In evidenza

E’ ora di combattere il lavoro

Contributo alla discussione congressuale nazionale di Sinistra Anticapitalista

di Fabio Giusti (Sinistra Anticapitalista Livorno)

Questo che stiamo facendo è un congresso importante perché dovrebbe riuscire a dare a Sinistra Anticapitalista quell’identità necessaria per costruirsi un percorso capace di saper parlare a chi oggi subisce lo sfruttamento di questa società.

Il mio contributo vuole essere uno spunto per andare in questa direzione, e trae origine da alcune riflessioni che ho fatto sullo stato della “sinistra” oggi e sul suo fallimento, indice di crisi di idee e proposte se non le stesse che hanno portato a questa situazione.

Con questo mio contributo vorrei si guardasse la crisi da un’altra direzione.

Giustamente nel documento congressuale si parte dall’analizzare la crisi economica in cui ci troviamo. Il comprendere il perché di questa crisi ci può permettere di capire che fare.

Il capitale come sappiamo deve produrre profitto, questo lo fa e lo ha sempre fatto sfruttando al massimo la forza lavoro fino ad arrivare ad un eccesso di produzione. Per mantenere il profitto il capitale deve agire sui mezzi di produzione affidandosi alla tecnologia per tagliare i costi, espellendo mano d’opera (caduta tendenziale del saggio di profitto), cercando di espandere i propri mercati, distruggendo ricchezze naturali e non fino al punto di esplosione della crisi magari con conflitti che ri-innestano cicli produttivi. Una volta ripresosi il sistema capitalistico riparte e via, cioè potrebbe sembrare che queste crisi siano inevitabili e cicliche.

Ma possiamo mettere in dubbio questa affermazione? Queste crisi sono infinite? Queste crisi sono supererate mediante la preparazione di crisi sempre maggiori e nel periodo di accumulazione dopo la crisi abbiamo politiche di ridistribuzione sociale della ricchezza con nuovi mercati per l’occupazione di massa e questo fino al sopraggiungere di una nuova crisi di sovrapproduzione. Ma la crisi di oggi è inquadrabile in questo ciclo, è una crisi ciclica o è la crisi definitiva del sistema capitalistico?

Io sono d’accordo con chi considera questa crisi non una crisi finanziaria dovuta alla finanza cattiva che ha speculato sulle persone vendendo loro titoli tossici, ma una crisi dovuta all’essenza stessa del capitalismo. Il Capitalismo sta incontrando i suoi limiti sia tecnologici (anche se questi possono sempre spostarsi un po’ più avanti) che principalmente naturali (come la terra). Il sistema capitalistico dipende dal meccanismo di accumulazione, quindi dalla mercificazione e valorizzazione di ogni cosa prodotta, occorrono cioè, mercati da conquistare e bassi costi di produzione. Ma questo è sempre più difficile e il profitto diminuisce per questo già a partire dagli anni ’70 il capitalismo ha cercato un nuovo mercato, quello virtuale, della finanza. La finaziarizzazione dell’economia che ha permesso di mantenere i profitti non è la causa della crisi, come molti a sinistra sostengono, ma è la conseguenza ed il rimedio.

Questa differenza è fondamentale, tra il pensare che si possa uscire dalla crisi con politiche espansive e pensare invece che questa sia definitiva e strutturale e che quindi non sia possibile un nuovo periodo di accumulazione. Questo comporta anche come ci rapportiamo al lavoro, ovvero alla sua mancanza.

Come detto nel caso di una crisi ciclica la sua risoluzione, gestita dal sistema potrebbe portare a nuove politiche keynesiane, con nuove politiche produttive e re-inpiegando quella forza lavoro espulsa all’inizio della crisi, producendo nuove merci, e rimettendo in moto il ciclo merci-denaro-lavoro e più chiaramente denaro-merci più denaro.

Ma oggi esistono nuovi mercati per occupazioni di massa?

Se la risposta è No, ed io penso che sia così, penso che un partito rivoluzionario debba uscire dalla logica di considerare il lavoro come fine della sua politica, di considerare il lavoro come un qualcosa di positivo ed indispensabile, come è stato finora inteso dalle organizzazioni politiche e sindacali, questa visione poteva essere accettata nei periodi passati dove il lavoro ha svolto funzioni di elevazione della classe operaia, ma oggi è necessario cambiare il nostro punto di vista.

E un partito/organizzazione rivoluzionario ed anticapitalista deve cominciare a discutere con un’altra prospettiva.

Il lavoro è oggi complice del sistema capitalista, non esiste più una contraddizione tra lavoro e capitale. Il movimento operaio ha l’interesse che il sistema funzioni per riceverne i benefici. Dobbiamo capire che la lotta rivoluzionaria passa attraverso l’abbattimento del lavoro, le lotte di oggi sono tutte difensive proprio perché hanno come obbiettivo la difesa del lavoro, il passaggio rivoluzionario è combattere il lavoro non cercarlo. Non si può più dare aspettative di nuove redistribuzioni di ricchezza che questo sistema non è più in grado di dare.

Ma non solo, combattere il lavoro significa combattere anche il patriarcato sul quale si fonda questa società e lottare contro lo sfruttamento delle risorse naturali.

Oggi si vive in una società dove se non hai un lavoro non sei un cittadino, vivi in funzione del lavoro, sei prigioniero del sistema casa-famiglia. Oggi il tempo di lavoro è maggiore che nelle società preindustriali e questo malgrado quello che si dice il progresso. Ci hanno inculcato che il tempo è danaro, si viene educati fin da piccoli a diventare efficienti. Oggi poi questo è introdotto nella scuola, la famosa alternanza lavoro-scuola. Non lavoriamo sapendo cosa facciamo ma solo per produrre una cosa che porta ricchezza ad altri. Possiamo costruire armi od automobili, in una centrale nucleare, basta che si lavori ignari di ciò che facciamo ma con lo scopo di trasformare il nostro lavoro in denaro altrui.

Una società fondata sul predominio dell’uomo sulla donna , perche è l’uomo , il maschio dominate che lavora e che sostiene la famiglia e che per funzionare ha bisogno per forza di una figura, la donna che lo accudisce, che cura i bambini. E oggi siamo sempre così, con le donne che lavorano sottopagate e ricattabili. Rompere con il dominio del lavoro significa rompere l’ideologia borghese, perno del sistema capitalista, con la famiglia tradizionale liberando le donne dai carichi a cui oggi sono sottoposte.

Il superamento di questa società fondata sul lavoro significa anche puntare ad una società ecosostenibile. Tutti sappiamo che questo modo di produzione incide fortemente sulla natura, sul clima e che non saranno gli accordi tra potenze a salvare la terra.

Il capitalismo è fondato sulla ricerca di plus valore e questo all’infinito per la natura stessa del capitalismo. Ma la produzione sta portando il pianeta ad un punto di non ritorno, le risorse naturali sono limitate. Abbattere il lavoro significa lottare per una società libera e solidale che abbia un rapporto di non sfruttamento tra le persone e la natura.

Per tutto questo penso che una organizzazione rivoluzionaria non possa esimersi di prendersi carico, e fare propria la lotta contro il lavoro cominciando una grande battaglia culturale che porti a superare questa società dominata dalle leggi del lavoro.