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La “buona scuola” e le contraddizioni che verranno

di Chiara Carratù e Francesco Locantore

La “Buona Scuola” è ormai legge da luglio 2015; nel frattempo le scuole hanno riaperto i battenti e si sono organizzate per superare indenni il primo trimestre/quadrimestre, segnato da una confusione e una disorganizzazione maggiori rispetto agli anni scorsi. Nel frattempo anche i media hanno derubricato tutti i mali della scuola e quelle rare volte che se ne parla o se ne scrive l’espressione “Buona Scuola” è accuratamente sostituita con una più asettica “legge 107”, quasi a voler cancellare anche la memoria, legata agli scioperi e alle manifestazioni che hanno accompagnato il suo iter di approvazione.

Eppure questo non è un anno scolastico come gli altri: questo è l’anno di prova della scuola targata Renzi, anche se la riforma partirà solo dal prossimo anno scolastico ed è solo da allora che essa comincerà a dispiegare la tutta la sua tossicità.

In effetti, perché il portato della “Buona Scuola” sia chiaro e cominci a fare effetto sulla vita materiale di chi insegna, di chi lavora nella scuola a vario titolo ma anche sulla vita degli studenti e delle loro famiglie, bisogna aspettare che questa vada a regime. La stessa ministra Giannini, in un’intervista di metà gennaio a Repubblica, parlando delle ultime immissioni in ruolo, ha dichiarato di non essere affatto soddisfatta del potenziamento e che serviranno tre anni per andare a regime.

Questi tre anni corrispondono in parte con i tempi ampi (18 mesi dall’entrata in vigore della legge) che il governo si è riservato per emanare i decreti attuativi, frutto delle preoccupanti deleghe in bianco di cui tanto si era discusso durante le mobilitazioni della primavera 2015.

Perché la “Buona Scuola” sia completamente attuata bisogna attendere la fine di marzo del 2017, data ultima per emanare tutti i provvedimenti previsti dal comma 180 e l’anno scolastico 2017/18 come quello in cui saranno pienamente operativi.

Nel frattempo la situazione politica potrebbe cambiare e non è detto che tutti i decreti vadano in porto, come peraltro è già capitato in altre occasioni e per altre leggi.

Tuttavia la speranza che qualche decreto qua e là possa non essere attuato non scalfisce la portata di questa riforma che nelle premesse conferma di essere epocale e strutturale . La legge 107 infatti non solo cambia la condizione dei docenti, dei/delle lavoratoti/trici della scuola in generale e degli studenti ma cambia il modo di essere della scuola al punto che, secondo l’Associazione Nazionale Docenti “mina le stesse fondamenta della centralità assegnata dalla costituzione alla scuola statale” e ancora “mai come prima di ora si era intervenuti così direttamente e pesantemente sulla scuola pubblica e sul sistema dei diritti della scuola”.

In un articolo uscito il 2 gennaio 2016 sulla Tecnica della Scuola, Lucio Ficara scrive: “i decreti legislativi provvederanno al riordino, alla semplificazione e alla codificazione delle disposizioni legislative in materia di istruzione, anche in coordinamento con le altre disposizioni di legge” che tradotto vuol dire che “si potrà mettere mano al profilo giuridico dei docenti diversificandoli e collegandoli ad un nuovo meccanismo di progressione della carriera, di scatti stipendiali e di orario di servizio. Una sorta di livelli di carriera stabiliti per legge e forse collegati anche al cosiddetto merito e alla valutazione degli stessi insegnanti. Quindi le deleghe, che vedranno sicuramente luce entro il 2016 non sarebbero altro che corollari del grande teorema “Buona Scuola”. L’articolo di Ficara si conclude con l’invito a tenere gli occhi aperti e a non perdere di vista l’iter di attuazione della “Buona Scuola” perché potrebbe riservare delle sorprese.

In effetti il dibattito aperto su queste questioni non lascia presagire buone novità; se poi si ha la pazienza di mettere insieme tutti i pezzi di questo dibattito (dichiarazioni del governo, prese di posizione di comitati, associazioni e sindacati e articoli vari pubblicati sui siti del settore) e incrociarlo con quanto sta accadendo materialmente nelle scuola in questi mesi si avrà un quadro della situazione dal quale è possibile desumere i primi segni di un clima che sta cambiando profondamente. Questa condizione potrebbe essere foriera di contraddizioni che potrebbero aprire la strada a nuove mobilitazioni; pensare che il capitolo “Buona Scuola” sia chiuso è un errore che non tiene conto della reale dialettica in corso nelle scuole.

Bisogna tener conto del fatto che pilastri del cambiamento come il sistema del merito, il comitato di valutazione e gli ambiti territoriali sono ancora in via di attuazione (con qualche importante resistenza da parte dei collegi dei docenti in diverse scuole) e che quando questi saranno completi mostreranno, soprattutto al personale docente, il radicale cambiamento insito nella riforma.

Il contratto sulla mobilità dei docenti appena firmato dai sindacati che avevano indetto lo sciopero del 5 maggio scorso, costituisce un passaggio importante di applicazione della riforma. Tale accordo divide i lavoratori della scuola, tutelando, anche se solo parzialmente e solo per il prossimo anno scolastico, i vecchi assunti che vogliano accedere alla mobilità e lasciando i nuovi assunti in balia della chiamata diretta dei dirigenti scolastici. Inoltre gli assunti nelle fasi B e C provenienti dalle graduatorie ad esaurimento saranno costretti ancora una volta a dover emigrare a centinaia di chilometri di distanza attraverso il meccanismo perverso della mobilità obbligatoria su tutti gli ambiti nazionali.

Questo anno di passaggio serve a consolidare ulteriormente delle pratiche di lavoro che vigono da tempo nella scuola e il meccanismo usato, mancando ancora la piena managerialità del dirigente, è il subdolo senso del dovere verso l’istituzione. Dietro la necessità di essere più disponibili e dietro la retorica del bene degli alunni si mascherano infatti ore di lavoro gratuito, richieste straordinarie di cambio degli orari di lavoro, partecipazione a progetti di dubbio valore con conseguente aumento dell’orario di lavoro. Tutto questo avviene in un clima di competizione latente ma sempre più acceso in cui un ruolo importante è giocato dai docenti assunti per il potenziamento, spettri inconsapevoli del possibile futuro che potrebbe toccare ad ogni insegnante.

Se si scorrono le pagine dei siti web dedicati alla scuola si possono trovare diverse denunce sull’utilizzo di questi docenti che sono stati assunti senza cattedra e che non hanno classi da seguire. Nella maggior parte dei casi, mancando i progetti in cui la loro professionalità dovrebbe essere investita, finiscono per fare i tappabuchi quando bisogna sostituire qualche collega assente, altrimenti sono destinati a stare a disposizione in aula insegnanti. Immaginate lo sguardo dei colleghi impegnati in attività didattiche puntato su di loro e provate ad immaginare il chiacchiericcio intorno alla loro utilità! Ed ecco che ognuno si sente autorizzato ad andare dal dirigente o dal suo collaboratore di turno a chiedere l’utilizzo di questi docenti nella maniera più varia e variegata, pur di vederli fare qualcosa e pur di valorizzare le loro competenze e professionalità! Immaginate poi quanto sia difficile sottrarsi a questo meccanismo perverso il cui scopo, invece, è creare un’ulteriore divisione tra i docenti e innescare allo stesso tempo quella sana competizione utile ad affermare il sistema del merito prossimo venturo.

Questa fase del reclutamento è stata caratterizzata da molte anomalie: ad esempio, in numerose scuole sono arrivati docenti abilitati per classi di concorso non presenti in nessun indirizzo dell’istituto in cui sono stati assunti e in tanti si interrogano sull’utilità di questo passaggio. A pensar male non si fa peccato, specie se si collega questa modalità di assunzione alla riforma delle classi di concorso a cui il governo sta alacremente lavorando in questi ultimi mesi. Lo scopo è ridisegnare le competenze professionali a ribasso a prescindere dai percorsi di studio intrapresi e dalle abilitazioni conseguite, in modo da favorire una più ampia mobilità del personale all’interno della futura rete di scuole. Nella pratica potrebbe capitare che a chi insegna filosofia venga richiesto di insegnare italiano e che a chi insegna matematica biologia, solo sulla base di un’affinità vaga tra le materie. Se si vogliono poi approfondire i pensieri maligni ci si potrebbe spingere ad ipotizzare e immaginare una scuola in cui, tolti tanti vincoli legati alla professionalità del mestiere dell’insegnante, sia il dirigente a decidere chi può fare cosa e in quali condizioni farlo. La diversificazione sul merito non avverrà, come molti insegnati sperano, sulle competenze acquisite durante il percorso di studio ma avverrà sulla disponibilità a piegarsi anche in percorsi non propri, sulla flessibilità dell’orario di lavoro e anche sulla volontà a “fare le scarpe” al collega di turno.

Così, la condizione oggi eccezionale dei docenti del potenziamento, usati come cavie per testare i fini di cui sopra, mostra a grandi linee la condizione di normalità di tutti i docenti una volta che la riforma sarà a pieno regime.

In tale situazione occorre innanzitutto demistificare questi meccanismi e lavorare per evitare che nuovi solchi si creino tra i lavoratori e le lavoratrici della scuola, specie in mancanza di una mobilitazione forte che miri a contrastare l’applicazione della “Buona Scuola”. Ad esempio, il fatto che la “Buona Scuola” non contempli neanche lontanamente l’assunzione di personale ATA e di segreteria, lasciando gli uffici scolastici in grave difficoltà e disagio, contribuisce a scavare un solco di divisione con i docenti del potenziamento. Non è raro sentire il personale delle segreterie lamentarsi per delle assunzioni che appaiono del tutto casuali e prive di scopo mentre a loro è perfino vietato sostituire il personale assente! Sono in tanti a non essere ancora pienamente coscienti del disegno in atto sia perché si pensa che il governo non arriverà fino in fondo sia perché ognuno pensa di sopravvivere singolarmente, semplicemente adattandosi alla nuove regole. La speranza che i risvolti negativi di questa riforma non ci tocchino in prima persona è sempre l’ultima a morire ed è quella più a portata di mano a cui aggrapparsi.

In questo quadro contraddittorio si è tenuta a Napoli il 7 febbraio scorso l’assemblea nazionale della scuola promossa dai comitati LIP, che ha lanciato il percorso referendario di abrogazione delle parti più significative della legge 107. Quattro i quesiti discussi, che si stanno definendo in questi giorni: 1) contro la chiamata diretta degli insegnanti da parte dei dirigenti; 2) per l’abolizione delle detrazioni fiscali (school bonus) sulle spese sostenute per l’iscrizione a scuole anche private; 3) per riportare il comitato di valutazione alla sua composizione e funzioni originarie (eliminando quindi il bonus di merito ai docenti); 4) per eliminare l’aumento delle ore di alternanza scuola lavoro e la sua estensione anche ai licei. Anche se tardivo, il fatto di essere riusciti a mettere insieme una coalizione ampia per l’abrogazione della riforma della scuola è un dato positivo e la nostra organizzazione sarà impegnata a sostenere anche questi referendum raccogliendo in tutto il paese le firme necessarie.

Crediamo che il percorso referendario vada perseguito e collegato agli altri referendum sulle questioni sociali e istituzionali contro le principali riforme messe in atto dal governo Renzi. Tuttavia i referendum non possono essere concepiti come una scorciatoia rispetto alla mobilitazione che va rilanciata tra i/le lavoratori/trici e gli/le studenti/esse per far naufragare l’applicazione della “buona scuola” renziana. La campagna di raccolta delle firme, che verrà lanciata a Roma intorno alla metà di marzo, va accompagnata con il rilancio della lotta su alcuni punti concreti da subito:

  1. richiesta ai sindacati, in tutte le assemblee dei/delle lavoratori/trici che si terranno nel prossimo periodo, di ritirare la firma dal contratto sulla mobilità e di aprire una lotta per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro che si ponga in aperta contraddizione con quanto previsto dalla legge 107 e restituisca dignità al lavoro nelle scuole;
  2. lotta contro il nuovo concorso della scuola, che si tradurrà di fatto in un licenziamento di massa per centinaia di migliaia di precari che oggi lavorano già nelle scuole e che chiedono di essere inseriti in graduatorie per la progressiva immissione in ruolo;
  3. boicottaggio delle prove Invalsi previste tra aprile e maggio, su cui i sindacati di base hanno già annunciato gli scioperi e le organizzazioni degli studenti invitano a disertare in massa;
  4. boicottaggio dell’elezione dei comitati di valutazione o limitazione delle loro funzioni attraverso delibere collegiali che ne riportino le funzioni a quelle previste prima della legge 107, escludendo in ogni modo la differenziazione meritocratica degli stipendi dei docenti;
  5. applicazione rigida delle norme contrattuali in vigore per i docenti neoassunti, compresi quelli di potenziamento, che devono avere orari di lavoro definiti ed incarichi precisi nelle classi e non devono essere utilizzati per le supplenze, su cui invece vanno chiamati i tanti precari rimasti nelle graduatorie degli istituti;
  6. esclusione delle forme di alternanza scuola lavoro nei piani dell’offerta formativa delle scuole che costituiscono un regalo di ore di lavoro gratuito alle aziende private e loro sostituzione con corsi sui diritti dei lavoratori e sulla sicurezza del lavoro.

Se la buona scuola non verrà contrastata e battuta dal basso, insieme da studenti e lavoratori, i referendum saranno destinati alla sconfitta. Se invece si aprirà da subito una nuova stagione di lotta, il successo dei referendum arriverà a consolidare a livello normativo i risultati che si saranno raggiunti con la lotta nelle scuole!

Leggi anche il Comunicato del Coordinamento precari di Roma sul nuovo concorso
Leggi anche l’articolo di Luca Scacchi sul referendum abrogativo della “buona scuola”