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Le bugie del governo, la privatizzazione della scuola e la lotta necessaria

di Francesco Locantore

Dopo due mesi dall’avvio dell’anno scolastico e l’applicazione della legge 107 (la cosiddetta “Buona scuola”) possiamo fare un primo bilancio su alcuni aspetti della riforma della scuola proposta dal governo Renzi. Cominciamo dallo sfatare i miti messi in circolazione dal governo e ripresi dalla stampa accondiscendente.

Primo: la legge ha consentito l’assunzione di 100mila docenti a tempo indeterminato, tornando ad investire sulla scuola pubblica.

Il movimento della primavera aveva già sollevato il punto che i precari della scuola hanno maturato in base alla normativa vigente il diritto ad essere stabilizzati, e per questo l’Italia è stata già condannata dalla Corte di giustizia europea e dovrà risarcire i danni a chi ha lavorato a tempo determinato per oltre tre anni. Per risolvere la questione dei precari sarebbe stato necessario assumere da subito tutti i lavoratori che hanno occupato per anni posti vacanti, restituire alla scuola le cattedre cancellate con le riforme dei governi precedenti, in particolare dal governo Berlusconi con la ministra Gelmini e il ministro Tremonti, che hanno previsto una riduzione strutturale delle risorse per l’istruzione pubblica, che ha portato alla sottrazione di oltre 15 miliardi di euro negli ultimi sei anni. Invece il governo ha assunto i precari a condizione di un peggioramento sostanziale della condizione lavorativa di tutto il personale della scuola, a cominciare proprio dagli ultimi arrivati, i precari appunto. Pochi fortunati rientranti nella prima fase (corrispondenti alle normali assunzioni programmate di anno in anno per sostituire i pensionamenti), sono stati assunti a condizioni simili ai loro colleghi già in ruolo. Per questi, come per i vecchi colleghi, vale la novità che qualora si chiedesse un trasferimento in altri istituti o province o su altre materie, anziché ottenerlo in base al punteggio maturato con gli anni di servizio, questi verranno inclusi in albi territoriali a disposizione della scelta dei dirigenti di ciascuna istituzione scolastica. Poi ci sono i precari che sono stati assunti nella fase B, anche questi su cattedre libere, ma non necessariamente nella provincia da loro scelta. Questo meccanismo perverso ha portato al trasferimento coatto di decine di migliaia di lavoratori, che potevano solo scegliere di accettare il posto offerto magari in una provincia lontanissima, abbandonando il proprio territorio e gli affetti, oppure di smettere per sempre di lavorare nella scuola, essendo in caso contrario depennati dalle graduatorie. Infine sono arrivate nelle ultime settimane le assunzioni sulla fase C, che non sono assunzioni su cattedra ma su “organico di potenziamento”. Questo nella pratica significa che gli ultimi assunti andranno a coprire i buchi lasciati da assenze dei loro colleghi, indipendentemente dalla materia per cui si sono specializzati ad insegnare, potendo essere utilizzati anche per lunghi periodi su materie giudicate “affini”. Assunti a tempo indeterminato ma demansionati a supplenti brevi, questi ultimi saranno inseriti da subito negli albi territoriali e si troveranno in una posizione di maggiore ricattabilità da parte dei dirigenti scolastici. Inoltre toglieranno la possibilità di essere chiamati per le supplenze alle decine di migliaia di docenti abilitati ma non ancora inseriti nelle graduatorie ad esaurimento che non sono rientrati nel piano di assunzioni. Per quelli tra di loro che hanno già lavorato per oltre tre anni inoltre la legge vieta l’assunzione a tempo determinato. A questi è stato promesso un concorso, ma su quali posti? Rimane solo da adibire gli insegnanti alle mansioni svolte oggi dal personale tecnico e amministrativo e dai collaboratori scolastici. Queste figure professionali infatti sono sempre più carenti nelle scuole e per loro non è stata prevista nessuna assunzione, né a tempo indeterminato né determinato, visto che la legge di stabilità del 2015 vieta addirittura la sostituzione per i primi 7 giorni di assenza.

Secondo: il governo ha dato l’opportunità di spendere 500€ per ogni anno scolastico in formazione, attività culturali e acquisto di hardware a tutti gli insegnanti.

Bisogna precisare che i 500€ sono destinati ai soli insegnanti a tempo indeterminato, discriminando ingiustamente ancora una volta i precari. Per loro questa è la beffa che si aggiunge ai danni economici che stanno subendo. Infatti circa 80mila precari della scuola in servizio dall’inizio dell’anno scolastico non hanno infatti ancora percepito lo stipendio di novembre, dopo aver dovuto lottare con l’INPS che ha accumulato ritardi enormi nell’erogazione della nuova indennità di disoccupazione NASPI, ridotta nell’importo da quest’anno e in più pagata dopo tre o quattro mesi dalla richiesta!
Lasciando da parte i precari, il contributo dei 500€ annui costituisce un insulto anche per chi li ha percepiti. A fronte del blocco salariale dei dipendenti pubblici che dura da ormai oltre sei anni e che è costato agli insegnanti una perdita di potere d’acquisto di oltre 10mila euro di reddito (secondo le stime più conservative), oltre alla perdita salariale determinata dalla cancellazione del primo gradone e dall’eliminazione di un anno nel computo dell’anzianità ai fini economici, si sbandiera questa pidocchiosa elemosina, per cui bisognerà anche rendicontare di averla spesa per le finalità decise dal governo. In tante scuole inoltre i dirigenti stanno chiedendo di versare una parte di quella somma come quota di iscrizione a corsi di formazione che i docenti sono obbligati a frequentare, dato che la legge non prevede stanziamenti per la formazione obbligatoria del personale. Quello che si è dato con una mano, lo si riprende con l’altra.
Ovviamente la finalità di questa elargizione straordinaria non ha tardato a palesarsi: il governo ha proposto di stanziare nel progetto di legge di stabilità del 2016 circa 300 milioni di euro, corrispondenti ad un aumento medio di 8 euro lordi al mese. I 500 euro dovrebbero quindi servire a tenere buono il settore che si è dimostrato più combattivo tra i dipendenti pubblici.

Se questo è solo l’inizio dell’applicazione della riforma della scuola, ciò che deve ancora venire rischia di confermare le peggiori previsioni avanzate dal movimento della scorsa primavera. Lo strapotere che la legge assegna ai presidi deve ancora esplicarsi a pieno con la valutazione dell’operato dei docenti da parte dei dirigenti. In molte scuole si sta ritardando l’elezione dei comitati di valutazione che dovranno stabilire i criteri per l’attribuzione dei bonus di merito (i premi di produzione), prima o poi bisognerà  nominarli, anche perché questi stessi comitati hanno il compito di validare l’anno di prova dei nuovi docenti assunti. Inoltre dal prossimo anno scolastico i dirigenti potranno selezionare una parte sempre più consistente dell’organico del proprio istituto scegliendo i docenti dagli albi territoriali.

Un altro aspetto della riforma che troverà attuazione durante l’anno sarà il raddoppio delle ore di alternanza scuola lavoro (e il suo inserimento anche in scuole non professionalizzanti), che regalerà alle imprese milioni di ore di lavoro gratuito di giovani studenti sottratti ai processi di apprendimento e inseriti prematuramente nei meccanismi di sfruttamento capitalistico. E’ l’applicazione forzosa del Jobs Act sui ragazzi in età di obbligo scolastico, con i nuovi contratti di tirocinio.

Per i disabili, su cui è prevista una delega al governo, è prevista una svolta a 180 gradi rispetto alle politiche di integrazione che si sono affermate in Italia dagli anni 70. Gli insegnanti di sostegno, che sono oggi a tutti gli effetti degli insegnanti, non potendo prendere la specializzazione sul sostegno se non dopo essersi specializzati sulla propria materia, diventeranno specialisti nella sola didattica speciale, magari su una singola tipologia di disabilità, contribuendo ad isolare i disabili dal gruppo classe in cui con molta fatica e con poche risorse si è provato ad inserirli negli ultimi anni.

Infine, un ultimo aspetto riguarda i precari della scuola di domani, che saranno degradati a tirocinanti e che faranno nei fatti supplenze sottopagati anche rispetto ai precari di oggi. Infatti a regime la riforma prevede un sistema di reclutamento per il quale dopo aver vinto un concorso, i neo immessi saranno assunti con un contratto di apprendistato di tre anni, per cui è previsto un salario minimo di 400€ mensili.

Su queste questioni ed in generale sull’attuazione della legge 107 è necessario mantenere la mobilitazione nelle scuole ed estenderla agli studenti. Purtroppo nell’autunno i sindacati che avevano cavalcato il movimento in primavera, hanno avuto un ruolo nefasto. Neanche un’ora di sciopero è stata indetta contro la riforma e per il rinnovo del contratto, si sono date indicazioni confuse ai lavoratori nelle assemblee sindacali, all’insegna della limitazione del danno, si sono abbandonati nei fatti gli ambiti di movimento in cui si proponeva il rilancio della mobilitazione, come le assemblee autoconvocate, non si è dato seguito alle iniziative proposte dall’assemblea nazionale della scuola dello scorso 5 ottobre a Bologna. Bene hanno fatto i sindacati di base ad indire lo sciopero lo scorso 13 novembre, che però non ha avuto le dimensioni adeguate a rispondere agli attacchi portati dal governo all’istruzione pubblica. La posta in gioco è alta, o si riuscirà nella prossima fase a rimettere in campo una mobilitazione generale della scuola, questa volta coinvolgendo a pieno titolo gli studenti, oppure ciò che è destinato a passare attraverso le deleghe e il rinnovo della parte normativa del contratto sarà l’aziendalizzazione delle scuole, la squalificazione della maggior parte degli istituti e un peggioramento definitivo delle condizioni di lavoro e di studio.