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Attualità economica e sociale del Sud

Contributo alla discussione congressuale nazionale di Sinistra Anticapitalista

di Umberto Oreste (Sinistra Anticapitalista Napoli)

La crisi

La dimensione della tragedia sociale del sud risulta chiara dalla lettura di tutti gli indicatori economici. Essa è figlia sia di ragioni storiche remote sia dell’attuale crisi economica e delle inasprite politiche liberiste.

Nel 2014, dopo sette anni di crisi ininterrotta, l’economia meridionale registra questi dati: il tasso di crescita del PIL è stato al sud -1,3% rispetto al -0,2% del centronord. Il valore complessivo di crescita per il periodo 2001-2014, è stato per il sud -9,4% per il centronord +1,5%. Le previsioni 2015 assegnano al sud una “crescita” del +0.1% rispetto al dato di crescita nazionale preannunciato del +0,8%. Il valore assoluto di PIL pro capite 2014, è stato al sud di 16.976 €, (inferiore a quello della Grecia: 21.196 €); al centronord, invece, è stato di 31.586 € quasi il doppio rispetto al sud, pressappoco simile a quello della Francia (32.064 €). Il sud, inoltre, ha anche la più accentuata diseguaglianza reddituale: il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6.7 volte quello posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più bassi; nel centronord tale rapporto è 4,6.

In effetti, l’economia globalizzata tende ad essere duale in tutti i paesi creando aree di forte sviluppo e, allo stesso tempo, aree di crescente degrado. Durante le crisi passate, di norma, diminuivano i divari regionali (le aree deboli periferiche erano di fatto meno dipendenti dal ciclo generale). Così non è stato per la crisi 2008-2013; in molti paesi le aree deboli hanno registrato diminuzioni di PIL più accentuate rispetto alle aree forti. In Spagna la variazione del PIL per le aree deboli è stata del -5,1%, per le aree forti del -3,2%. In Grecia del -14,4 % nelle aree deboli e del -12,2 % in quelle forti. In Gran Bretagna si è riscontrato un -3,0 % per le aree deboli e un -1,6% per le aree forti. In Italia nello stesso periodo l’ampiezza di tale gap risulta impressionante: -5,1% rispetto a + 0,6% per le aree forti. Un gap che ha coinvolto tutti i settori: agricoltura (-10,9% al sud, +5,5% al centronord), industria -35,0% al sud, -17,2% al centronord), servizi (-6,6% al sud, -2,6% al centronord).

Il sud costituisce l’evidenza che il liberismo sposta ricchezze dalle zone più povere a quelle più ricche, analogamente a come sposta ricchezze dagli strati sociali più poveri a quelli più ricchi. Ciò è esplicitato dal dato del “residuo fiscale” che è la differenza tra quanto riceve un territorio dal bilancio pubblico rispetto al gettito fiscale ivi prodotto. Essendo la fiscalità più o meno progressiva rispetto al reddito ed essendo i servizi pubblici indipendenti dal reddito, il residuo fiscale è maggiore per i territori con reddito minore. Quando interviene una crisi il residuo fiscale dovrebbe aumentare. Invece, dopo il 2012 la politica di austerità ha fatto sì che il residuo fiscale al sud si è ridotto di molto passando da 56 a 44 miliardi di euro, perché la spesa pubblica è diminuita e le tasse sono aumentate. La spesa sociale per anno 2014 è diminuita del 2,6% al sud, e dell’1,3 % al centronord. La spesa sanitaria è diminuita al sud del 6,7%, al centronord del 2,9%. La spesa per l’istruzione è diminuita del 14,6% al sud, dell’ 8,1% al centronord. I dipendenti pubblici sono diminuiti al sud del 9,6% ma al centronord sono aumentati del 3,7%. Di contro, le entrate fiscali sono rimaste stabili al centronord e sono aumentate dell’1,7% al sud, soprattutto per aumenti di imposte locali e delle tariffe (trasporti, energia elettrica, gas etc). C’è da ritenere che anche nella prossima legge di stabilità, così come è avvenuto nella precedente, non ci sarà alcun intervento strategico per favorire la ripresa del sud.

Con la crisi sono diminuiti i posti di lavoro. Al sud, nel periodo 2008-2014, si sono persi seicentomila posti di lavoro, di cui un terzo in Campania. Le ultime rivelazioni (secondo trimestre 2015) dicono che il tasso di disoccupazione al sud è del 20,2%, valore più che doppio rispetto a quello del nord (7,9%) e quasi doppio rispetto a quello del centro (10,7%). Punte superiori al 27% si registrano nelle province di Cosenza, di Crotone e del Medio Campidano in Sardegna. Devastante è poi il dato della disoccupazione giovanile: 57,6% al sud e 28,8% al nord. I dati più negativi riguardano la Calabria (59,7%) dove la disoccupazione giovanile è costantemente in crescita dal 2004. Altrettanto netta la distanza tra nord e sud per quanto riguarda al tasso di disoccupazione femminile: al sud è del 21,7% e al nord dell’8,9%. C’è da registrare, infine, che le ore di cassa integrazione guadagni erogate a settembre 2015 rispetto all’anno precedente, sono risultate in aumento al sud, mentre nello stesso periodo sono diminuite al centronord.

Un altro dato indicativo del dramma sociale meridionale è il fenomeno dell’emigrazione, mai così alto negli ultimi dieci anni: tutte le regioni meridionali, tranne l’Abruzzo registrano flussi migratori negativi. I valori più elevati si registrano in Calabria (-3,3‰), Campania (-3,1‰). Gli emigranti si concentrano nella fascia di età tra i 25 e 40 anni; i maschi prevalgono leggermente sulle femmine. Le regioni più attrattive sono Emilia, Trentino e Friuli; i paesi esteri Regno Unito, Germania e Svizzera. I nostri giovani laureati tendono ad emigrare nel Regno Unito; i lavoratori con la sola licenza scelgono prevalentemente la Germania e la Svizzera.

Alla crisi economica si aggiunge la crisi demografica: il sud è l’unica parte d’Italia con un saldo negativo nel periodo 2010-2014; la crisi demografica non si limita ai piccoli comuni di montagna ma investe anche le grandi città: negli ultimi anni Napoli ha perso 50.000 abitanti, Palermo 30.000, Catania 20.000, Taranto 35.000.

La politica produttiva

La borghesia imprenditoriale meridionale è stata sempre debole e incapace. I settori tradizionali quali le costruzioni, l’agroalimentare, l’armatoriale hanno espresso interessi territoriali limitati e non hanno prodotto direzione politica (tranne il caso dell’armatore Lauro o di alcuni costruttori inseriti nelle istituzioni locali). Il modello produttivo che si è imposto per lungo tempo nel secolo scorso è stato quello delle partecipazioni statali. Mentre al centronord le partecipazioni statali convivevano con un forte settore privato in espansione, al sud le imprese a partecipazione statale sono state le principali dispensatrici di reddito, anche se rimanevano isolate da un contesto produttivo e di consumo più ampio (cattedrali nel deserto). In questo quadro la direzione politica delle regioni meridionali è stata assunta dai boiardi di stato (democristiani o socialisti) che avevano ampi consensi popolari nei distretti dove portavano insediamenti produttivi. La crisi dei partiti novecenteschi ha avuto un corso parallelo alla crisi del modello delle partecipazioni statali a cominciare dagli anni ’90. Il potere politico ha risposto trincerandosi nelle istituzioni locali e cercando di mantenere il consenso popolare con allargamento dei dipendenti pubblici e creando società partecipate. L’avvento della crisi ha poi imposto austerità e tagli indiscriminati delle finanze locali; le istituzioni locali sono state sostanzialmente private di autonomia finanziaria (in base ai regolamenti comunitari) e, di conseguenza è stata annullata ogni possibilità di dare risposte adeguate ai bisogni sociali dei cittadini. La politica locale è stata così svuotata di potere, e questo ovviamente più al sud che al centronord. Oggi, più che in passato, la regia della vita pubblica non risiede più nel consiglio comunale, né nel parlamento nazionale, ma nelle scelte delle istituzioni europee funzionale agli interessi della borghesia transnazionale. Tale regia, oltre naturalmente a distruggere i servizi, ha messo fuori gioco il potere politico locale. L’assalto delle multinazionali dei servizi alle istituzioni locali (acqua, rifiuti, energia) così come i diktat delle grandi opere, sta ulteriormente riducendo i consensi popolari nei confronti della direzione politica. Quest’ultima accetta la cancellazione della propria legittimità democratica da parte del territorio ritenendo più proficuo dipendere dalle elargizioni delle multinazionali.

In questo quadro politico il settore manifatturiero al sud dal 2008 al 2014, ha perso il 34,8% del proprio prodotto, e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%). Nello stesso periodo, al centronord la diminuzione è stata meno della metà, -13,7% del prodotto manifatturiero e circa un terzo degli investimenti (-17%). Non si è trattato solo di restringimento dell’apparato produttivo, ma anche di sottrazione dei centri direzionali come ad esempio in Finmeccanica. Nel meridione la Fiat ha sperimentato nuove forme di sfruttamento del lavoro operaio, successivamente esportate al nord. Basta ricordare la storia degli impianti di Melfi e della riconversione di Pomigliano. Ed è sempre nel meridione che la Fiat ha operato i tagli più pesanti a cominciare dalla dismissione di Termini Imerese e dell’Iribus di Flumeri.

Al deserto produttivo meridionale il sistema di potere nazionale continua a promettere “grandi opere” (a cominciare dal ponte sullo stretto di Messina), sempre proclamate, ma mai portate ad un minimo livello di programmazione di fattibilità. In effetti, le “grandi opere” hanno solo il compito di sostenere le grandi imprese amiche, sia nazionali che transnazionali, ma non rispondono per niente alle esigenze della popolazione meridionale (per esempio: adeguare la viabilità ordinaria, mettere in sicurezza il territorio, promuovere le bonifiche, tutelare il patrimonio culturale etc); inoltre non creano occupazione stabile, né migliorano la qualità della vita.

Da sempre l’agricoltura al sud è stata la principale forza motrice dell’economia. Negli ultimi decenni, mentre l’agricoltura italiana cambiava sistema di produzione, adeguandosi a quella globalizzata, l’agricoltura del mezzogiorno restava ancorata a metodologie superate. Si è tentato di superare le difficoltà aumentando lo sfruttamento della manodopera dei migranti al limite della produzione schiavista in alcune zone (Rosarno, Foggia, Sicilia). Proprio per colpa delle inadeguate metodologie, combinate con fattori politici e sociali, l’agricoltura meridionale è destinata ad essere ulteriormente mortificata dai processi di globalizzazione, in particolare con la stipula del TTIP.

Un’ultima citazione va fatta per le politiche sul turismo volte a considerare i tesori paesaggistici e culturali come una merci da sottrarre alla fruibilità locale e di conseguenza da vendere ai ricchi. Si pretendere di convertire al turismo tutta l’economia meridionale. Già Saverio Nitti, agli inizi del secolo scorso, aveva rifiutato questa logica. Egli asseriva che il turismo poteva essere solo un’attività complementare da affiancare all’industrializzazione.

La politica locale

Il meridione è destinato al suicidio se continua ad obbedire ai vincoli di bilancio imposti dall’austerità. I piani di rientro dal dissesto, infatti, hanno dimostrato un ulteriore peggioramento delle condizioni di vivibilità. A tutto febbraio 2015 il 66,5% dei comuni in dissesto erano comuni del sud. In Calabria su 409 comuni sono stati dichiarati 153 dissesti finanziari, poco meno del 40% del totale dei comuni presenti in regione (tale percentuale aumenta a circa il 50% se alla lista si sommano gli enti che hanno dichiarato pre-dissesto). Anche la provincia di Vibo Valenza è in dissesto. In questa classifica, al secondo posto c’è la Campania con 153 comuni dissestati, tra cui Caserta, Castellammare di Stabia ed Ischia. Il tentativo di dichiarare il dissesto del comune di Napoli, si è rivelato una maldestra manovra politica per neutralizzare l’azione della giunta De Magistris che, in più occasioni si è posta da ostacolo alle scelte nazionali. Il testo unico sull’ordinamento finanziario degli enti locali, aggiornato nel 2015, rende esclusivamente tecnica la funzione di un ente e, conseguentemente lo spoglia di qualsiasi ruolo politico e democratico. Il risultato del dissesto è spesso la dismissione delle aziende partecipate, amputate dei rami “improduttivi” e cedute a prezzi scontati ai privati. E’ un’operazione finanziaria enorme che sposta a vantaggio del profitto servizi essenziali per i cittadini che vedono innalzare le tariffe e scadere la qualità dei servizi. In queste condizioni è pressoché scontato che sia la malavita organizzata a mettere le mani nella gestione dei servizi. La crisi ha in parte spostato gli interessi della criminalità malavitosa in altre regioni, ma essa rimane fortemente ancorata al sud dove è tuttora in espansione via via che lo stato cede prerogative al privato. I servizi pubblici sono il prossimo bottino conteso finora alle multinazionali e non sono da escludere accordi criminalità-multinazionali sulla pelle dei meridionali.

Alle politiche di austerità bisogna rispondere con il protagonismo dei cittadini i quali dovranno pretendere audit sui debiti accumulati dagli enti locali, e chiedere che le giunte scendano in lotta insieme a loro. In poche parole le giunte dovranno praticare la disubbidienza civile reclamando la priorità delle esigenze primarie della gente sui diktat nazionali. Questa questione dovrà essere il tema centrale delle prossime campagne elettorali. Una battaglia che avrà senso se praticata a livello nazionale. C’è oggi la necessità che la politica locale non sia rivolta esclusivamente all’amministrazione del territorio, ma trovi nuova linfa nelle prospettive di battaglie generalizzate per la difesa dei beni comuni, della sanità e della scuola pubblica. C’è una nuova voglia di fare politica in tante realtà meridionali, nei paesi come nei quartieri delle città, e ciò si può misurare guardando il proliferare di comitati di scopo ambientalisti, democratici, culturali. E’ però importante far capire che la difesa del presidio ospedaliero, il rifiuto dell’impianto inquinante, la battaglia per il lavoro, la messa a norma dell’edificio scolastico sono momenti diversi di una stessa lotta anticapitalista che può vincere solo se riesce a trovare unità strategica ed organizzazione. Contemporaneamente, bisogna diffidare del sindaco, del politico, del sindacalista che usano le mobilitazioni a proprio sostegno e che tendono a contrapporre gli interessi del proprio territorio a quelli dei territori vicini.

I soggetti politici istituzionali sono tutti ugualmente sforniti di una strategia politica per il sud e cercano di sopperire alle loro carenze invocando candidati che possano risultare attrattivi per la loro popolarità o per le loro clientele senza tener conto della prossimità alle malavita organizzata. La scarsa credibilità delle formazioni politiche è dimostrata dall’ l’affluenza alle urne per le regionali del 31 maggio 2015: in Campania è stata del 51,9%, in Puglia del 51,1%. Un discorso a parte va fatto per il M5S che ha acquistato ampi consensi, ma non è credibile sulla capacità di affrontare le grandi questioni del lavoro, del reddito, dell’economia in generale. Un certo spazio, anche se ristretto, hanno conquistato le liste meridionaliste. Queste, a differenza di quanto è accaduto al nord con la Lega, non hanno una strategia unificata: esprimono più un risentimento storico che una volontà di lotta.

L’opposizione sociale

Ad oggi, l’opposizione sociale è del tutto inadeguata a fronteggiare questo disastro. Non bisogna però sottacere i momenti di mobilitazione territoriali e settoriali che si producono al sud. Lo spazio di agibilità dei sindacati su questioni complessive è praticamente inesistente; tuttavia in molti luoghi di lavoro si sono svolte lotte, molto spesso sostenute collegialmente dalle diverse sigle sindacali, che hanno spesso limitato gli attacchi all’occupazione cedendo però sui diritti. Bisognerebbe, però, valorizzare i momenti di scontro generalizzato come quello sui rinnovi contrattuali, almeno finché regge l’istituzione del contratto nazionale. Inoltre, sarebbe bene ricordare che l’attacco padronale non si limita ad aumentare lo sfruttamento sul posto di lavoro, ma che attacca in maniera selettiva i quadri più politicizzati come dimostra la vicenda del reparto Fiat confinato a Nola e i continui licenziamenti delle avanguardie malgrado l’esito dei processi.

Sui disoccupati il sud, e Napoli in particolare, ha una grande tradizione di lotta, ma oramai la controparte lascia strettissimi margini di trattativa e, di conseguenza, il movimento si ritrae quando percepisce che la lotta, anche aspra, non dà soluzioni.

Un terreno che sfugge a precise indagini statistiche, ma che comporta lo sfruttamento più intenso è quello del lavoro nero. Le stime di Eurispes dicono che esso si concentra al sud ed è in costante aumento. Le province di Catania e Ragusa detengono il primato del lavoro nero, presente principalmente in agricoltura. Nelle grandi città è presente nel commercio e nei servizi. E’ fondamentale, anche se difficile, un lavoro di inchiesta e di sostegno ai lavoratori e lavoratrici che difficilmente incontrano un sindacato che li tutela.

Sul reddito minimo garantito vittorie, anche se limitate e parziali, sono state ottenute quando alcune regioni (Basilicata, Puglia, Calabria), sotto la spinta di iniziative dal basso, hanno approvato leggi regionali rivolte specificamente al sostegno al reddito delle fasce più povere. In Campania si sta portando avanti una raccolta di firme con lo scopo di presentare al Consiglio Regionale una proposta di legge d’iniziativa popolare per l’assegnazione di un reddito minimo garantito di 583 € a chi rientra in certi parametri definiti. La proposta campana è finora la più avanzata: è rivolta alla persona e non al nucleo familiare disagiato ed è legata alla residenza e non alla cittadinanza, quindi non fa discriminazioni tra nativi e migranti.

Le mobilitazioni più riuscite e che hanno portato a generalizzazioni più estese sono state quelle contro il degrado ambientale. Sarebbe opportuno, ma non è qui il caso, ripercorrere puntualmente la lotta contro i rifiuti tossici nella terra dei fuochi e le mobilitazioni a Taranto sull’ILVA perché le loro difficoltà, il loro esito, sono emblematici della profondità delle ferite inflitte alle terre meridionali.

Un discorso a parte merita la lotta contro il decreto Sbocca-Italia ed in particolare le mobilitazioni anti-trivellazioni e contro il commissariamento di Bagnoli. La lotta alle trivellazioni per lo sfruttamento dei campi di idrocarburi ha avuto una estensione su tutti i territori coinvolti (Abruzzo, Basilicata, Campania) riuscendo a coordinarsi e promuovere estese mobilitazioni. Lo schierarsi affianco ai movimenti di molte istituzioni locali ha fatto sì che dieci consigli regionali depositassero in cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni in mare entro le 12 miglia dalla costa. Sette su dieci sono regioni meridionali e la Basilicata ha fatto da capofila. Di recente, il governo, pur di evitare i referendum ha presentato emendamenti nella legge di stabilità che prevedono lo stop alle trivelle entro le 12 miglia dalla costa. Si tratta di una vittoria parziale dei movimenti, in quanto la misura governativa non si riferisce ai progetti già approvati, ma questo è anche un primo passo per aprire un dibattito sul futuro energetico del paese, quanto mai attuale in seguito ai rapporti sui cambiamenti climatici.

Sta crescendo a Bagnoli un fronte molto ampio contro il commissariamento dell’area ex-industriale previsto dal decreto Sblocca-Italia. Un fronte che vede la convergenza di centri sociali, sindacati, disoccupati, studenti, tecnici democratici, comitati di cittadini in un’azione congiunta con il sindaco di Napoli che prova ad opporsi alle scelte antidemocratiche del governo e provare a costruire dal basso una progettualità territoriale adeguata ai bisogni della gente in contrapposizione frontale con gli interessi del profitto speculativo. Il modello organizzativo dell’Assemblea popolare che si è insediata permanentemente nella sede della Municipalità deve essere un riferimento per altre lotte sia a Napoli che nel paese intero.

Altro fronte di opposizione è quello del rifiuto della militarizzazione del territorio. Nella lotta a Niscemi contro il MUOS, moderno sistema di telecomunicazioni satellitari della marina militare statunitense, gli attivisti antimilitaristi sono riusciti a coinvolgere la popolazione, ed a collegarsi con altre battaglie antimilitariste (le manifestazioni contro le manovre militari NATO “Trident” a Capo Teulada in Sardegna e a Napoli).

L’alternativa di sistema non si declina solo nei cortei, nelle assemblee, nei presidi, ma va avanti, in molti posti del sud, specialmente nei quartieri dove è maggiore il degrado, con pratiche di mutualismo, di presidi sanitari autogestiti e di occupazioni di spazi a scopo abitativo. E’ una ricca costellazione di esperienze che fa i conti con la tragedia sociale del sud, dove, a riprova della gravità della situazione, Emergency costruisce presidi sanitari a Ponticelli (periferia di Napoli), Castel Volturno e Polistena (Reggio Calabria).

Sono i movimenti descritti, le pratiche menzionate, le organizzazioni politiche della sinistra alternativa, il sindacalismo conflittuale che devono concorrere alla ricomposizione sociale nel sud e poi a livello nazionale ed internazionale per una prospettiva anticapitalista.

Per una politica alternativa

Premesso che non è pensabile proporre al sud una alternativa politica disgiunta dal livello nazionale ed internazionale, è compito di una forza politica che vuole superare le politiche liberiste, individuare obiettivi specifici per il sud. Un primo punto è la difesa dei nuclei di resistenza operaia. Gli insediamenti operai sono stati un’enorme ricchezza sociale, politica e culturale. Perderli completamente significherebbe indietreggiare di molti decenni. I danni provocati dalla dismissione di nuclei operai come Bagnoli o le miniere sarde sono evidenti. La loro difesa, a cominciare da Taranto, deve essere parallela e non in contraddizione con la difesa della salute e dell’ambiente. Basterebbe imporre tagli ai profitti o portare le imprese in mano pubblica sotto controllo dei lavoratori. Anche questa battaglia deve rientrare in un progetto nazionale così come la riconversione delle fabbriche di armi (in Campania DEMA, WASS, MBDA, ed altre). In agricoltura un obiettivo prioritario è il riscatto della dignità del lavoro salariato con la lotta al caporalato ed ai padroni che vi ricorrono.

Il riscatto del mezzogiorno passa per la difesa dei beni comuni a cominciare dall’acqua e dai servizi pubblici essenziali. Bisogna lottare continuamente come ci fa capire l’esempio della gestione totalmente pubblica dell’acqua a Napoli che oggi viene rimessa in discussione a livello regionale.

Molte preziose esperienze di movimenti corrono il rischio di restare non solo isolate ma capitalizzate da interessi politici locali. Il nostro compito deve essere sempre quello di unificare gli spezzoni di movimenti e soprattutto dar loro un respiro politico più ampio. Costruire ponti con esperienze simili che si sviluppano in aree di disagio sociale di altri paesi, è, un modo concreto di praticare l’internazionalismo anticapitalista.

Quale il ruolo di Sinistra Anticapitalista? Sarebbe irrealistico al momento pensare ad ruolo di protagonismo dei/delle compagni/i di Sinistra Anticapitalista negli scenari di scontro sociale al sud: l’esiguo numero di militanti, l’assenza in alcune importanti città meridionali ed in settori importanti nelle lotte, limitano le nostre capacità. Sarebbe però un grave errore scegliere di ripiegare esclusivamente sull’autocostruzione. Non è mai da disgiungere la costruzione del soggetto politico organizzato dall’allargamento dello scontro sociale. E’ necessario tuttavia proprio per l’esiguità del numero dei militanti, coordinarsi il più possibile, costruendo strumenti di comunicazione, anche telematici, per approfondire le analisi, scambiarsi testimonianze di mobilitazioni e di lotte, e così aiutare i/le compagni/e che risiedono in città dove Sinistra Anticapitalista non è ancora strutturata.

E’ difficilissimo, ma bisogna provarci; non è da escludere che la fiamma della protesta antisistema capitalista si accenda proprio al sud in forme difficilmente prevedibili ma sicuramente dirompenti.