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Tre appelli per tre percorsi

di Franco Turigliatto

Mentre il governo ha varato la nuova legge di stabilità che, in piena continuità con le politiche liberiste, è segnata dalla negazione dei diritti e dei bisogni dei lavoratori, dalla distruzione della sanità pubblica e del welfare e da ingenti regali alle imprese e ai padroni, senza che si stia delineando una risposta sociale e sindacale adeguata sul piano dei contenuti e delle convergenze unitarie, forti discussioni sono in corso nelle forze delle sinistre.

Queste dinamiche di confronto e scontro si sono espresse in particolare in tre appelli politici, tutti segnati dal rigetto delle politiche liberiste e di opposizione al governo Renzi, ma caratterizzati anche da progetti politici assai diversi su molti aspetti.

Noi ci siamo, lanciamo la sfida

Il primo, “Noi ci siamo, lanciamo la sfida” (quello che ha dietro di sé il grosso delle forze a sinistra del PD e che dispone già di una buona rappresentanza parlamentare), si è costituito intorno a Sel e ai fuoriusciti dal PD, a cui si stanno unendo il PRC e la maggioranza di quel che resta de l’Altra Europa, avendo come prospettiva l’apertura di un processo costituente per un nuovo soggetto politico che dovrebbe concludersi nell’autunno del 2016 avendo come scadenza ravvicinata l’assemblea nazionale del prossimo gennaio.

Il progetto politico, pur nella genericità dei contenuti dell’appello, è molto chiaro: è un progetto timidamente antiliberista, democratico che ha come centralità le elezioni e la competitività su questo terreno con il PD di Renzi e con il Movimento 5 Stelle (lasciando tuttavia alcuni spazi di interpretazione e di alleanza nelle prossime elezioni comunali di primavera nelle grandi città). Viene rigettato Renzi, ma non il vecchio centro sinistra che sarebbe stato distrutto dall’attuale primo ministro. Siamo di fronte a una proposta riformista moderata, fortemente istituzionalista, con significativa presenza anche di vecchi soggetti storici di queste posizioni, molte volte responsabili nell’aver gestito le politiche dell’austerità in governi passati. La costituzione anticipata del gruppo alla Camera di Sinistra italiana costituisce una pesante ipoteca sugli equilibri interni a questa coalizione e segnala anche i movimenti e i contrasti ancora ben presenti tra i soggetti interessati al nuovo soggetto.

E’ una proposta certo legittima, ed è fatto positivo che settori se pur minoritari si stacchino dal PD; essa trae la sua maggiore forza dal desiderio di unità e di alternatività elettorale di quel che resta del popolo della sinistra, ma anche di tanti cittadine/i deluse/i e preoccupate/i per il corso degli avvenimenti.

Ma è una visione sbagliata e non condivisibile; è una strategia di tipo riformista sia sul piano nazionale che su quello europeo; non fa i conti con la gravità e la violenza dell’attacco delle forze dominanti, soprattutto non si pone i compiti della costruzione dei movimenti e di lotte adeguate per contrastarle, scelta che comporterebbe anche un ben diverso approccio nei confronti delle direzioni sindacali che in questi anni, e anche in questo autunno, nulla hanno fatto e stanno facendo di serio per contrastarle.

Il problema oggi non è tanto la conquista di una forte rappresentanza parlamentare (che certo non va disdegnata e che va utilizzata), ma aiutare i lavoratori e le lavoratrici a ricostruire un fronte di classe e di lotta. Proprio anche per questo la prospettiva anticapitalista non è presente nei propositi dello schieramento, l’orizzonte resta l’attenuazione delle spinte reazionarie del sistema capitalistico attuale e la speranza della riapertura di una nuova epoca keynesiana. Veramente troppo poco rispetto alle dinamiche dello scontro economico e sociale in atto e al nuovo periodo storico in cui siamo entrati nel corso degli ultimi venti anni.

Per questo anche le vicende greche, che costituiscono un banco di prova delle strategie di tutte le forze politiche della sinistra sia sul piano nazionale che internazionale, non sono richiamate; anzi, è noto che la stragrande maggioranza di queste forze ha sostenuto le scelte di capitolazione del governo Tsipras nell’accettare e gestire il terzo memorandum imposto alla Grecia.

I limiti strategici del progetto dovrebbero porre interrogativi a una forza come Rifondazione, che a parole si propone come anticapitalista (sappiamo che nella pratica le cose sono andate e vanno diversamente), e che non può pensare di risolvere il problema affermando formalmente che nell’operazione unitaria resta la sua “identità comunista”, ed anche, come ha ribadito il suo recente Comitato politico nazionale, il suo essere partito distinto, quasi che questa identità comunista non debba presupporre scelte concrete di pratiche e di politiche anticapitaliste e di rottura con il sistema.

Queste considerazioni critiche non pregiudicano per nulla la nostra disponibilità a ricercare l’unità d’azione con queste forze su diversi terreni per costruire le resistenze sociali e il contrasto alle politiche padronali, punto di partenza per qualsiasi politica anche solo parzialmente alternativa, ogni volta che se ne presenti l’occasione.

No Euro, no UE, no NATO

Il secondo appello “NO EURO, NO UE, NO NATO” presenta caratteristiche assai diverse e intende collocare la sua azione nella definizione di una piattaforma sociale per il lavoro, la democrazia, la pace. Esso è promosso in particolare da Giorgio Cremaschi, dalla Rete dei comunisti e da dirigenti dell’USB, oltre che da diversi compagni che da tempo hanno posto al centro della loro proposta politica l’uscita dall’Euro.

Al centro del testo c’è un forte denuncia della natura reazionaria dell’Unione Europea, dei suoi trattati iugulatori, del liberismo selvaggio, del dominio della finanza e del potere del capitalismo che produce disoccupazione e sfruttamento senza fine e quindi l’affermazione della non riformabilità dell’Unione Europea stessa e la necessità di rompere i vincoli europei.

Non possiamo che condividere questi contenuti e quindi essere del tutti disponibili a convergenze unitarie nelle iniziative e nelle lotte concrete. Per altro ci sono compagne e compagne che proprio in questa ottica hanno firmato sia il documento in oggetto che l’Appello antiliberista e anticapitalista che la nostra organizzazione sostiene.

Solo che il contrasto nei confronti dell’Unione Europea ha un angolo di approccio, anzi un perno su cui tutto il progetto e la proposta politica ruotano: la parola d’ordine centrale dell’uscita dall’euro su cui chiamare a raccolta e alla mobilitazione le forze disponibili. La questione monetaria diventa l’elemento determinante e causale di tutte le vicende europee; la proposta fondamentale diventa il passaggio o il recupero della vecchia moneta e la presunta riconquista della sovranità monetaria e nazionale.

Non siamo d’accordo con questa centralità; è una semplificazione, che lancia un messaggio riduttivo ai lavoratori e che rischia di non far comprendere appieno ed anzi di mascherare la portata della posta in gioco e la natura dello scontro che la classe lavoratrice deve affrontare.

Questo non significa che nel corso dello scontro di classe, come è stato per altro in Grecia, non possa rendersi necessaria questa misura concreta economica, insieme ad altre, per cercare di porre fine alle politiche di austerità. Le nostre posizioni sull’Europa sono espresse nel testo politico “Anticapitalismo, il nostro piano A” proposto per il dibattito del primo congresso della nostra organizzazione (e in particolare nel capitolo su L’Unione europea).

L’esperienza greca delle ultime elezioni, per altro ci indica anche che Unità popolare ha pagato un duro prezzo non essendo riuscita a non farsi schiacciare nella scelta semplificata di: “euro o dracma”.

Il rischio è di non riuscire a chiarire tutto quello che c’è dietro di sostanziale e sociale, cioè le scelte di classe della borghesia e la necessità di una lotta anticapitalista e non di ripiegamento sulle vecchie certezze ed equilibri di classe del passato. Alcune frasi sembrano rieccheggiare formule degli anni ’50 del PCI.

Per noi al centro devono stare la lotta all’austerità, il rifiuto delle politiche padronali, la denuncia del sistema capitalista in quanto tale, a partire, per quanto riguarda oggi l’Italia, dalla battaglia nelle prossime settimane contro la legge di stabilità. Questo orientamento presuppone che sul piano strategico e della proposta di azione non ci sia solo la denuncia del carattere reazionario dell’Unione Europea e la necessità di respingere i suoi trattati infami, ma anche di costruire un altro progetto continentale, di unire le forze anticapitaliste in una azione di solidarietà internazionalista, di una comune battaglia per un’Europa delle lavoratrici e dei lavoratori.

Non si tratta certo di pensare che ci sia una dinamica unica, un “giorno X”, in cui tutti i paesi si mettano in movimento, ma di lavorare per costruire il massimo di convergenze e di iniziative unitarie dei movimenti di classe e delle forze anticapitaliste unitarie, di realizzare le fratture là dove e quando queste si rendono possibili ed intorno ad esse costruire la solidarietà e la presa in carico delle esperienze più avanzate di lotta.

La rinuncia del governo Tsipras di operare queste rotture e la conseguente sconfitta delle classi popolari greche, costituisce una sconfitta per tutto il movimento di classe in Europa e peserà a lungo.

C’è un altro elemento del testo che presenta molte ambiguità: la corretta denuncia del carattere imperialista delle potenze occidentali e della Nato, loro strumento politico e militare, costituisce l’alfa e l’omega della sua analisi internazionale; ad essa non si affianca però la non meno necessaria denuncia del ruolo di grande potenza imperiale della Russia di Putin. Tanto meno vengono colti e interpretati i bisogni delle masse, che in tutti i paesi devono prevalere sulla reazione pavloviana del “il nemico del mio nemico è il mio amico”.

L’ambiguità lascia intravedere una posizione campista che per altro si esprime pienamente in alcuni siti dei promotori dell’appello per cui Assad diventa non un dittatore sanguinario da combattere ma un valido interlocutore di un presunto campo antimperialista…

“Gli dei accecano coloro che vogliono perdere” è il caso di dire; con questi approcci politici strategici che traggono la loro logica dalle vecchie eredità staliniane, anche la riaffermazione anticapitalista risulta essere più di facciata che nei reali contenuti.

Noi siamo contro la Nato e contro Putin, conto Assad e contro l’Isis.

Appello antiliberista e anticapitalista

Pensiamo invece che il terzo testo (promosso da alcuni settori de l’Altra Europa, da aree di Rifondazione, da Sinistra Anticapitalista e da diverse componenti sindacaliste di classe e da soggettività sociali) sia quello che più di tutti provi ad affrontare i nodi dello scontro di classe: è riassunto in due termini: antiliberista e anticapitalista. Antiliberista, di rigetto dell’austerità, come punto di partenza per contrastare le politiche dominanti della borghesia; anticapitalista perché queste politiche sono l’essenza del capitalismo; si deve lavorare per sviluppare un movimento che contesti e combatta questo assetto economico, politico sociale ed istituzionale che oggi minaccia il futuro delle classi lavoratrici sul nostro continente (e non solo in Europa).

Questa posizione esprime un bilancio preciso delle vicende greche e della sconfitta subita per arrivare alla conclusione che bisogna battere il neoliberalismo costruendo una prospettiva strategica alternativa al capitalismo, cioè un progetto di transizione al socialismo per usare una terminologia desueta, ma molto chiara.

Il testo, nella consapevolezza che si potranno produrre nuovi forti contraddizioni e movimenti di lotta in Europa, insiste sul fatto che occorre un “nuovo slancio di solidarietà e di azione anticapitalista”. E qui la divergenza nei fatti con il secondo appello è molto forte perché si precisa che cosa significa realmente internazionalismo. Esso “si esprime avendo sempre come punto di riferimento le classi popolari, i lavoratori e le lavoratrici dei diversi paesi, i precari, gli inoccupati e i disoccupati, i nuovi schiavi, le loro lotte per i diritti democratici e sociali; il punto di partenza è la comprensione dei loro bisogni e il sostegno alle mobilitazioni che promuovono per difendere i loro interessi in piena autonomia e in forte contrapposizione rispetto ai governi che rappresentano le classi dominanti”.

Così come sono indicati con chiarezza gli assi di riferimento e di lotta della classe lavoratrice, ma anche i contenuti e l’importanza degli altri movimenti sociali: ”Di fronte alla debolezza dell’opposizione alle politiche neoliberiste l’obiettivo diventa quello di costruire un ampio fronte, una coalizione o forum delle opposizioni, sociali, politiche e dei variegati movimenti sociali, studenteschi, ecologisti, femministi: poiché ci sono comuni interessi e evidenti convergenze tra questi soggetti, non è quindi impossibile avere luoghi di confronto permanente fra tutti/e coloro che, collettivamente e individualmente, desiderano battersi contro la xenofobia, il neoliberismo ed il capitalismo”.

Per questo si insite anche su un processo di iniziativa sindacale unitaria per costruire un sindacalismo di classe: “Pensiamo che le realtà di classe interne alle confederazioni e quelle esterne, il sindacalismo di base, debbano provare a superare diffidenze e contrapposizioni reciproche e trovare la strada dell’unità d’azione nell’ottica di una pratica di attività intersindacale di classe a partire dal basso nei luoghi di lavoro e, in prospettiva, di creare le condizioni per l’autorganizzazione ed anche per costruire delle nuove forme consiliari nei luoghi di lavoro, che ripristino la democrazia e il controllo diretto dei lavoratori e lavoratrici sui processi produttivi”.

Infine c’è una proposta forse modesta, ma precisa per contrastare i processi di involuzione moderata delle forze della sinistra in Italia, espresse nel nuovo soggetto unitario in costruzione, che coinvolgerà all’interno delle posizioni classiche moderate del riformismo italiano anche parte di forze, come Rifondazione, che, tra alti (pochi) e bassi (molti), avevano cercato di superarle.

L’obiettivo dell’appello antiliberista ed anticapitalista è la costruzione di un dialogo di tutte quelle forze che hanno come orizzonte un percorso anticapitalista partendo dai contenuti antiausterità e dall’internità al conflitto sociale, senza che questo rimetta in discussione le loro appartenenze politiche, sociali e sindacali.

Una proposta più definita politicamente, soprattutto più chiara nei suo contenuti di lotta al sistema capitalista, l’ndicazione di ricominciare a discutere della prospettiva del socialismo in un momento in cui le tante barbarie in atto, quelle dei vecchi e dei nuovi imperialismi e quelle che sembrano uscire da secoli passati, ma del tutto calate nella realtà presente, minacciano il futuro dell’umanità.