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Le “narrazioni” del governo e la realtà – L’alternativa da costruire

di Franco Turigliatto

Renzi e i suoi compari di governo, instancabili affabulatori, cantano le lodi di se stessi e delle loro imprese, raccontandoci di un paese in piena ripresa economica, sociale e politica che starebbe diventando sempre più perfetto grazie alle “riforme” che hanno sconvolto la società italiana (dal decreto Poletti al Jobs Act, dalla buona scuola alla riforma elettorale). Il presidente del Consiglio si sta costruendo anche un presunto scontro con la Merkel sulle politiche di austerità in Europa: per Renzi sarebbe sufficiente che la cancelliera tedesca fosse un po’ meno dogmatica e rigorista e tutto diventerebbe perfettibile. Difficile non vedere in queste “manovre europee” la preoccupazione di Renzi di vedersi bocciare tra qualche mese dalle istituzioni europee la legge di stabilità costruita sull’aumento del deficit di bilancio che passerà dall1,6 al 2,6% (Ma non era la causa di tutti i mali questo deficit?!)

Per quanto riguarda l’esaltazione della nuova legge elettorale (l’Italicum) dopo la problematicità dei risultati spagnoli, Renzi sta solo confermando quando già si sapeva, cioè l’antidemocraticità e l’anticostituzionalità della sua creatura (come per altro delle modifiche istituzionali) volta a garantire in ogni caso a un modesto partito di maggioranza relativa e minoritario nella società, un’enorme maggioranza parlamentare e il conseguente potere politico.

Narrazione o ideologia

Viene usato abitualmente il termine “narrazione” per indicare le modalità con cui un determinato soggetto o gruppo sociale racconta e interpreta la realtà; è un vocabolo aulico che ha lo scopo di valorizzare e rendere credibile quello che i potenti ci raccontano. I marxisti usano invece un altro termine: parlano di “ideologia”, di falsa coscienza, cioè di una lettura della realtà travisata, funzionale agli interessi di una classe, in questo caso della borghesia, per far accettare ai lavoratori le loro politiche economiche e sociali. Le narrazioni di Renzi e soci sono quindi delle vere e proprie costruzioni ideologiche o, per usare il linguaggio popolare del bar, delle frottole seriali.

Tuttavia Renzi ha ragione di cantare vittoria dal suo punto di vista e della classe borghese che rappresenta: il governo è riuscito a infliggere una serie di pesanti sconfitte al movimento dei lavoratori, ai suoi diritti fino alla cancellazione definitiva dello statuto dei lavoratori, garantendo gli interessi delle forze padronali.

Esaminiamo ora alcuni fatti concreti.

L’economia

Una significativa ripresa dell’economia capitalistica e di quella italiana in particolare non è nella realtà: i deboli indici positivi della crescita del PIL sono un dato quasi obbligato dopo lo sprofondo che c’è stato dal 2007 in poi, più una reazione meccanica di rimbalzo che segue la drammatica e duratura caduta economica e produttiva (-25% la produzione industriale) che non un segnale reale di inversione di tendenza. Inoltre questa debolissima ripresa, come rileva l’editorialista del Sole 24ore del 23 dicembre, ha potuto godere nel 2015 “di almeno tre fattori internazionali che ci hanno aiutato a riportare il segno più: costo del petrolio basso, quantative easing, euro debole” mentre il nuovo anno presenta un quadro molto più difficile segnato dal rallentamento dei tassi di crescita delle economie emergenti, come la Cina o l’India, che avevano “trascinato” l’economia mondiale e dalle nere nubi che continuano a volteggiare sul cielo del sistema capitalista, (si legga l’articolo di M. Husson su questo sito).

L’occupazione

Per quanto riguarda l’occupazione le cifre continuano a essere da paura: 3 milioni di disoccupati (poco meno del 12%), a cui si aggiungono altri tre milioni di persone che non cercano neppure il lavoro; il modesto aumento degli occupati nell’ultimo anno è avvenuto a totale vantaggio delle forme contrattuali a termine, mai così tante nel nostro paese, (2 milioni 560 mila lavoratrici/tori con contratto a termine, il 14,6% come certifica l’Istat). Fallimento quindi del Jobs Act? Certo dal punto di vista dei lavoratori; non da quello di Renzi e Poletti il cui obiettivo era proprio quello di creare qualche posto di lavoro in più, ma senza diritti, regalando, con il contratto a tutele crescenti, 20.000 euro ai padroni per ciascun lavoratore assunto.

Poletti in una intervista alla Stampa del 29 dicembre riconferma quello che da sempre è il suo credo, che l’impresa (e quindi il profitto) devono essere al centro del mondo: “L’occupazione non può essere una variabile indipendente. Dobbiamo fare in modo che le nostre imprese crescano… Gli italiani devono innamorarsi di più delle loro aziende perché il futuro di questo paese è legato al futuro delle sue aziende…. Il Jobs Act è una delle condizioni fondamentali perché questo avvenga”. Direbbe il Fantozzi di Paolo Villaggio “Come è buono padrone”.

La scuola

Le lavoratrici e i lavoratori della scuola sono quelli che hanno dato più filo da torcere al governo nell’ultimo anno con la lunga lotta di primavera anche se sono stati sconfitti. La controriforma di Renzi fa un grande passo avanti nella aziendalizzazione e privatizzazione della scuola, affida poteri enorme ai presidi dirigenti, divide in tutte le forme possibile gli insegnanti per renderli ricattabili e subalterni al potere e tanto meno risolve il problema dei precari. Mentre in molte scuole a dicembre è ancora il caos dei posti e degli insegnamenti, il governo ha dato di volta in volta numeri assai diversi sul numero di precari assunti con contratto pieno e regolare: in ogni caso i nuovi assunti, dopo averne maturato il diritto in anni di precariato, sono stati immessi a condizione peggiori che i propri colleghi in passato, essendo stati costretti a emigrare o a coprire posti non coerenti con la propria materia di insegnamento. Inoltre va ricordato che i 100mila assunti costituiscono solo una parte limitata dell’enorme numero di insegnanti precari che in tutti questi anni hanno garantito che la scuola potesse andare avanti.

(Si rimanda all’articolo Le bugie del governo, la privatizzazione della scuola e la lotta necessaria)

La legge di stabilità

Poi c’è la legge di stabilità, di cui poco si è discusso, passata quasi sotto silenzio, mentre invece sarebbe stata necessaria una mobilitazione per contrastarla: una legge di stabilità che regala sotto varie forme alcuni miliardi ai padroni, (ancora di più nel 2017 quando scatterà la riduzione dell’IRES cioè dell’Imposta sul reddito delle società, al 24%), che taglia la spesa pubblica di molti miliardi, che colpisce a fondo il servizio sanitario nazionale con effetti devastanti, che mortifica milioni di lavoratori pubblici che hanno i loro contratti bloccati dal 2010; una legge che trova però il modo di finanziare le misure securitarie e di mantenere il ruolo militare dell’Italia in giro per il mondo; che elargisce qualche modestissima mancia in vista delle prossime elezioni di primavera; una legge che trova i soldi per qualche elemosina in più per i diseredati penalizzando le pensioni e i salari e non colpendo i redditi dei ricchi.

Infine una legge che si guarda bene dal mettere mano alla vergognosa controriforma Fornero sulle pensioni. Dal 2016 le donne dovranno lavorare 22 mesi in più per gli effetti delle norme di quella legge; per uomini e donne ci saranno poi altri 4 mesi in più per l’adeguamento alle speranze di vita ed infine scatterà la revisione dei coefficienti per determinare (al ribasso) la quota contributiva della pensione: una vergona che Renzi si è guardato bene dal modificare.

Le banche

Poi ci sono le banche, quelle simpatiche istituzioni che negli anni passati sono state salvate in molti paesi grazie ai soldi pubblici, che hanno ricevuto dalla BCE vistosi prestiti a tasso zero, senza che queste risorse si trasferissero nell’attività reale produttiva ed artigianale del paese, quelle che lucrano sui bisogni di finanziamento dei piccoli imprenditori, commercianti, artigiani, sulle richieste di mutuo per la casa delle famiglie, quelle che obbligano i loro impiegati a vendere ai cittadini il pericoloso miracolo dei prodotti derivati, questa vera magia del capitalismo moderno, una ricchezza fittizia, un diritto di prelievo su una presunta futura ricchezza, dimenticandosi che la ricchezza può essere prodotta solo realmente dall’attività del lavoro umano. Ma padroni e banche in questi anni hanno saputo inverare la ricchezza fittizia tramite il taglio dei salari, delle pensioni, della spesa sociale, cioè rubando le risorse alle classi lavoratrici.

I decessi

Poi, inaspettato ed inspiegabile si è prodotto un altro fenomeno, grave e doloroso; nell’ultimo anno c’è stata una impennata senza precedenti della mortalità (+11%), un dato che trova riscontro solo negli anni bui dell’ultima guerra. Ma non siamo in guerra, quindi perché?

In realtà in questi anni è stata imposta una guerra particolare. Il ricatto del debito è stato usato per distruggere lo stato sociale, per far crescere disoccupazione, precarietà, bassi salari, per tagliare le pensioni, per colpire sanità e interventi pubblici sociali, per creare marginalità e povertà; quando in un paese come il nostro ci sono 10 milioni di poveri, quando ormai alcuni milioni di persone non riescono più accedere alla sanità, quando il servizio sanitario si degrada, quando si riduce la prevenzione, perché stupirsi che i decessi aumentino così gravemente. Questo solo fatto porta sul banco degli imputati tutta una classe dirigente, i loro politici e i loro media, tutti quelli che hanno voluto e gestito il massacro sociale.

Non piove, governo ladro

Da ultimo c’è la calamità naturale. Si erano appena spenti i riflettori sullo spettacolo del COP21 di Parigi (vedi l’articolo di D. Tanuro) salutato dai media come un grande successo, quando i giornali hanno dovuto prendere atto di una realtà ambientale ben visibile da settimane per chi voleva vedere, per chi solo conosce un poco la natura, le stagioni e i fenomeni atmosferici: non piove da mesi, le montagne non sono bianche, ma marrone grigio, (non c’è la neve che dovrebbe tramutarsi in benefica acqua in primavera) i campi patiscono la siccità, le temperature sono anormali. Tutto il ciclo naturale è sconvolto con conseguenze imprevedibili. Ma nessuno ha suonato le campane; i sindaci hanno aspettato che le città soffocassero per cercare di prendere qualche modesta misura; il governo di Renzi non ha previsto, non ha agito; nessuna azione radicale complessiva e di lungo periodo viene pensata e messa in atto. Si fa la danza della pioggia.

Il pericolo più grave viene dallo sconvolgimento della natura stessa sotto i colpi di uno sviluppo irrazionale e distruttivo della produzione e delle forme di accumulazione del sistema capitalista che sempre meno garantisce condizioni di vita decenti, anche solo quelle che le lotte dei lavoratori per un breve periodo e per un numero ristretto di paesi erano riuscite a conquistare limitando un poco l’arbitrio dei capitalisti.

La narrazione di Renzi è dunque farlocca.

Costruire l’alternativa a Renzi e alla Confindustria, al capitalismo

Resta drammatico per il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori il problema di costruire una risposta di lotta a questo mare di merda, a queste tonnellate di bugie, a questo durissimo attacco all’insieme dei diritti e delle condizioni di vita.

Come costruire una risposta sociale e politica alle scelte distruttive delle classi dominanti e dei loro governi? Come ridare fiducia nella possibilità di costruire una resistenza vincente al corso degli avvenimenti e una reale prospettiva democratica ed ecosocialista?

La prima parola dovrebbe spettare alle grandi organizzazioni sindacali, che ancora godono dell’adesione di milioni di lavoratrici e di lavoratori, e che invece si sono piegate (per le scelte delle loro direzioni) materialmente ed ideologicamente al carro della Confindustria e della classe padronale. In questo modo hanno alimentato la sfiducia e la demoralizzazione in vasti settori di massa.

Eppure lotte e resistenze si manifestano ancora, sono molti ancora che non vogliono piegare la testa, che non sopportano che altri decidano del loro destino, del loro posto di lavoro, che non vogliono accettare forme di sfruttamento sempre più pesanti.

Per questo vanno sostenute tutte le iniziative sindacali e di lotta, tutte le attività di quelle forze e correnti sindacali di classe che stimolano le mobilitazioni, il protagonismo dei lavoratori e le lotte parziali in atto cercando di coordinarle.

La forze della sinistra (intendiamo quelle che si collocano alla sinistra del PD), dovrebbero provare a contrastare il corso moderato che investe loro stesse e la loro subordinazione ai gruppi dirigenti burocratici dei sindacati; dovrebbero smettere di occuparsi solo e soprattutto di come costruirsi la rappresentanza parlamentare, magari per poter contrattare da una migliore condizione di forza un nuovo rapporto col PD, sapendo invece creare un fronte reale di unità d’azione, materiale e concreta, di denuncia forte e radicale delle nefandezze del sistema, di smascheramento di tutti coloro che sostengono e avallano le scelte padronali e governative, ma soprattutto ad aiutare a costruire mobilitazioni e lotte con tutti coloro che nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri, nei territori provano a tradurre la rabbia e la disperazione presenti in azione collettiva, in crescita sociale e politica.

Le ragioni di Sinistra Anticapitalista

Per tutte queste ragioni la nostra organizzazione manterrà una pratica costante di ricerca dell’unità d’azione sugli obiettivi specifici di lotta e nelle mobilitazioni con tutte le forze sociali e politiche disponibili a costruire la resistenza e l’opposizione alle politiche del governo e della Confindustria.

Sarà disponibile a ricercare con altre forze politiche che si dichiarano anticapitaliste le convergenze programmatiche e strategiche necessarie per costruire quando sarà possibile un partito più forte, radicato ed efficace.

Da subito continuerà l’attività di agitazione e denuncia del sistema capitalista difendendo il progetto e la possibilità di costruire un’alternativa ecosocialista e democratica alle barbarie attuali.

Oggi i nostri avversari di classe puntano sulla demoralizzazione e sulla rinuncia alla lotta; è il regalo che si aspettano da parte delle classi lavoratrici; il regalo che queste stesse si devono fare è invece di continuare a lottare per una società diversa.

Di fronte ad un avversario così forte ed organizzato e che dispone di mezzi senza precedenti per imporre le sue leggi e la sua lettura del modo, serve l’iniziativa sociale e sindacale, ma serve più che mai costruire anche l’organizzazione politica collettiva. Non si può farne a meno rifugiandosi soltanto in un movimentismo molte volte minoritario, in ogni caso parziale, o nella creazione di isole “liberate” dal dominio del mercato e del capitale, perché sarebbe una pura illusione.

Il regalo che dobbiamo fare alla classe lavoratrice per il prossimo anno e che chiediamo a tutti i nostri simpatizzanti ed interlocutori, ai militanti sociali e sindacali, lavorando contro lo spirito reazionario dei tempi, contro le politiche dell’austerità, contro il razzismo e il fascismo, per l’unità degli sfruttati e degli oppressi nel nostro paese e per una attività internazionalista di unità delle classi lavoratrici, è un rinnovato impegno politico individuale e collettivo, per costruire insieme una organizzazione rivoluzionaria e democratica, per una alternativa di società, di giustizia sociale, di solidarietà, per conquistare un futuro libero dalla violenza, dall’oppressioni e dalla minaccia sempre più incombente della distruzione ambientale.