile. Essa costituisce un ostacolo maggiore al coordinamento paneuropeo delle lotte contro l’austerità. Alcuni, come Cédric Durand (a Parigi), auspicano una via di mezzo: «Una sinistra vittoriosa in un paese del centro dovrebbe proporre uno smantellamento solidale dell’euro e mettere in funzione (…) la creazione di una moneta europea comune»(vedi l’intervento – in francese – di Cédric Durand durante il il Vertice internazionalista per un Piano B in Europa svoltosi a Parigi il 23 gennaio). Ma la proposta non è coerente poiché un paese, anche un paese del centro, non poterebbe da solo «mettere in funzione» una moneta comune: gli occorrerebbe l’assenso degli altri paesi e anche qui «l’orizzonte della sua realizzazione è molto lungo e la possibilità della sua effettiva attuazione è molto debole».

In termini concreti siamo subito riportati all’alternativa: uscita o no dall’euro. Ora, il fatto di porre la questione in tal modo è discutibile da molti punti di vista, il più importante è che, lo si voglia o no, porta a una polarizzazione tra interessi nazionali piuttosto che tra interessi sociali, e sfugge inesorabilmente a un solido ancoraggio a sinistra.

Uscire dal pensiero binario suppone di passare a un pensiero strategico attorno a qualche punto di riferimento. Sì, evidentemente non si può contare su una «sollevazione» (è il termine usato da Durand) coordinata e simultanea attraverso l’Europa; l’ipotesi strategica è quella dell’arrivo di un governo di sinistra in un paese. E se è vero che il rapporto di forza iniziale sarebbe diverso secondo la taglia del paese, ciò non vuol dire che la rottura sarebbe – o era – fuori portata, anche in un «piccolo» paese come la Grecia.

Una strategia di rottura dovrebbe dunque combinare queste due dimensioni: una rottura a livello nazionale, combinata a livello europeo con una politica che punta ad appoggiarsi su questa rottura nazionale. Si tratta quindi di articolare, e non di opporre, due orientamenti:

  • l’affermazione del diritto alla disobbedienza e al rifiuto delle regole europee, appoggiandosi su misure di salvaguardia di un’esperienza alternativa: sospensione dei pagamenti del debito, controllo dei capitali, ecc. che può andare fino all’uscita dall’euro.
  • l’affermazione che tale rottura si fa in nome di una rifondazione dell’Europa.

Bisogna essere pragmatici, ci dice Durand, ma per aggiungere immediatamente che ci sono «due opzioni progressiste tra le quali bisogna scegliere». In altre parole, bisogna scegliere tra la disobbedienza a livello nazionale e un progetto di rifondazione a livello europeo.

Nel porre il problema in questo modo, c’è un grande rischio di insabbiare la dinamica sociale in un dibattito sterile, e di bloccare in modo duraturo la convergenza e il coordinamento delle forze antiausterità in Europa. È molto desolante.

È veramente impossibile camminare sulle due gambe: affinare le modalità del processo di rottura nazionale (controllo dei capitali, annullamento del debito, moneta parallela, ecc.), in altri termini riflettere sulle leve di un piano B, e insieme approfondire un progetto per un’altra Europa? (per un’argomentazione più dettagliata, vedere: Michel Husson, «Euro: en sortir ou pas?», in francese).

Leggi anche l’articolo Josep Maria Antentas, “Madrid, quando il piano B è il piano A”