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Sovrappopolazione e Capitale

Contributo alla discussione congressuale nazionale di Sinistra Anticapitalista

di Giorgio Carlin (Sinistra Anticapitalista Torino)

Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto.
Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali,
ed è così forte che egli non può più chiuderle.
Questa tempesta spinge irresistibilmente nel futuro, cui volge le spalle,
mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo”.
Walter Benjamin, Nona tesi su concetto di storia
(su “Angelus Novus” di P.Klee)

Mi ha colpito molto la drammaticità della crisi ambientale del pianeta descritta da Daniel Tanuro in “Di fronte all’urgenza ecologica..”.

Vorrei aggiungere alcune riflessione a proposito della sovrappopolazione “assoluta” e la strategia del Capitale. Chiarisco che si parla di sovrappopolazione assoluta per intendere una densità umana incompatibile comunque con qualunque progetto di convivenza degno di questo nome, mentre la s. relativa, di marxiana memoria, si riferiva al modo di produzione dominante, in cui dai semplici raccoglitori al più evoluto sistema industriale si potevano alimentare popolazioni umane crescenti. E’ evidente che l’eventuale “spinta progressiva” dello sviluppo demografico si stia capovolgendo.

Non è che l’uomo (ma anche altre specie animali) non sia riuscito a creare disastri ambientali anche con relativamente piccole comunità. Solo alcuni esempi eclatanti (citati da lettore curioso e non certo specialista):

Le popolazioni siberiane che nella preistoria, attraverso lo stretto di Bering, hanno popolato le Americhe, nel loro passaggio verso sud hanno praticamente distrutto la fauna- e di conseguenza anche parte della flora- che popolava il nuovo continente. Pochissimi milioni, forse meno, di cacciatori hanno estinto non solo mammouth e tigri con i denti a sciabola ma anche gazzelle e cavalli. E la storia si vendica, i cavalli ritornarono in America con gli spagnoli e la mancanza di questo strumento militare fu una delle cause della sconfitta dei popoli incaici. Nell’isola di Pasqua il conflitto tra due etnie portò ad un paranoico proliferare di elementi simbolici, ad un conflittuale e delirante sviluppo demografico (permesso proprio da una natura rigogliosa e favorevole) ed all’estinzione poi della vita stessa.

Diverso fu il caso delle crisi agricole nell’impero romano; per prime furono colpite le ricche ed allora fertili province del nord Africa, la monocultura granaria favorì quel processo di desertificazione che da allora non si è arrestato. Poi la crisi da sovrasfruttamento colpì la Sicilia, infine anche il resto della penisola, aggravata dal passaggio da una agricoltura contadina al latifondo schiavistico. Quest’ultimo fenomeno, oltre a dimostrare la tesi che bastavano gli allora 5/7 milioni di abitanti della penisola a guastarla anche senza bisogno della chimica, denuncia anche l’influenza del cambiamento di un modo di produzione (lo schiavismo) anche sugli equilibri ecologici.

Come non potrebbe essere determinante il capitalismo odierno nella crisi ambientale?

Un capitalismo in cui i padroni sono ormai totalmente slegati da insediamenti (e responsabilità quindi) originarie, in cui il massimo orizzonte temporale possibile è il trimestrale di cassa? In cui lo stesso proprietario di titoli derivati non può neanche sapere cosa possiede realmente? In cui non esiste alcun confine morale, ma neanche legale, tra profitto e rapina?

Nell’articolo di Tanuro la denuncia di questa aggressività del Capitale e la puntuale elencazione delle sue drammatiche conseguenze occupa quasi tutto lo spazio, lasciando un po’ in ombra l’elemento della sovrappopolazione assoluta. C’è la giusta denuncia di posizioni ecologiste borghesi che vedono nella s. la causa principale se non unica della crisi ambientale ma non ci si sofferma sulla responsabilità diretta del capitalismo nella s.

Un termometro del fenomeno e delle sue responsabilità sono le migrazioni. Oggi una delle cause che spinge quelle nordafricane verso l’Europa sono le conseguenze delle dissennate guerre della Nato in Afganistan, Iraq, Libia e Siria. Prima ancora, la guerra alla Jugoslavia aveva causato la diaspora dei Rom di Bosnia. Ma non va dimenticato che, al di là del momento particolare, la gran massa dei profughi viene dall’Africa sub sahariana e sono comunque essenzialmente “profughi economici”. La sovrappopolazione in quei paesi nasce dalla, seppur embrionale ed insufficiente, rivoluzione medica di questi decenni che non si è accompagnata con una evoluzione culturale fondata necessariamente sulla emancipazione delle donne con la conseguente autodeterminazione riproduttiva. Molti dei conflitti in Africa sono causati, o comunque aggravati, al di là dei soliti maneggi neocoloniali che non mancano mai, dalla s. Conflitti che restavano frizionali tra etnie, religioni e pastori v/s agricoltori si sono trasformati in genocidi sotto la pressione della mancanza di risorse elementari. Il Ruanda era un paradiso terrestre (banalizzato nella solita “Svizzera dell’Africa”) in cui convivevano senza eccessive difficoltà due etnie molto diverse. Il costante raddoppio della popolazione ogni vent’anni, ha portato a non avere più terra, acqua e risorse in genere. E’ bastata una scintilla, aggravata dalle solite congiure neocoloniali, per far scoppiare una guerra che aveva il genocidio non come tragico sottoprodotto della violenza bensì come obbiettivo. Quando un pacifico agricoltore prende un machete e stermina l’intera famiglia dei suoi vicini evidentemente c’è un problema più grande di quello etnico. Non è solo la fame, vi è anche un’esigenza prossemica, di puro e semplice spazio che se non risolta moltiplica l’angoscia e l’aggressività.

In Africa oggi vi sono 1,2 miliardi di abitanti, le proiezioni ci dicono che nel 2100 saranno 4,5 miliardi (Le Monde Diplomatique nov. 2015) e che solo misure molto radicali potrebbero far discostare le previsioni da questa cifra agghiacciante. O vogliamo che, detto con la necessaria brutalità, l’unico controllo delle nascite venga esercitato dall’AIDS e dai conflitti etnico religiosi?

Si dà la colpa, con buone ragioni in genere, della mancanza di pianificazione demografica alle religioni. In specie all’Islam. Ma non è sempre vero. Cito un caso, non a caso-se permettete il bisticcio- poco noto: l’Iran. Profughi iraniani, tranne qualche ben motivato oppositore politico, non c’è né. In Iran la popolazione è stabilizzata, non solo nelle grandi città dove ha raggiunto livelli europei intorno a 1,5 figli per donna, ma anche nelle campagne. Qualche anno fa, era il 1989 mi pare, gli Iman avevano lanciato una fatwa “ Il controllo delle nascite non solo non è peccato ma è un preciso dovere islamico!”.. I risultati economici non sono mancati, la precondizione di un decollo industriale è oggi la stabilizzazione demografica per non essere costretti unicamente a rincorrere una emergenza alimentare; la Cina è stata in questo un esempio virtuoso (malgrado i metodi adottati, spesso ripugnanti) con la sua politica del figlio unico.

Ben diversa è la situazione in nord Africa. La sopraffazione demografica è uno degli strumenti della lotta tra fazioni ed integralismi religiosi. E’ presente anche nel conflitto israelo – palestinese: la densita demografica, rapportata alle risorse dei territori, renderebbe difficile una composizione del contrasto anche nella auspicata ipotesi di una sconfitta del sionismo e della costituzione di uno stato binazionale. Così come è poi oggettivamente problematico il legittimo rientro dei profughi: ma dove, in che spazi?

Negli altri paesi del nord Africa non è meglio, l’Islam tradizionale (ma abbiamo visto che non è il solo) persegue una politica demografica risolvibile solo con una jahad espansionistica. Le madrase (scuole coraniche) raccolgono i bambini che le famiglie non potrebbero mantenere, li nutrono imbottendoli anche di superstizioni e fanatismo per poi troppo spesso venderli, una volta adulti, come schiavi o jahdisti. Il tutto con i soldi degli emiri, che preferiscono garantirsi il potere con qualche elemosina mirata piuttosto che con un welfare popolare. E d’altronde il welfare migliore di tutta l’Africa non ha salvato la vita a Gheddafi, ucciso dalla tenaglia dell’islamismo separatista e degli appetiti neo coloniali anglo-francesi.

Certo, sono situazioni complesse ben oltre la mia piccola sintesi selvaggia.

Resta che “l’emergenza immigrazione” non è solo una boutade giornalistica ma un fenomeno reale. E’ meglio digerita dai paesi vicini dell’area: lo strumento sono i campi profughi, enclave di qualsiasi dimensione gestiti e spesati, in stretta economia, da organismi internazionali. Soluzioni impossibili in Europa, la coscienza civile, per quanto pelosa.., e soprattutto il timore sociale ci impedirebbe di accettare quelle realtà pericolosamente simili a dei grossi Cie.

Troppo spesso, a sinistra, si annega questo problema con mari di melassa e buoni sentimenti negando la “naturalità” della reazione degli autoctoni ad una immigrazione che superi un certo livello. E’ normale la diffidenza e l’allarme nei confronti di presenze esterne, soprattutto quando si presentano difficilmente integrabili in usi e costumi locali. Il razzismo è un’altra cosa, è quello dei colonizzatori o di chi lo usa come copertura ideologica per uno sfruttamento considerato socialmente inaccettabile dai locali.

Questo processo, cioè massiccia immigrazione di “altri”, quindi la sequenza: sospetto e conflitti, infine contatto e progressiva integrazione (nei due sensi ovviamente), l’abbiamo vissuto a Torino negli anni ’60 e ’70. Non è stata certo una passeggiata, ma alla fine gli autoctoni sono usciti dal dialetto, hanno imparato a mangiare abitualmente la pasta ed uscire la sera, i meridionali ad accettare la parità con le loro donne e non togliersi più il cappello davanti ai signori. Perchè tutto ha ri-avuto inizio quando hanno cominciato, locali ed immigrati, a lottare insieme contro il padrone. Non esiste scuola di integrazione migliore della catena di montaggio e, nel campo della riproduzione, delle case popolari. Le donne, dopo essersi guardate in cagnesco per un po’, finiscono sempre per scambiarsi le ricette e quando una dice: “Mi può guardare il bambino un attimo?” vuol dire che il gioco è fatto. E si è pronte, come nella rivolta di Corso Traiano del 1967, a lanciare sui caschi dei celerini le piemontesi i loro gerani e le pugliesi i vasi di basilico. Realizzando in concreto la contemporanea teoria di William Burroughs: “Nessuno manda fiori ai poliziotti, se non tirandoli da una finestra e dentro un vaso”.

Ma c’era la grande fabbrica, le case popolari, un crescente welfare universale che non sottraeva ai poveri per dare ai poverissimi e soprattutto una enorme offerta di lavoro.

Oggi non c’è più niente. Gli immigrati lo sanno e non a caso dicono “Dappertutto, tranne che in Italia!”.

Non è che nel resto dell’Europa vada molto meglio e resta comunque il problema da cui siamo partiti, la sovrappopolazione assoluta.

Nessuno osa dire che la prima, ed unica aldilà dei contingenti soccorsi, soluzione al problema dei profughi è la (ri)costituzione di uno Stato laico e democratico in Siria, con una forte garanzia della cosiddetta comunità internazionale che permetta il rientro dei suoi abitanti. Ma evidentemente non è solo Lotta Comunista a credere alla balla dell’ “inverno demografico” e gli oligarchi europei vedono di buon occhio aumentare di qualche milione i senza lavoro, non si sa mai.

Il capitale ne approfitta, si finge antirazzista ma la verità è che non hai mai abbastanza disoccupati. Per peggiorare le condizioni di sfruttamento deve sempre aumentare a dismisura l’esercito industriale di riserva di buona memoria. E continua a suggerire ai disgraziati, a cui sta per togliere anche l’assistenza sanitaria, che non è più l’Europa a chiedercelo (non funziona più, la Troika ha asfaltato ogni residuo europeismo popolare) ma che “bisogna far fronte all’emergenza immigrazione”, che i poveri (e chi altri?) devono essere generosi ed aiutare i poverissimi. La Lega ringrazia.

Sia chiaro, l’unico modo per dimostrare chi sono i razzisti tra padroni e lavoratori è lottare affinchè anche loro siano trattati (male) come noi e non malissimo come vorrebbero gli schiavisti, impedendo così che autoctoni ed immigrati vengano giocati gli uni contro gli altri. Niente di meglio che appoggiare e favorire la loro autorganizzazione. Con le loro lotte, e successi, nel settore della logistica hanno dimostrato che probabilmente abbiamo poco da insegnare e molto invece da imparare.

Resta la domanda ai migranti che in compagni della mia generazione nasce spontanea e vigliacca: “A parte ovviamente i vecchi ed i bambini, perchè non restate e fate la rivoluzione?”. La verità è che quelli che restano e vogliono la “rivoluzione” -tranne gli eroici Kurdi di Kobane, che vincono pure- vanno con l’ISIS… E’ la crisi mortale della decolonizzazione, ha spento anche la speranza in se stessi e la propria dignità. Non c’è nessun orizzonte laico e sovranazionale, nessun partito Bath originario, nessun leader come un tempo, magari autoritario ma credibile. Poi li trovi a sfilare con il vessillo della Merkel, come fosse la Madonna (un po’ taroccata come la Volkswagen..) e non una delle maggiori responsabili della loro catastrofe. E la Germania, in crisi di immagine, è pronta a riciclarsi come ospitale, mentre appronta qualche legge Harz 5 per inserire, a livelli di di workfare miserabile, anche i freschi immigrati nella loro grande organizzazione Todt.

Bisogna avere il coraggio di dire che la prima cosa, e la più utile, da fare per i profughi non è costruire campi di concentramento più grandi e confortevoli ma far finire la guerra in Siria! Almeno gli imperialismi “classici” una qualche responsabilità sui terreni delle loro scorrerie se la prendevano, cazzo! Oggi affidano la gestione dei territori ai loro sub-imperialisti “straccioni” locali, con i risultati che si vedono.

E poi se la BCE, invece di limitarsi ad innondarne le banche, stampasse un po’ di foglietti con scritto euro e li usasse per finanziare la lotta contro la desertificazione in Mali e Niger potrebbe pagare qualche centinaio di migliaia di posti di lavoro, sottraendoli al Boko Haram. I 400 euro al mese che paga l’Isis potrebbe invece darli l’UE per fare qualcosa di più utile, in prospettiva anche per noi che abitiamo lo stesso pianeta.. Certo, ci vorrebbe un progetto, inevitabilmente indigesto alle multinazionali delle materie prime, ecc. ecc. Meglio il buonismo e che tutto continui così.

Comunque gli oligarchi pensano di cavarsela anche se il clima collassasse definitivamente . Già oggi vivono in paradisi terrestri ”artificiali” con le ville fortificate e le guardie giurate. Non sono nuove le cascine biologiche private in Toscana degli Agnelli, ecc. Se farà caldo in Italia andranno in Alaska…

Uso il termine oligarchi in senso alternativo a quello di “padroni”. Padroni in Italia, in senso classico, se mai ce ne sono stati oggi certo non ne esistono più. Il capitale industriale attivo è ormai appannaggio di padroncini, terzocontisti mediamente disperati ed al confine con gli artigiani, e multinazionali a cui i nostri “padroni” hanno da tempo (s)venduto tutto, per dedicare ogni energia alla speculazione finanziaria. Sono più oligarchi quindi che padroni classici, troppo imbastarditi con politica, criminalità e massonerie per meritare il titolo marxiano di padroni/imprenditori. Elkan visita in gran pompa mediatica le fabbriche (diventate fabbrichette) della FIAT ma poi investe nelle assicurazioni. Perciò, se non fosse stata sputtanata dal populismo di destra, “casta”, vecchia definizione del Gramsci ordinovista, sarebbe la più adatta per definirli. Un esempio per chiarire meglio il mio pensiero: prendiamo i più grandi “padroni” del pianeta, i fondi pensione. Chi detiene il potere ed incassa retribuzioni miliardarie in dollari? Il gestore-manager, che appare volentieri in qualità di semplice “salariato”, oppure quei disgraziati, detentori delle quote e veri padroni dell’impresa, che sperano- se tutto andrà bene- di poter integrare un minimo le pensioni pubbliche ormai in dismissione?

Il privilegio tende ad annidarsi spesso nella gestione piuttosto che nella proprietà.

Ricordate come in TV ogni anno si strappavano i capelli con la storia della crescita demografica zero? Oggi no, perchè temono la Lega, anche se comunque su questo Salvini glissa, certo che i suoi padroncini veneti sognino solo la CRESCITA, una crescita generale, senza aggettivi che finisce per avere più a che vedere con i tumori che con il progresso. Progresso che andrebbe comunque declinato.. All’expo ci raccontano che dovremo diventare 12 miliardi e che gli scarafaggi in fondo sono buoni da mangiare.. loro però continueranno ad insistere con le aragoste, i maiali spagnoli allevati a castagne ed i vitelli giapponesi massaggiati!

Ma perché la nostra fine dovrebbe essere questa? Chi l’ha ordinato? Non ci raccontino di inverno demografico ed equilibrio delle pensioni. Per piacere! Con l’incremento di produttività che c’è stato e soprattutto quello che ci potrebbe essere se solo aumentassero i salari, riducessero la precarietà ed ritornassero le aliquote fiscali agli anni 70′ l’INPS volerebbe! E comunque mancherebbero forze lavoro giovanili, con il 45% dei giovani disoccupati ed i restanti male occupati?!

D’altronde è evidente la “crisi” demografica in Occidente. Gli unici che, a livello popolare, possono permettersi responsabilmente dei figli sono le coppie che lavorano entrambi (e non hanno anziani in famiglia da aiutare). Ma con la dittatura attuale sui turni di lavoro, il costo degli asili e le nonne in pensione a 67 anni, se magari affrontano con baldanza giovanile l’avventura del primo figlio non sono certo disposti a sobbarcarsi il calvario di un secondo.

Il socialismo, ce l’ha detto Marx, non è redistribuzione della miseria ma della ricchezza. Tutto il ‘900 è stato purtroppo un disperato tentativo della sinistra di realizzare la prima ipotesi. Perchè aumenti la ricchezza pro capite, visto che il numeratore per questioni ecologiche non può che diminuire occorre una distribuzione più egualitaria dei beni al denominatore (il numero degli umani). Numero che comunque nessuna maledizione ci obbliga ad aumentare. Ogni comunità ha una responsabilità demografica che non si risolve con la pur doverosa solidarietà “ex post” dei popoli vicini.

L’uomo ha anche un ineliminabile bisogno di spazio, un’agricoltura non avvelenata ma sostenibile non può che nutrire meno individui e sulla terra ormai devastata ci sono i diritti alla vita anche di altre specie animali e piante (non solo quelli/quelle edibili !). Micromegas di Voltaire definiva un “formicaio umano” la Terra, ed allora eravamo 790 milioni.

Lo stesso concetto di “sovranità alimentare” e ritorno ad un’agricoltura contadina presuppongono una ragionevole (ma non per questo meno necessaria) riterritorializzazione dell’economia e quindi un ritorno ad un ruolo di pianificazione degli Stati, che non può prescindere dall’obbiettivo di un livello demografico sostenibile.

E’ importante che ogni paese raggiunga una propria sovranità alimentare, che poi è un’estensione del Km. Zero ed al netto degli scambi esteri, come premessa per la possibilità di autodeterminare democraticamente le proprie scelte, senza essere costretti a subire ricatti esterni. Questo implica dover adeguare la propria impronta ambientale, e quindi anche la propria demografia, alle risorse territoriali disponibili per una agricoltura “sana”. Solo ad equilibrio raggiunto sarà possibile ritornare ai due figli medi per coppia che possono mantenere la stabilità demografica.

Ed abbiamo diritto anche alla bellezza del paesaggio. Senza pittoresche favelas.

Occorre ricreare le condizioni per cui l’accoglienza allo straniero non sia vista nel migliore dei casi come una drammatica necessità bensì come un arricchimento. Un mondo in cui valga finalmente la vecchia canzone: “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà..”.
Naturalmente prima bisogna far fuori (politicamente) i padroni, ma diminuire la popolazione (stiamo parlando di almeno un fattore 5 a regime, entro qualche decennio) aiuterebbe.