In evidenza

Scuola, peggio che una battaglia persa

Contributo alla discussione congressuale nazionale di Sinistra Anticapitalista

di Giovanni Urro (Sinistra Anticapitalista Milano)

Pensare che la battaglia sulla scuola sia stata perduta è una pia illusione. C’è di più; c’è di peggio. Renzi ha innanzitutto portato a compimento il disegno ordito da Berlusconi e dalla nefasta Gelmini; ne ha sottoscritto le scelte di fondo a partire dal fatto che i recenti interventi in materia mai hanno osato rimettere in discussione uno degli assunti più crudi del decreto Gelmini: la cancellazione di decine di migliaia di cattedre nelle scuole italiane e il conseguente moltiplicarsi di classi sempre più numerose, con problematiche sempre più complesse da gestire e sempre meno risorse a disposizione.

Su questo quadro già di per sé inquietante, Renzi ha steso il velo lugubre dell’aziendalizzazione più becera. La scuola pubblica è stata ridotta a zavorra della spesa pubblica di cui liberarsi gettandola in pasto ai piranha del mercato e dell’impresa.

Obbligato da una sentenza europea alla stabilizzazione di decine di migliaia di docenti che per anni hanno mantenuto in piedi il sistema dell’Istruzione nonostante fossero costretti ad un precariato ingiustificato e criminoso, oggi il governo ha sì ceduto al diktat dell’UE ma ha preteso in cambio la testa, il cuore stesso del sistema scolastico. Consegnando un potere smisurato nelle mani dei dirigenti, ha svuotato dall’interno quel che restava di uno degli ultimi presìdi istituzionali della democrazia e della partecipazione.

Oggi la scuola è stata ridotta ad azienda in cui un capo-dirigente può arbitrariamente decidere le sorti professionali dei docenti; in questo suo discrimine risiede anche la possibilità di relegare nei reparti-confino quei docenti che la stessa Associazione Nazionale dei Presidi ha recentemente definito “contrastivi”, quelli insomma che non sono disponibili ad assecondare i diktat, quelli che non hanno rinunciato a ragionare con la propria testa. Consegnando ai dirigenti la facoltà di scegliere i docenti della propria scuola, Renzi ha messo nelle loro mani il potere del caporale nelle piazze dell’apprendimento: “Tu si, tu no!” Introducendo un’idea di valutazione di natura squisitamente capitalistica perché fondata sulla divisione e la rivalità reciproca dei docenti, ha snaturato l’essenza stessa dell’insegnare (che cos’è, infatti, l’apprendimento in una classe in cui i docenti si guardano in cagnesco tra di loro?). Abbandonando definitivamente l’idea della necessità di investimenti nella scuola pubblica, l’ha messa in svendita sul mercato delle sponsorizzazioni aziendali spacciando questa operazione come rapporto tra scuola e territorio. Introducendo la novità dell’alternanza scuola-lavoro, Renzi ha infine consegnato alle aziende una massa sterminata di studenti-lavoratori a costo zero, obbligati (pena la mancata ammissione all’esame di maturità) a svolgere 200 ore di attività aziendali nelle forme più disparate, comunque sotto il monitoraggio del tutor d’impresa, obbligati a fare ciò che l’azienda propone e la scuola si trova obbligata ad accettare se vuole ottemperare al capestro della controriforma Giannini.

Se le leggi e i decreti precedenti avevano contribuito ad uno svuotamento complessivo del sistema dell’Istruzione, l’attuale governo ha ridisegnato il profilo di questo sistema sulla falsa-riga del modello capitalistico aziendale.

Oggi sono in tanti ad essere inebriati dalla mole portentosa dei numeri dei neoassunti; ma la sbornia passerà e lascerà i suoi effetti che già vanno profilandosi. Si può considerare chiusa questa battaglia? Sono in molti a pensarla così, a partire dai sindacati confederali che dall’inizio dell’anno scolastico non hanno proclamato un’ora di sciopero. Eppure il peggio non è ancora arrivato e il peggio rispetto all’approvazione di questa legge c’è: è la sua applicazione. E’ necessario, pertanto, che si riprenda la mobilitazione e che essa trovi momenti unitari e convergenti a partire dalle organizzazioni sindacali di base. Ad esse va riconosciuto il merito di essere state le uniche che, ad oggi, hanno espresso una mobilitazione; non è accettabile, tuttavia, che nel corso degli ultimi tre mesi siano stati proclamati tre diversi scioperi generali del settore, due dei quali a distanza di una settimana l’uno dall’altro.

Occorre ripensare la scuola, il suo ruolo, il mondo dei giovani e le loro esigenze non in quanto espressione anagrafica transitoria ma in quanto soggetto principe di quella classe degli oppressi su cui si sta scaricando tutto il peso della crisi economica capitalista.

I numeri della disoccupazione giovanile sono inquietanti, in alcune regioni lo sono ancora di più perché alimentano un sistema capitalistico che si esprime anche nelle organizzazioni criminali di stampo mafioso. La scuola è diventata il contenitore, l’area di parcheggio in cui vengono relegati masse di giovani altrimenti destinate ad alimentare le fila dei disoccupati. Si tratta di giovani che in altre epoche hanno costituito la spinta propulsiva della classe lavoratrice e dell’innovazione sociale, intellettuale e dei costumi. Oggi vengono relegati in un sistema scolastico che si vorrebbe far arrivare obbligatoriamente al 18° anno di età, mentre i percorsi universitari che un tempo erano quadriennali oggi si compiono in 5 anni; tutto ciò senza che si intravedano realistiche possibilità di inserimento nel mondo del lavoro.

La ridefinizione della questione giovanile in quanto elemento costitutivo della più ampia questione della lotta di classe deve porsi con forza il tema del rilancio delle politiche occupazionali come strumento per la piena emancipazione dell’individuo. Rilancio delle politiche occupazionali vuol dire anche immaginare percorsi in cui la scuola si affianchi al lavoro (in quanto tale, si intende, retribuito) fin dal compimento dell’attuale limite dell’obbligo scolastico per consentire sin da subito al giovane di sperimentare modalità e forme di emancipazione economica dalla famiglia. E’ questo un passaggio fondamentale per l’avvio di quei processi di liberazione dell’individuo oggi narcotizzati dal contenimento forzoso in ambienti di apprendimento sempre più impoveriti di servizi e sovraccarichi di burocrazia.

La scuola deve essere aperta non al capitale ma alla società e alle sue componenti tutte perché possa diventare motore di una formazione permanente volta alla promozione culturale del singolo e della collettività. Deve essere una scuola aperta nel pomeriggio, capace di trasformarsi in incubatore di iniziative culturali, sociali, ricreative, sportive… capaci di riaccendere i connettori della socialità territoriale. In questa scuola devono essere gli studenti i primi protagonisti della sua vivibilità restituendo ad essi la facoltà di programmare l’ambiente scolastico non solo per la propria formazione ma anche per il proprio tempo libero. Una scuola che forma tutte e tutti e che punta davvero al recupero degli insuccessi scolastici deve prevedere attività retribuite dei docenti in orario pomeridiano per azioni di sostegno educativo e disciplinare. Deve altresì ridisegnare la didattica aprendo a sperimentazioni radicali in cui il fare sia la chiave dell’apprendere. Ma il piacere dell’insegnare e dell’apprendere passa anche attraverso momenti di approfondimento sulle tematiche di più stringente attualità; si tratta di un processo che può e deve contemplare momenti di svago consapevolmente costruiti in chiave educativa, capaci di agire anche da camera di compensazione rispetto alle eventuali difficoltà relazionali dell’ambito famigliare e alle insidie di una società che propone i centri commerciali come unico luogo di aggregazione e socialità. Come del resto la scuola può e deve diventare il luogo della formazione permanente degli adulti, non solo in chiave professionale ma anche per la crescita personale, intellettuale ed umana di ciascuno.

Riformare la scuola deve significare ripensare radicalmente l’attuale subordinazione al mondo dell’impresa, far diventare le scuole luoghi liberati per il tempo personale e per il territorio, occasioni di rilancio di quel nuovo protagonismo giovanile di cui si avverte fortemente la necessità.