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Regno di Spagna. La classe operaia e le elezioni del 20-D

Di Miguel Salas da A l’encontre

Siamo alla vigilia delle elezioni politiche generali nello Stato Spagnolo che segneranno la fine del lungo periodo del bipartitismo tra il PSOE, il partito socialista e il PP, il partito popular, (la destra conservatrice) che si sono alternati al governo nei decenni scorsi.Nessun partito sembra avrà la maggioranza assoluta; a contendere lo spazio politico ci sono infatti due nuove formazioni politiche, a destra Ciudadanos,un partito liberista che si presenta come modernista e rinnovatore, a sinistra, Podemos frutto del movimento 15-M (l’occupazione della Puerta del Sol il 15maggio 2011) e poi delle grandi mobilitazioni popolari degli anni successivi nei quartieri, nel settore della sanità e della scuola, sulla casa.Podemos, dato fortemente in ascesa dopo le elezioni europee, aveva conosciuto una battuta d’arresto nei mesi scorsi dopo le elezioni in Catalogna; gli ultimi dati sembrano indicare una ripresa di questo movimento anche sul piano elettorale.Le elezioni si svolgono in una situazione di grande urgenza sociale. La percentuale dei disoccupati si situa intorno al 25%, 9 milioni di persone si trovano in stato di povertà; ci sono migliaia di sfrattati e migliaia di famiglie si sono viste tagliare l’elettricità, l’acqua, il riscaldamento. L’ineguaglianza e la ripartizione delle ricchezze sempre più ingiuste sono quindi i fatto rideterminanti di queste elezioni insieme alla corruzione dei due partiti maggiori, il PP e il partito socialista.Nell’attesa dei risultati delle elezioni del 20 dicembre pubblichiamo questo interessante articolo che esamina il rapporto tra la classe operaia e la politica,i processi della riorganizzazione sindacale e di come riporre al centro dello scontro il ruolo politico della classe nella sua lotta per l’occupazione e per il recupero dei diritti.La sua lettura ci pare interessante perché propone un angolo di visuale diverso da quello abituale dei giornali, cercando di riportare alla superficie il nodo delle scontro tra capitale e lavoro. (NdR)

Nel suo splendido libro Chavs, La demonizzazione della classe operaia, Owen Jones scrive: «La Camera dei Comuni non è rappresentativa, non riflette il paese nel suo insieme. È troppo rappresentativa di avvocati, di giornalisti diventati politici, di diverse professioni liberali, soprattutto di professori universitari … Pochissimi lavorano in call centers, o in fabbrica pochissimi sono stati impiegati municipali subalterni … In passato, c’era una tradizione, soprattutto nelle fila laburiste, di deputati che avevano iniziato lavorando nelle fabbriche o nelle miniere. Quell’epoca è finita da molto tempo».[1]

Se applichiamo questa riflessione alla composizione del Congresso dei deputati (Cortes) e dei parlamenti delle comunità autonome, giungiamo a una conclusione analoga. Il neoliberismo non ha rappresentato solo un attacco contro i diritti delle classi lavoratrici ma, tra altri elementi, ha anche portato a una modificazione della rappresentanza politica.

Ha dedicato un immenso sforzo a cambiare la percezione della società rispetto alle classi sociali. Qualche cosa come: «Se sembra che le classi sociali siano scomparse, sarà più facile che la nostra classe sociale continui a governare». Se torniamo al libro di Owen Jones, è qualche cosa che nel Regno Unito sono riusciti a fare quando Margaret Thatcher ha sconfitto i minatori nel 1985 e ha decapitato e disorganizzato il potente movimento sindacale. E in seguito, quando Tony Blair [primo ministro dal maggio 1997 al giugno 2007] ha preteso che «noi apparteniamo tutti alla classe media».

La campagna elettorale che terminerà il 20 dicembre (20-D) annuncia un cambiamento, al di là di chi vincerà e delle combinazioni di governo che si potranno formare. Non si potranno più fare le cose nella stessa maniera. Bisognerà certo accettare che questo cambiamento possa restare molto lontano da quanto potevamo intravedere qualche mese fa. Sembrava destinato ad aprire uno o più processi costituenti e a inaugurare cambiamenti favorevoli alle classi lavoratrici negli ambiti delle politiche economiche e sociali. Ma possiamo ben constatare che, sia tra le/i candidat/e/i di sinistra (Podemos, le liste analoghe di Barcellona, Cadice, Izquierda Unida, ecc.) che nei contenuti delle campagna elettorale, la classe operaia organizzata è poco presente. È molto probabile che quando potremo fare un’analisi sociologica dei nuovi deputati e delle nuove deputate, ci troveremo di fronte a un quadro simile a quello denunciato da Owen Jones nel suo libro. E questa è un’anormalità.

Il processo di cambiamento che si è messo in moto a partire da posizioni di sinistra è il prodotto di vari fattori: la rivolta del 15-M [il movimento degli indignati nel maggio 2011], gli scioperi generali contro le riforme del diritto del lavoro [quelli del 2010 e 2011, e i due del 2012: il 29 marzo e il 14 novembre], le Maree Bianca [sanità] e Verde [istruzione] e altre lotte contro i tagli nei servizi pubblici, le mobilitazioni contro gli espropri di case, il movimento sovranista in Catalogna, … in tutte queste mobilitazioni c’è stato un peso importante, se non fondamentale, del mondo del lavoro e della sua espressione organizzata, il movimento sindacale. Dovunque c’è stata una confluenza in Podemos, in Catalogna, a Valenza e in Galizia, in Unidad Popular-Izquierda Unida, in Bildu [«unirsi» in basco: coalizione indipendentista di sinistra], le candidate e i candidati rappresentano un grande rinnovamento poiché sono il riflesso dell’insieme di queste proteste cittadine. Ma la mancanza di rappresentanti del mondo del lavoro salta agli occhi.

Sindacalismo di classe

Se tutti pensiamo che «il lavoro è la fonte di tutta la ricchezza e la misura di tutti i valori», allora bisogna porre questo problema al centro perché se no confondiamo le cose nel momento in cui bisogna cercare delle alternative per uscire dalla crisi e organizzare un vero cambiamento a favore delle classi lavoratrici. Inoltre, c’è un altro aspetto fondamentale: difficilmente si potranno costituire maggioranze sociali di cambiamento a sinistra senza la presenza attiva e visibile di un «movimento operaio».

L’obiettivo dei capitalisti e delle loro politiche neoliberiste per fare fronte alla crisi è consistito nel diminuire i salari, gettare nella disoccupazione milioni di persone, tagliare diritti sociali e civili, generalizzare ancor più il precariato, indebolire il sindacalismo, in particolare con l’ultima riforma dei diritto del lavoro. Un processo di cambiamento politico e sociale esige di riconquistare tutto quello che è stato tolto. Per questo, il lavoro deve essere posto al centro, perché ciò di cui parliamo non è solo un posto di lavoro, ma tutto quello che ci va insieme: un salario decente per godere di un’indipendenza economica, dei diritti (un contratto collettivo, una limitazione della giornata lavorativa, delle vacanze, l’accesso alle cure, la formazione e l’istruzione, ecc.), ma anche del lavoro nel senso dell’organizzazione della classe dei lavoratori. C’è un rapporto che va nei due sensi: se c’è lavoro ci può essere sindacato; se c’è sindacato ci possono essere dei diritti.

La politica neoliberista, quella del PP [Partito popolare di Mariano Rajoi, al potere] e quella annunciata da Ciudadanos [formazione nata in Catalogna nel 2006, opposta all’indipendenza e la cui figura pubblica su scala dello Stato spagnolo è Albert Rivera], punta al contrario. Loro sanno che senza lavoro, non c’è organizzazione. E se il salario è basso c’è meno sindacalizzazione. Più c’è precariato meno c’è sindacalismo, e se c’è meno sindacalismo ci sono meno diritti, salari ancora più bassi, giornate lavorative ancora più lunghe, una salute sul lavoro ancora più precaria. Non ci limitiamo ai diritti del lavoro, poiché la difesa di diritti a una cittadinanza effettiva, all’accesso alle cure, all’istruzione, alla formazione, alla casa – tutto quello la cui difesa tocca all’insieme della società – esige anche organizzazione e la convergenza di diversi attori sociali e politici. È così, ad esempio, che la Marea Bianca contro i tagli nei bilanci della sanità pubblica, e la Marea Verde per la difesa della scuola pubblica, dei suoi insegnanti e del «personale tecnico», si sono basate sulla collaborazione di interessi tra i lavoratori e la popolazione.

Si possono discutere e confrontare le opinioni per sapere se le direzioni sindacali hanno avuto una politica adeguata per far fronte alla situazione attuale, ma non c’è alcun dubbio che il sindacalismo è una base della resistenza.

È attraverso il sindacalismo di classe, tanto delle grandi centrali sindacali UGT (Unione generale dei lavoratori) e CCOO (Commissioni Operaie) quanto delle centrali alternative – come la CGT(Confederazione generale del lavoro), la CNT (Confederazione Nazionale del lavoro), la UT (Candidatura Unitaria de traballadores – Galizia), la COS (Coordinadora de Organizaciones Sindicales) e le altre, che la classe lavoratrice si organizza, perché, se il livello di affiliazione è relativamente basso (il 15% circa) non è tale con la rappresentanza che significa l’elezione dei delegati sindacali.

Se si considerano i dati finali del’anno 2011, sono più di 300.000 delegat/e/i che sono stat/e/i elett/e/i, con il voto di oltre 4,7 milioni di persone sulle 7,2 milioni chiamate a eleggere i loro delegati, ossia una partecipazione del 65%. Se aggiungiamo le migliaia di contratti collettivi negoziati e firmati, sia pure con le restrizioni imposte dalla riforma del diritto del lavoro, e i negoziati e accordi a livello di impresa, e le assemblee e mobilitazioni di protesta, sia a livello di impresa o di settore, che in difesa dei diritti generali della popolazione in materia di sanità, di istruzione, avremo una veduta più reale dello strumento organizzatore e mobilitante che è il sindacalismo di classe. Un sindacalismo completamente indispensabile per un qualsiasi cambiamento sociale portato avanti dalla sinistra. Questo non può essere ignorato.

Sindacalismo e politica

Ma riguardo al sindacalismo, bisogna ugualmente riflettere sul ruolo che può svolgere e quali iniziative può prendere nel processo di cambiamento. A suo tempo, il sindacalismo ha dovuto lottare per difendere la sua autonomia e la sua indipendenza (rispetto allo Stato, al regime, ai suoi partiti) per prendere le proprie decisioni. Però, questo non può essere inteso come un’astensione o una separazione artificiale degli ambiti della politica e del sindacalismo. Certo, si tratta di rapporti complessi e che non vanno sempre nello stesso senso, ma bisogna anche discuterne.

Di fronte agli attacchi brutali che abbiamo conosciuto, il sindacalismo non è riuscito a difendersi da solo, né a difendere i diritti delle classi lavoratrici. Quello che occorre è il massimo possibile di alleanze per battere un nemico fortissimo. Alleanze con altri movimenti sociali, alleanze con partiti, con le associazioni di quartiere, con le Maree, ecc. Con tutte quelle e tutti quelli che sono dispost/e/i a combattere le politiche neoliberiste. E bisogna farlo con uno spirito unitario, senza pretendere di imporre delle egemonie da parte degli uni o degli altri, ma con la convinzione che solo con la somma di tutte e tutti e con la mobilitazione arriveremo a riconquistare i nostri diritti. Per far sì che la classe operaia sia al centro del cambiamento sociale, anche il sindacalismo deve rivendicare il suo posto e il ruolo che deve svolgere nella politica.

Ogni lotta operaia o sociale è un’espressione della lotta di classe, e dunque una lotta politica: a volte si esprime nel negoziato di un contratto collettivo o nella lotta contro la precarietà, a volte nell’esigenza di nuove leggi, o di diritti universali per la società. Ma in tutte queste lotte, la partecipazione del «lavoro salariato» è determinante sia che agisca come lavoratore/lavoratrice, sia come cittadino/cittadina.

La prospettiva di un cambiamento politico e sociale esige cambiamenti nelle organizzazioni e nei rapporti che hanno le une con le altre. È lo sforzo collettivo che permetterà di battere la destra, sia con i voti o per mezzo della mobilitazione sociale.

Perché, per l’indomani del 20-Dicembre (elezioni generali), si annunciano minacce molto concrete. L’Unione europea (UE) ha già annunciato che esigerà dal prossimo governo che uscirà dalle urne, una stretta di bilancio pari a 7 miliardi di euro, dunque ancora più tagli. Ma l’UE esige inoltre un approfondimento della riforma del diritto del lavoro, meno diritti e/o una facilitazione dei licenziamenti e/o la diminuzione delle pensioni. Oppure l’UE avanzerà la proposta del contratto unico di Ciudadanos, che è un giro di vite supplementare delle riforme del diritto del lavoro. [Questo tipo di contratto – diffuso in Europa dalla destra utilizzando e deformando «l’esempio »particolare della Danimarca – porta a una flessibilità estrema dell’utilizzo della forza lavoro in relazione alle fluttuazioni del mercato, in particolare nei paesi nei quali il tasso di disoccupazione è elevato; utilizza in maniera fraudolenta tutto un armamentario sulla correlazione formazione–riciclaggio–disoccupazione].

Per queste ragioni, bisogna porre il lavoro e il recupero dei diritti de/lle/i salariat/e/i al centro del dibattito e dell’azione. Come spiegano i sindacalisti di lotta, il cambiamento è anche porre al centro il conflitto capitale-lavoro, dunque la lotta di classe. (Articolo apparso il 13 dicembre sulla rivista sinpermiso; traduzione in francese A l’Encontre).

[1] Owen Jones, Chavs, The Demonization of the Working Class, Verso, London, 2011.Traduzione spagnola di Iñigo Jauregui:Chavs, La Demonización de la Clase Obrera, Capitan Swing Libros, Madrid, 2012