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Madrid 19-21 febbraio, un movimento europeo contro l’austerità? Andiamoci

Verso la tre giorni per il Piano B sull’Europa convocata da Varoufakis, Ada Colau e Miguel Urban. Questo nuovo movimento europeo, ancora da costruire, bisogna farlo anche dal basso

di Gianfranco Crocco e Checchino Antonini

Trova consensi l’idea di Varoufakis sulla costruzione, a sinistra, di uno spazio politico europeo contro l’austerità. Un piano B, insomma. Nei giorni 19 e 21 Febbraio si svolgerà a Madrid una tre giorni sulla base di un appello promosso dall’ex ministro delle finanze di Tsipras, andato via sbattendo la porta alla vigilia della capitolazione, da Ada Colau, la nuova sindaca di Barcellona espressione della lotta per il diritto all’abitare e dell’indignazione, e Miguel Urban, eurodeputato, tra i fondatori di Podemos proveniente da Anticapitalistas, la componente marxista rivoluzionaria del partito guidato da Pablo Iglesias che, al contrario, non ha trovato nulla da ridire sul contegno del collega greco Tsipras dopo il tradimento del referendum del 5 luglio scorso. All’evento convergeranno iniziative come la Conferencia Plan B organizzata da Jean Luc Mélenchon, leader del fracese Front de Gauche, il tedesco padre della Linke, Oskar Lafontaine e altri di Parigi, e anche il DieM25 che proprio Yannis Varoufakis lancerà il 9 di febbraio da Berlino.

A un anno dal trionfo di Syriza in Grecia, e pochi mesi dopo la sua drammatica capitolazione al ricatto della troika, ci sono diversi compititi urgenti per quelli che seguitano a credere nella necessità di finirla con l’austerità e di portare avanti un modello economico alternativo. Per far ciò è necessario, in primo luogo, che il il movimento antiausterità faccia un bilancio della sua strategia e si renda conto degli errori commessi nell’ultimo periodo. «E’ che dobbiamo trarre lezioni decisive dalla ”esperienza greca” – si legge in un articolo di Anticapitalistas – è forse possibile negoziare con la troika senza prendere provvedimenti di forza, che siano alla portata dei governi, come una sospensione del pagamento del debito (riconosciuta dai rapporti della UNCTAD (la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo) come l’unica maniera concreta che ha un paese debitore di dare inizio a un processo di ristrutturazione) o la dichiarazione di una parte del debito come illegittima (questione per la quale il ‘comitato della Verità’ promosso da Zoe Konstatopoulou ha fornito tutti gli argomenti economici, legali, politici e morali necessari)? Che possiamo fare davanti al ricatto della liquidità imposto dalla BCE? Prima di tutto è necessario affrontare un dibattito che è aperto nella sinistra europea: può un’uscita dall’Euro in un paese come la Grecia essere una opzione preferibile progressista se la attua un governo disposto a mettere l’economia al servizio della sua popolazione come suggerisce l’economista Costas Lapavitsas?». Questo è un dibattito aperto che la sinistra deve affrontare, senza pregiudizi né tabù, se realmente vuole far fronte al ricatto de la troika. Un dibattito che, ovviamente, richiede una valutazione di tutte le opzioni disponibili.

Inoltre il caso greco pone davanti a uno specchio da cui non si può sfuggire: la mancanza di un movimento internazionale efficace di appoggio al governo greco ha facilitato lo scenario che ha condotto alla firma del terzo memorandum in Grecia. Evidentemente, parte della responsabilità la ebbe proprio il governo greco che preferì non incoraggiare tale movimento negli altri paesi, preferendo cercare alleati nei governi di altri paesi europei, non volendo apparire come una fonte di disordine né alimentare le resistenze negli altri paesi. Per Anticapitalistas è stato «un errore evidente: qualsiasi negoziazione con il nemico deve mettersi in condizione di una negoziazione di forza, e un movimento organizzato che esigeva in tutta Europa giustizia per il popolo greco avrebbe potuto essere un arma potente per imporre le sue rivendicazioni. E’ auspicabile, se in un futuro prossimo tornassimo ad avere un governo di sinistra disposto a confrontarsi con la troika, di avere una solida rete europea capace di offrire il suo appoggio da tutti gli angoli del continente. Dobbiamo capire che, aldilà della possibilità di rottura con le istituzioni europee (includendo la moneta se così esige la situazione), la cosa fondamentale è sviluppare una strategia internazionalista che lotta contro un avversario che si organizza appunto su scala europea».

Perciò l’obiettivo di questa assemblea non può limitarsi a un dibattito politico o strategico: «abbiamo anche l’obbligo di costruire un movimento su scala europea contro l’austerità, i debiti illegittimi e odiosi e per la democrazia – avverte l’ala sinistra di Podemos – siamo in ritardo su questi compiti, è certo. Dalla lotta che, fondamentalmente in Francia, partì contro il Trattato Costituzionale europeo abbiamo assistito alla disarticolazione dei movimenti sociali che contestavano il modello di costruzione della UE. Dallo stabilirsi della crisi del capitalismo finanziario e dall’applicazione dell’austerità per opera delle ‘èlite’ europee questa “assenza” ha lasciato campo libero all’attuazione del progetto neoliberale per l’Europa in tutta la sua asprezza. Così, in maggioranza, le risposte politiche e sociali ai ‘golpe’ tecnocratici delle istituzioni europee sono rimaste circoscritte nell’ambito nazionale-statale. E in questo spazio hanno vinto la battaglia i discorsi, egemonizzati dalla estrema destra, del ritorno ai ripiegamenti identitari e autocratici. Inoltre anche alcune sinistre, purtroppo, sono cadute in questa tentazione».

Quelle risposte hanno mostrato limiti evidenti nel combattere contro il mostro dell’Europa del capitale e sono servite in molte occasioni per rinforzare le idee xenofobe ed escludenti. Però se qualcosa è stata chiara negli ultimi anni è che la macchina burocratica e l’architettura istituzionale e finanziaria della UE è il problema. In questo senso, la vittoria elettorale di Syriza aveva permesso di nutrire tante aspettative quante le disillusioni posteriori. Però ha lasciato chiara una lezione che Anticapitalistas riassume così: «La lotta di classe nell’attuale scenario istituzionale si esprime negli Stati e nelle nazioni, però la sua risoluzione può essere solo a scala (al minimo) europea. E’ nell’ambito europeo che si rivelano i limiti e le possibilità di articolare resistenze reali al neoliberismo e al governo del debito e dell’austerità. Il ‘golpe’ finanziario orchestrato dalle istituzioni comunitarie al popolo greco mostra fino a che punto solo un cambio reale nei rapporti di forza su scala europea può permettere di mettere in marcia strategie di cambio reale delle politiche neoliberiste. La UE è la guerra, però l’Europa è la risposta a molti dei nostri dilemmi».

Riuscirà la tre giorni di Madrid a fornire l’impulso necessario per passare all’azione e tornare a tessere spazi reali di coordinamento tra i distinti movimenti? Organizzazioni sociali, ecologiste, femministe, politiche e sindacali, chi sta lottando per uscire dall’asfissia della debitocrazia, da una austerità senza fine e senza limiti dovrebbe unire le forze costruendo un movimento reale che permetta di costruire un’Europa della democrazia, della sovranità, dei diritti e dei popoli. «Senza alcuna illusione in un’Europa che ha dato sufficiente mostra della sua naturale costituzione irriformabile. Immaginando e avanzando verso un nuovo progetto europeo per le classi popolari, senza centro né periferia, senza doppie velocità».

«Dentro Anticapitalistas lo abbiamo chiaro. A febbraio abbiamo un appuntamento da non perdere a Madrid, dove potremo discutere in persona con molti dei protagonisti di questi processi di dibattito e mobilitazione. Però questa lotta è di lungo respiro. Questo nuovo movimento europeo, ancora da costruire, bisogna farlo anche dal basso. Per questo, l’incontro di Madrid deve dar seguito alla creazione di comitati di appoggio e di iniziative locali, territoriali e settoriali che accompagnino questo processo. Non c’è tempo da perdere».