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Bergamo, passa a grandissima maggioranza l’accordo FIOM alla Same

di Eliana Como

Dopo le assemblee della settimana scorsa, il 25 e 26 gennaio si è svolto il referendum per l’approvazione dell’ipotesi di accordo per il rinnovo del contratto aziendale della Same di Treviglio, presidio storico della Fiom più radicale e combattiva.

In un’epoca di crisi della partecipazione e di ritirata sindacale, i dati sul voto alla Same parlano meglio di tante parole. Su una media di 1.020 presenti, hanno votato 925 lavoratori (praticamente tutti!) e il 93% ha detto sì, approvando in massa l’accordo (865 sì e 53 no).

La Same è una roccaforte della Fiom (meno di un mese fa, le elezioni per il rinnovo della Rsu hanno consegnato alla Fiom una maggioranza di quasi l’80%, con 17 delegati su 22), ma il punto non è soltanto questo. L’accordo è stato stravotato perchè è un buon accordo che aumenta di 820 euro – di cui 420 fissi – un premio di per sé già molto alto (stando a una analisi di qualche tempo fa del Sole24ore tra i primi cinque in Italia: oltre a vari elementi fissi in busta paga, il massimale del “premio di risultato” è di 6.416 euro, di cui 4.205 fissi e garantiti) e inoltre impegna l’azienda a investire sullo stabilimento di Treviglio, confermandone la centralità per l’intero gruppo.

Non c’è che dire, in un’epoca di disinvestimenti, delocalizzazioni e contrattazione di restituzione! Sì perchè negli ultimi anni, il quadro della contrattazione di secondo livello è stato assai complicato, per i metalmeccanici come per le altre categorie. Tante volte la contrattazione non è stata nemmeno possibile oppure è stata al ribasso (nella stessa Bergamo grandi aziende dove la Fim è maggioranza se la sono cavata con un “buono carrello” per fare spesa all’Auchan!) oppure molto spesso è stata di ricatto e restituzione dei diritti. La dice lunga questo sulla pretesa di Federmeccanica di svuotare quel che resta del contratto nazionale per demandare proprio alla contrattazione di secondo livello il salario e i diritti!

Certo, c’è la crisi e non è facile per nessuno migliorare il salario e le condizioni di lavoro in azienda. Ma non è soltanto questo, perchè la Same non è altrove. Anchè lì c’è la crisi e si è fatta cassa integrazione e anche lì la direzione avrebbe voluto il salario di ingresso per i neoassunti.

Il punto è la tenuta del sindacato e la consapevolezza che i risultati si portano a casa soltanto quando si mobilita la propria forza. Il contratto della Same non è stato regalato. Come è ovvio è frutto di un accordo e quindi di una trattativa in cui faticosamente si è cercata una mediazione.

Ma ci sono due aspetti da tenere bene presente. Primo, la Fiom ha portato avanti la trattativa fin dall’inizio da sola, in forza di quanto rappresenta in fabbrica. Alla faccia dell’unità sindacale, che, senza ipocrisia, in questi anni ha portato solo disastri. Secondo, l’accordo non sarebbe stato possibile senza la determinazione dei lavoratori che, quando tra giugno e luglio la trattativa è andata in stallo, hanno ripetutamente scioperato e partecipato ai cortei interni. Per giorni e giorni!

Questo rappresenta l’accordo Fiom alla Same. Non è l’unico buon contratto che si firma ovviamente – ci mancherebbe altro – ma di fatto è un vero e proprio modello sindacale al posto di un altro, che, ahimè, è quello dominante oggi. Il conflitto al posto della concertazione. La radicalità al posto della responsabilità. I propri bisogni al posto della compatibilità. Le proprie richieste al posto della riduzione del danno. I lavoratori e le lavoratrici al posto dell’impresa.

Insomma, non basta dire che la Fiom della Same ha firmato un buon accordo e complimentarsi con i delegati e con i lavoratori. Cosa che peraltro la maggioranza della Fiom si guarda bene dal fare, visto che considera la Rsu della Same un fastidio tra un congresso e l’altro, da sempre disobbediente alle gerarchie sindacali e nell’area di opposizione interna (non è un caso che la piattaforma di ritirata presentata dalla Fiom a fine novembre per il rinnovo del contratto nazionale alla Same sia stata sonoramente bocciata).

Eppure sarebbe utile a tutti prendere la loro idea di sindacato e farne un esempio, spronando tutti a pensare che – seppure è difficile – è ancora possibile opporsi allo strapotere della classe padronale. Non c’è soltanto la Same, certo. Altrettanto bisogna prendere a esempio i lavoratori dell’Ilva a Genova che bloccano la città per giorni o quelli della Piaggio che poche settimane fa, in epoca di cancellazione dell’articolo 18, hanno costretto a suon di picchetti un’azienda dell’indotto a ritirare cinque licenziamenti politici (a proposito: la solidarietà al posto dell’opportunismo…). E anche alla FCA, nonostante la gestione iperautoritaria di Marchionne, ci sono delegati che, anche in contrasto con le scelte dei loro vertici sindacali, continuano a dichiarare scioperi contro i turni di sabato e domenica e lavoratori che continuano ad aderirvi.

Non è mai facile, ma gli esempi dal basso non mancano. Quello che manca è la volontà da parte dei gruppi dirigenti. Se la stessa consapevolezza e lo stesso coraggio di questi lavoratori e delegati sindacali ce l’avessero i vertici delle burocrazie sindacali forse non saremmo messi come siamo. Tutti lì a spiegare che i lavoratori e le lavoratrici non scioperano più, eppure quando gli scioperi vanno bene – come tra gli alimentaristi che scorsa settimana hanno scioperato per il rinnovo del loro contratto nazionale – la prima cosa che si fa è, guarda un po’, ritirare le iniziative e tornare precipitosamente al tavolo!

Nessuno mi toglie dalla mente che, nonostante la crisi, avremmo potuto difendere le pensioni, lo Statuto dei lavoratori e persino molti posti di lavoro. La disillusione e la crisi della partecipazione non sono figlie dei tempi, ma effetto di scelte sbagliate dei gruppi dirigenti e delle sconfitte che loro hanno prodotto. Ne è prova che alla Same i lavoratori partecipano ancora. Eccome!