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Banche, credito, bene comune?

di M.A.

Nel settore del credito abbiamo assistito in Italia negli ultimi anni ad una politica di concentrazione degli istituti bancari in linea con quanto accadeva nel resto del mondo e in Europa.

Diceva Ernest Mandel “ogni crisi di una certa portata vede in generale la rovina di molti banchieri. Per costruire una rete di succursali e di filiali fitta il più possibile e tale da coprire l’intero territorio nazionale e le principali piazze estere occorrono capitali sempre maggiori”; per questa ragione oggi il capitale finanziario prevale sul capitale industriale e, a conferma di ciò, leggiamo ogni giorno di unificazioni e partecipazioni azionarie tra diversi soggetti finanziari e industriali (Banca Intesa, Alitalia, Rcs, Telecom, Pirelli e Banca d’Italia)

Tra il 2008 e il 2014 (fonte Bankitalia) il numero degli istituti è diminuito del 17 %, grazie a fusioni e incorporazioni, con la conseguenza di aver dato vita a soggetti più grandi capaci di confrontarsi e imporsi in un mercato sempre più ampio. Grazie a ciò, oggi Banca Intesa, nata originariamente da importanti fusioni (la milanese Intesa già figlia di Cariplo e Ambro-veneto con la torinese San Paolo) e Unicredit (nata da Credito Italiano, già integrato con altre realtà nazionali e poi unitosi con Banca di Roma) che sono i primi due istituti italiani, sono oggi anche banche di respiro europeo.

Altri importanti gruppi bancari come Ubi e Banco Popolare sono frutto di fusioni e sono nei primi cinque gruppi bancari nazionali.

Un caso a parte è Banca Monte Paschi.

Il cosi detto risiko bancario è continuamente all’ordine del giorno con ipotesi di fusioni. Un processo favorito esplicitamente dal Governo e dagli organi di governo, con l’intento di avere sul territorio istituti di credito più solidi. Nel complesso risiko entrano anche le “popolari”, oggetto di una discussa riforma (una delle tante) del governo Renzi. Qualche politico e qualche organizzazione sindacale hanno tuonato sostenendo che si attaccava uno strumento mutualistico e operativo, rappresentato per l’appunto, dalle banche popolari.

In realtà le banche popolari si sono trasformate nel tempo in piccoli feudi locali di potentati economici-politici, lontanissimi dalle intenzioni mutualistiche di chi aveva fondato quegli istituti. Un’operazione tutta interna alle logiche del capitalismo, per cui si è dovuto eliminare strumenti normativi (voto capitario ad esempio) che non le rendevano molto integrate con il resto del mercato.

Conseguenza diretta di questi processi di concentrazione è una riduzione di sportelli bancari. Nel periodo 2008-2014 hanno chiuso 3400 filiali, cioè un 9 % in meno di agenzie e, in termini di occupazione, si è assistito, nello stesso periodo, alla riduzione di quasi 18 mila posti di lavoro (- 5.6%). Riduzioni che salgono a 48 mila unità se consideriamo un periodo più ampio (15 anni). Si stima inoltre un ulteriore calo di 20 mila addetti che, nell’ultimo periodo a cavallo del 2015 e 2016, rischiano di aumentare ulteriormente a causa di voci di altre aggregazioni/fusioni.

C’è da aggiungere inoltre che non solo i processi di concentrazione nel settore, ma anche l’introduzione massiccia delle nuove tecnologiche, che nel settore del credito hanno avuto un forte incremento, portano ad una sensibile contrazione del numero degli addetti (si parla di un 2% attribuibile a questa causa).

Fino ad ora le riduzioni di personale sono state possibili senza grandi traumi grazie all’utilizzo delle risorse provenienti da un fondo di categoria alimentato sia dai lavoratori che dalle banche. Ma questo fondo scade nel 2018 ed è che chiaro che, con le tensioni occupazionali future previste, sarà ancora più complicato gestire la fuoruscita morbida degli esuberi. Esuberi che, in alcune realtà, si stanno cercando di gestire, pur in presenza del fondo esuberi, con strumenti meno costosi per le banche come i contratti di solidarietà tra lavoratori.

Il lato ulteriormente preoccupante per i lavoratori del credito è che a gestire questo delicato e particolare momento per il settore ci saranno organizzazioni sindacali che hanno giocato al ribasso in occasione della firma degli ultimi due contratti nazionali (2012 e 2015).

In occasione del primo è nato dal basso un comitato che ha cercato di organizzare la lotta contro la firma del contratto stesso e, questo, è un evento che nessuno avrebbe scommesso potesse verificarsi nel mondo dei lavoratori del credito. Il comitato “no al contratto aiuta banchieri” era formato dall’opposizione presente nella Fisac Cgil (all’epoca esisteva l’area “la cgil che vogliamo”), dalla Cub, da un sindacato autonomo di categoria oltre che da diversi dirigenti sindacali di tutte le sigle e da singoli lavoratori.

La battaglia era stata durissima contro tutti i confederali e le loro strutture schierate per il si, con il potentissimo sindacato di categoria (il più numeroso) la Fabi. Gli scontri nei sindacati furono aspri; sia all’interno della Cgil, sia tra la Cgil e le altre sigle che spingevano la Fisac a richiamare i suoi dirigenti al rispetto dell’unitarietà confederale. Molte assemblee furono fatte saltare nel timore che le burocrazie sindacali sostenitrici dell’accordo, potessero essere sconfessate. Altre assemblee si sono tenute in un clima infuocato, con il pallottoliere in mano per contare i favorevoli al sì; alla fine si ebbe comunque un buon 40% di no a quell’accordo.

Complice il clima generale politico e sindacale del 2015 e i giochi interni alla Cgil, il secondo contratto non trovava nessun oppositore, sebbene la linea dura dell’Abi (la Confindustria dei bancari) continuasse a peggiorare le condizioni lavorative.

Due giorni di scioperi, una categoria in mobilitazione schiacciata da un padrone che spinge per ridurre diritti e retribuzione e spinge per vendere prodotti alla clientela con lo scopo di aumentare il valore delle azioni e la redditività per manager e azionisti.

Ma la mobilitazione, come spesso accade, è stata buttata alle ortiche. Notte tempo, il 1° aprile del 2015 è stato firmato il nuovo contratto nazionale, proprio un bel pesce per i lavoratori e di conseguenza per i clienti.

“Un contratto insoddisfacente sia sotto il profilo economico che soprattutto sotto l’aspetto normativo. Il risibile aumento salariale, per altro spalmato per gli anni di vigenza del Ccnl, viene ad essere praticamente annullato dal metodo di calcolo del trattamento di fine rapporto (l’aumento complessivo di 85 euro in 4 anni e 6 mesi rende bene il senso della pochezza della contropartita economica). Viene confermata la riduzione del Tfr con l’effetto di compensare circa la metà del già misero aumento salariale previsto e di far risparmiare i banchieri sul contributo alle pensioni integrative che nel settore sono prevalentemente a carico dei banchieri con base di calcolo sull’importo del Tfr. Gli assunti dal 1° aprile avranno una riduzione del solo 10% invece che del 18% sullo stipendio tabellare per 4 anni. Ma il punto più negativo e che rappresenta una novità assoluta è sostanzialmente questo: gli assunti con stipendio ridotto reclutati prima della firma di questo contratto avranno l’aumento pagato non dai banchieri bensì dagli altri lavoratori del settore mediante la trattenuta di una giornata di retribuzione versata al fondo bilaterale (che è finanziato solo dai lavoratori!) e che integrerà la differenza.

La sorte dei colleghi esternalizzati viene dunque abbandonata alle insufficienti previsioni del codice civile o al più ad accordi aziendali che rischiano di non prevedere le giuste tutele per i lavoratori “ceduti”.

La condizione dei lavoratori nel settore del credito è andata peggiorando sempre di più nel corso degli anni. Si è prodotta, si potrebbe affermare, una “proletarizzazione” dei lavoratori. Non esistono più le leggende metropolitane delle 14 mensilità; in molte aziende non viene erogato il premio di produzione, mentre il sistema incentivante è pensato in maniera così assurda da non consentire mai il raggiungimento degli obiettivi e quindi l’erogazione dei premi.

E’ stato introdotto l’apprendistato, e i neo assunti hanno paghe differenti rispetto ai colleghi più anziani pur svolgendo lo stesso lavoro.

Anche la flessibilità è ormai dilagante nel mondo bancario: orari continuati, aperture al sabato e spesso nei festivi, con filiali che modificano gli orari lavorativi a seconda di dove sono collocati gli sportelli (ad esempio nei centri commerciali). Questa flessibilità di orario di apertura viene spacciata come atto di attenzione alle esigenze del cliente, quando invece è fin troppo chiaro l’intento di ottenere il massimo dei profitti attraverso l’aumento delle ore di presenza sul territorio e nei luoghi strategici, incrementando le vendite e le consulenze. Poi vi sono anche ragioni un po’ più grette, tipo quella di ricollocare, in condizioni di lavoro peggiori, quote di esuberi derivanti da processi di riorganizzazione/ristrutturazione (così come a suo tempo ha fatto Banca Intesa).

Il lavoratore bancario è normalmente posto tra due fuochi: vendere per aumentare la redditività delle banche e/o tutelare sé stesso e il risparmiatore. Quel che si chiama “mal di badget”. Si tratta di una declinazione particolare dello stress lavoro-correlato che, secondo la definizione condivisa a livello europeo, è una “percezione di squilibrio avvertita dal lavoratore quando le richieste di contenuto, dell’organizzazione e dell’ambiente di lavoro eccedono la capacità individuale per fronteggiare tali richieste”. (fonte Fisac-Cgil Abruzzo)

Come descritto anche da il sole 24 ore, nonostante il varo di codici deontologici, protocolli d’intesa o codici di comportamento nei vari istituti le pressioni commerciali spesso travalicano il limite. Offese professionali e personali, minacce di trasferimenti punizioni o demansionamenti sono le armi usate spesso dai dirigenti bancari verso coloro che devono “vendere” i prodotti. Vendere in barba a tutte le norme che il sistema ha elaborato per tutelare i risparmiatori; questi strumenti, in realtà, sembrano abili meccanismi fatti per salvare le banche, tutelare formalmente i clienti e alla fine chi finisce sulla graticola è il lavoratore che per ottemperare agli ordini della azienda ha operato al limite.

Per avere un’ulteriore arma nelle proprie mani, le banche da anni spingono affinché nel contratto nazionale venga inserita una differenziazione nel salario per cui ci sia una quota fissa e una variabile legata ai risultati di vendita. Si tratterebbe di un vero e proprio ricatto nei confronti del lavoratore per spingerlo ad osare sempre di più per assicurarsi una retribuzione adeguata.

Operazioni di vendita i cui beneficiari sono la banca e i suoi manager; contrariamente a quanto riportato in maniera non corretta dai mezzi di informazione, chi ottiene benefici da queste vendite non è il lavoratore bancario; i premi sono dati col contagocce alla bassa manovalanza mentre dirigenti incassano laute ricompense per operazioni andate a buon fine, come il collocamento del capitale sociale o di determinati altri prodotti.

E i controlli ?

Come insegna la storia, tanti controllori, nessun controllo e ogni volta che succede uno scandalo tutti a lamentare l’inefficienza dei controlli e la loro necessaria e ineludibile riforma. Vedi l’articolo del sole 24 ore di domenica 31 gennaio “nuova vigilanza e tutela del risparmio”.

E’ successo, senza andare indietro nel tempo con gli scandali Ior, Ambrosiano veneto di Calvi, negli anni 90 con Fazio, i furbetti del quartierino, le scalate al corriere, la Bnl, Unipol e Popolare di Lodi, con il crack Cirio e Parmalat. Vicenda ripetuta ancora oggi con le quattro banche salvate dal governo Renzi , e dallo scandalo delle banche venete che hanno visto diverse volte finire sul banco degli imputati il massimo organo controllore e cioè Banca d’Italia e lo stesso governo.

In realtà è comodo descrivere il capitalista di turno come la mela marcia, di un sistema che sostanzialmente è sano e valido. Ma questa è una favola bella che non esiste! E che credibilità può avere Banca d’Italia, partecipata dalle banche che dovrebbe controllare e con ispettori che diventano manager delle banche che ispezionano dopo qualche mese di sosta ai box? E i pareri su fusioni e aggregazioni?

Questo e’ il capitalismo. E’ su questo altare che vengono immolati i risparmiatori, che solo una sconsiderata campagna immorale ha definito “informati e consapevoli” come tutti gli attori del mercato. Sono le solite foglie di fico.

Anche a livello europeo, il processo di unificazione viene inteso perlopiù come un avanzamento dell’unificazione delle banche, ovviamente sotto controllo vigile della Bce e dei principali istituti di credito italiani, con gli stress test sulla solidità del sistema Italia che ha manifestato problemi che non erano emersi sotto la vigilanza di Banca d’Italia.

Contestualmente, a gennaio è entrata in vigore la normativa denominata bail-in, da applicare in casi di crisi del sistema bancario. Quelle norme prevedono che non ci sia più l’intervento dello stato nel salvataggio di istituti di credito in crisi, ma che debbano essere coinvolti, non solo gli azionisti di quella banca, ma anche gli obbligazionisti e i clienti sopra i centomila euro.

Il governo Renzi ha firmato l’accettazione nel marzo del 2014 del bail-in. Il presidente del consiglio, in questi giorni, ha affermato che aveva firmato l’accordo perché “appena arrivato”. Lo strumento del bail-in, usato a partire da quest’anno quando ormai in alcuni Stati (Francia e Germania) la situazione è relativamente tranquilla, è senza dubbio uno strumento che incentiverà notevolmente i processi di concentrazione degli istituti, sia nell’ipotesi in cui alcuni di essi dovessero saltare, ma anche per il timore che ipotetici fallimenti inducano i risparmiatori a spostare masse di denaro in diverse banche.

Riassumendo, si può tranquillamente sostenere che anche nel settore del credito, particolarmente delicato per la vita di un paese, passa la politica liberista e l’esclusione del ruolo dello stato. Stato che oggi non può intervenire, ma che in passato ha visto altri stati sostituirsi ai privati nei debiti che avevano verso la Grecia (caso tedesco e francese docet) , e intervenire nel capitale delle banche in crisi. La Gran Bretagna, tra il 2008 e il 2012, ha messo a disposizione del proprio sistema bancario 873 miliardi di euro, ma ne ha utilizzati “solo” 300; la Germania ha stanziato 646 miliardi usandone 259.

L’Italia in quattro anni di crisi nera per il paese ha stanziato 130 miliardi di euro per le proprio banche usandone solo 15. Tra questi ci sono i soldi utilizzati per acquistare i famosi Tremonti bond comprati dallo stato per salvare il Monte dei paschi di Siena, ma successivamente rimborsati con pesanti interessi. Giusto per capirci, negli anni della crisi la Germania ha messo a disposizione delle proprie banche in difficoltà circa il 25% del proprio PIL e ne ha usato il 10%; mentre l’Italia ha stanziato l’8% del PIL usando soltanto l’1%.

Queste considerazioni non vanno fatte, come fa Renzi, per sottolineare la rinascita dell’orgoglio italiano ritornato sulla scena europea.

Altro argomento importante : le sofferenze bancarie. Uno dei temi che ha messo in tensione il governo Renzi con l’UE è il tema delle sofferenze bancarie. Le banche italiane hanno nel proprio portafoglio 350 miliardi di sofferenze bancarie. I crediti deteriorati sono quelli che le banche hanno concesso a famiglie e imprese e che non sono stati più rimborsati. La causa principale dell’aumento di questi crediti andati a male è la lunga recessione che ha colpito l’Italia, che ha messo in crisi proprio le famiglie e le aziende. I crediti deteriorati si dividono in varie categorie, a seconda del loro grado di deterioramento: quelli in sofferenza sono i più problematici, i più difficili da recuperare. Incagli, scaduti e ristrutturati sono invece i crediti meno deteriorati.

Si tratta insomma di prestiti che la banca rischia di non rivedere più: a fronte di tale rischio, gli istituti devono in base alla regolamentazione vigente ricorrere agli accantonamenti, ovvero accantonare riserve per far fronte al rischio di future perdite legate ai crediti erogati. L’ammontare delle riserve deve essere adeguato, sia in termini di rischio dei crediti che della loro condizione.

Essenziale è dunque la capacità delle banche di avere a disposizione una sufficiente copertura dei crediti deteriorati. Ora, stando a quanto trapela da un’indagine del sole 24 ore , emerge che per le banche italiane il problema non è tanto il tasso di copertura dei crediti deteriorati, quanto il tempo di recupero dei crediti stessi. Come confermato dalla stessa Bankitalia nella relazione annuale del 2015 di palazzo Koch.

I “tempi lunghi e le incertezze sugli esiti delle crisi di impresa favoriscono l’accumulazione delle partite deteriorate nei bilanci degli intermediari e si riflettono negativamente sulla loro capacità di erogazione del credito”, a fronte di un contesto in cui “negli anni della crisi il numero di procedure concorsuali aperte (fallimentari e concordatarie) è significativamente aumentato”. Bankitalia confermava insomma che “l’elevata consistenza delle partite deteriorate risente dei tempi di recupero dei crediti, significativamente più lunghi in Italia che all’estero”.

E’ per questo che il governo Renzi si è mosso: uno con la legge che riforma il fallimento per accelerare i tempi di recupero del debito; due con il braccio di ferro con l’Europa per la creazione di una bad bank capace di prendere tutti i crediti deteriorati, liberando cosi riserve che potrebbero essere date a favore della ripresa.

Alla fine, proprio a fine gennaio, la montagna ha partorito il topolino prevedendo una, de facto, bad bank leggera, non di sistema, ma uno strumento per singola banca che con le cartolarizzazioni provvederà a collocare sul mercato questi debiti con una garanzia, seppur minima per i crediti migliori, da parte dello stato attraverso la cassa depositi e prestiti.
Lo strumento è stato ampiamente criticato dal sole24ore, ritenendo che tale soluzione poteva essere adottata prima senza l’ok dell’Ue.

Qui si vuole sottolineare come si utilizza uno degli strumenti di finanza (le cartolarizzazioni) che tanta responsabilità hanno avuto in questi anni nel peggioramento della situazione economica, con nuovi titoli tossici che potrebbero finire in qualche fondo pensione con ulteriore beffa per i lavoratori–risparmiatori.

Quindi anche sui crediti anomali il capitalismo ha dimostrato la capacità di saper generare profitto ovunque; anche sui crediti non performanti (Npl), che non sono altro che le sofferenze di cui sopra, l’ammontare dei crediti in sofferenza ha ormai superato i 140 miliardi di euro: gran parte dell’esposizione è comunque verso piccole e grandi aziende ed una parte residuale, stimabile a circa 30 miliardi di euro, nei confronti di famiglie consumatrici.

Sta di fatto che il 2015 si candida a essere l’anno della migliore performance in un decennio con operazioni fino a 10 miliardi di euro grazie alla discesa in campo, a fianco di istituti di grandi dimensioni, di alcune banche di medie dimensioni. Comprare a poco, ristrutturare, rivendere a un prezzo più elevato. Il trucco, per gestire i grossi pacchetti di Npl, è quello di avere pazienza e lungimiranza. I crediti dubbi, tuttavia, più che agli istituti di credito italiani fanno gola alle società estere, in Italia c’è un solo operatore di rilievo (banca Ifis, in cui è presente Marina Salamon).

Ma chi ha generato il credito anomalo?

Secondo dati del 2013 su 132.830 posizioni in sofferenza circa il 72.6% sono affidamenti deliberati da direzioni generali, Cda delle banche e da Consigli di gestione, oppure affidamenti sulla parola erogati in base a criteri che nulla hanno a che fare col “merito creditizio”, per cui se si chiede un prestito da parte di un semplice cliente l’analisi è minuziosa, mentre se il richiedente è “importante” spesso il giudizio è più veloce e poi i buchi restano…

Alla luce di questa situazione solo una gestione diversa del credito permetterebbe un uso diverso del denaro, un diverso modello di sviluppo, una tutela per i lavoratori e i clienti risparmiatori.

Le banche vanno socializzate e poste sotto il controllo dei lavoratori invertendo il meccanismo fino adesso in vigore di socializzare le perdite e a privatizzare i profitti.