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Taranto, capitale della crisi

Contributo alla discussione congressuale nazionale di Sinistra Anticapitalista

di Sinistra Anticapitalista Taranto

Nel sud d’Italia, la città che ha avuto il tracollo più consistente è sicuramente Taranto. Si pensi a una città che fino al 1993 era di 235.000 abitanti, e che per effetto del distacco di un quartiere denominato Statte, crolla a un po’ più di 200.000. Una città molto sfilacciata, con quartieri che distano dal nucleo centrale anche 20 km. Nel 1993, dopo una campagna diffamatoria contro tutti i partiti e altre organizzazioni, si impone come Sindaco il fascista Giancarlo Cito, in odore di mafia. Successivamente viene condannato, in via definitiva, per associazione esterna a un gruppo mafioso locale. Una città allo sbando che si affidò successivamente a una donna di “Forza Italia”, eletta sindaca con un quorum altissimo. Con questa sindacatura Taranto ha avuto uno dei dissesti più considerevoli, dal quale non è ancora uscita e, anzi, sembra che a distanza di 10 anni, la questione si riproponga, con un altro buco di circa 100 mln. Questo ha determinato un aumento considerevole delle tasse locali: della spazzatura, degli asili nido, dei trasporti pubblici.

Sul piano occupazionale la situazione è catastrofica. La scomparsa di una serie di aziende, che provenivano dal centro e dal nord Italia, che avevano, insieme all’Italsider, garantito una occupazione altissima (Ansaldo, Belleli, Sidermontaggi, ICROT e tantissime medie e piccole aziende), che con la fine del raddoppio dell’Italsider e la perdita di competitività, esempio la Belleli, la quale era specializzata nella costruzione di piattaforme petrolifere, sono andate via.

Terminata la fase d’oro della costruzione dell’Italsider di Taranto, del suo raddoppio e del periodo espansivo del consumo dell’acciaio, con la crisi petrolifera dell’ inizio degli anni 70, per Taranto incomincia una fase contraddittoria. Nel mentre l’acciaio accusa una crisi di sovrapproduzione, nello stabilimento, uno dei più grandi d’ Europa, si continua ad assumere, passando in pochi anni, dal ’74, con una produzione potenziale di 12 milioni di tonnellate di ghisa a 5 altiforni, da 16.500, a 21.000 dipendenti del 1981. E questo sarebbe ancora poco, se non si parlasse di un appalto di altri 25/30.000 lavoratori con circa 450 aziende, che facevano di Taranto la seconda concentrazione operaia italiana dopo la FIAT. La “lungimiranza” della borghesia italiana arrivò, seguita da tutti i partiti e i sindacati, a mettere in programma la costruzione del quinto siderurgico a Gioia Tauro, mentre in vari Paesi europei si chiudevano diversi stabilimenti: in Francia, in Germania, in Belgio, ecc.. Nel 1977, c’è il primo accordo per mettere fuori dall’Italsider il grosso delle aziende dell’appalto, che passarono da 450 a circa 150. L’operazione colpì soprattutto i lavoratori edili e, ovviamente metalmeccanici. L’Allora CEE (Comunità Economica Europea), chiese anche all’Italia di ridurre la produzione. L’attenzione ricadde sullo stabilimento di Bagnoli ma, a seguito delle lotte dei lavoratori,non venne chiuso, rimandandolo a un tempo più favorevole.

E’ in questa chiave che va letta l’attuale situazione della città, passata da una occupazione cospicua a una (dato di tutta la provincia al 2014) di 116.000 disoccupati, su una popolazione di 578.465 abitanti, di cui 198.000 di Taranto (al 2012; 203.257 al 2013).

La città ha da sempre vissuto soprattutto di monocolture. Dalla fine del 19°, a tutto il 20° secolo si è retta su una economia legata all’Arsenale militare e, agli ex Cantieri navali ex Tosi. Con la fine della seconda guerra mondiale i Cantieri ex Tosi entrarono in una crisi irreversibile, mentre l’Arsenale militare ha avuto un declino più lento ma inevitabile. Successivamente la città ha avuto uno sviluppo legato quasi esclusivamente all’ITALSIDER, con una piccola e media borghesia che ha succhiato sangue al siderurgico con appalti, subappalti e sub/subappalti. L’indotto è sempre stato molto debole e, limitato a grandi aziende del nord: ICROT (pulizie industriali), Belleli(costruzioni piattaforme petrolifere e meccanica varia), Sidermontaggi, ecc. Le aziende legate al territorio sono state soprattutto nelle forniture di piccoli ricambi e piccole forniture poi scomparse dopo la “vendita” dell’ILVA, in quanto Riva concentrò tutto nelle sue mani, rifornendosi di tutto l’occorrente al nord.

Attualmente, col dilagare della disoccupazione il lavoro in parte si è spostato su alcuni servizi come i call-center, la grande distribuzione, aziende di igiene e pulizie varie, dove regna il massimo dello sfruttamento e dell’arbitrio.

Con una aumentata coscienza ambientale le aziende a grande inquinamento sono entrate in una crisi strisciante, quella più evidente è quella dell’ILVA, caduta, nel 2012, sotto la mannaia della Magistratura per disastro ambientale. Mentre le altre aziende che insistono sul territorio, I.P., CEMENTIR o anche gli inceneritori, sono meno controllate anche se, nel caso dell’ENI (già I.P.), ci sono impianti abbastanza vecchi.

Per quanto riguarda le altre strutture economiche, anche per loro la situazione è difficile. C’è una moria di piccoli negozi contro un pullulare di grandi concentrazioni commerciali. Si sono imposti grossi e medi call-center, dove vige il massimo arbitrio verso lavoratrici e lavoratori, con continui ricatti occupazionali e forti interventi dei governi, con contratti di solidarietà che riducono sempre di più i salari e anche l’occupazione a tempo indeterminato. Nel contempo vengono aumentati i contratti precari. Per fare un esempio. La Teleperformance, è passata da 1900 dipendenti di 5 anni fa a circa 1500 attuali. Nella grande distribuzione si utilizza sempre di più la chiamata anche per poche ore, mentre le condizioni di lavoro, come l’orario e i giorni lavorativi, aumentano sempre di più, riducendo all’osso le pause, i riposi, le ferie .

Ovviamente tutto ciò si ripercuote sulla vita sociale e culturale della città. A fronte di una ripresa , grazie all’iniziativa di pochi singoli , della vita culturale, grazie al patrimonio artistico e archeologico che abbiamo ereditato oltre che alla riscoperta delle tradizioni tipiche della nostra regione, la città , come la maggior parte delle città del sud, vive comunque un periodo difficile. Con la scusa, spesso vera, del taglio dei fondi a livello nazionale, si tralasciano le opere essenziali (per poi affannarsi ad avallare le grandi ed inutili opere come il ponte sullo stretto): ad esempio tutta la zona centrale della città è alimentata dal fiume Pertusillo che oltre a problemi di inquinamento ha anche problemi di potenza di acqua, per cui ancora oggi queste zone hanno un accesso all’acqua ad intermittenza (cosa comune a parecchie zone della Sicilia, ad es.) e si supplisce autonomamente tramite serbatoi, autoclavi ecc. che oltre ad essere una spesa ulteriore per i cittadini, non garantiscono la salubrità dell’acqua che esce dai rubinetti.

Altri discorsi, che si possono estendere a tutto il sud, sono le condizioni di strade e rete ferroviaria che viene sempre più ridotta e limita la possibilità di movimento.

Poco o niente si fa, tranne che grandi proclami in tv quando accadono le catastrofi, per mettere in sicurezza i territori. Ormai a causa dei cambiamenti ambientali, sono spesso più frequenti gli episodi di alluvioni , spesso però dettati dall’incuria dei territori. Intere zone sono state costruite deviando argini di fiumi o mangiandosi porzioni di spiagge e questo non fa altro che rendere ogni evento climatico un possibile pericolo. In realtà terminata l’emergenza , come è successo a Taranto pochi mesi fa, quando la città si è trasformata in un lago, nulla si fa per prevenire futuri accadimenti simili. Passata l’emotività del momento, tutto torna come prima. Manca sia nelle istituzioni che in buona parte della popolazione, una vera cultura di cura del territorio, di comprensione del danno ambientale, che va dal più piccolo atteggiamento (che è il non buttare roba a terra e le nostre città è un dato di fatto che spesso sono discariche anche di sostanze pericolose a cielo aperto) all’impegnarsi per mettere in sicurezza prevenendo i disastri e non, cercando di ripararne gli effetti, che poi economicamente, sarebbe anche meno dispendioso.