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La doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico

Diego Giachetti recensisce il libro di Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Torino, Einaudi, 2015

Gl’interlocutori principali di questo libro del sociologo Luciano Gallino, sono le nuove generazioni, alle quali confessa che narrerà loro la storia di una sconfitta politica, sociale e morale, sperando che quelli che verranno trovino il modo di porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese. Se si è stati sconfitti è perché qualcun altro ha vinto. I vincitori di oggi sono le oligarchie dominanti di un sistema economico-sociale-finanziario che dobbiamo ancora e più di prima chiamare capitalismo, termine oggi schivato dal fior fiore degli intellettuali e economisti, parlanti dagli schermi televisivi. Usare questa definizione è anche un modo per reagire all’odierna frode che consiste nel designare la medesima formazione sociale come “sistema di mercato” o sinonimi simili, definizioni ideologiche nel senso di falsa coscienza da distribuire ai sottoposti. D’altronde l’autore ha promesso fin dalla manchette di apertura – riprendendo Rosa Luxemburg – di dire «ciò che è», perché questo «rimane l’atto più rivoluzionario», e non ciò che ci vuole far credere la voce dominante dei dominatori.

La sconfitta subita, a seguito di una trentennale lotta delle classi dominanti, contro il movimento dei lavoratori e le sue istituzioni politiche e sindacali, è doppia e riguarda due assiomi fondamentali: l’idea di eguaglianza e quella di pensiero critico, con l’aggiunta della vittoria «della stupidità»: «se qualcuno vi dice che le classi non esistono più, o sono un concetto superato, lasciatelo perdere oppure ditegli di leggersi almeno, fra i tanti, D. Bensaid, Marx l’intempestivo. Grandezze e miserie di un’avventura critica», precisa in una nota inclusa nell’ultimo capitolo del libro.

La causa della sconfitta dell’eguaglianza è stata la doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico, quest’ultima indotta, provocata e strettamente collegata alla prima. La crisi ecologica non può venire trattata in modo indipendente dalla crisi del capitalismo, poiché è la medesima crisi considerata da un’angolazione diversa. La restaurazione del potere illimitato e irrazionale del dominio capitalistico si è accompagnata con l’affermazione dell’ideologia neoliberista che riduce tutto e tutti a mere macchine contabili al servizio del mercato e delle banche, dando vita a una povertà del pensiero e dell’azione politica quale non si era forse mai vista nella storia. Le tesi neoliberiste distorcono la realtà al fine di legittimare l’ordine esistente a favore delle classi che formano tra l’1 e il 10 % della popolazione. La rappresentazione proposta dai giornali, dalla Tv, propagandata nelle scuole e nelle università sono spesso contraffazioni della realtà. Così, al posto del pensiero critico ci ritroviamo col pensiero neoliberale, un’ideologia strettamente connessa «all’irresistibile ascesa della stupidità al potere».

La doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico.

Esiste una probabilità che il futuro dell’economia capitalistica sia una stagnazione senza fine in un contesto di permanente disoccupazione strutturale, poiché non è più vero (se mai lo è stato) il vecchio assioma che la tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge. Il lavoro necessario oggi a produrre le nuove tecnologie non compensa più i posti di lavoro che esse contribuiscono a cancellare. A questa crisi si accompagna quella drammatica del sistema ecologico in quanto l’attuale modo di produzione consuma molte più risorse biologiche di quante la terra non produca o riesce a riprodurre, mentre le risorse fossili sono in via di esaurimento. Pertanto la riduzione drastica e rapida del consumo di risorse naturali, e al tempo stesso delle emissioni che provocano l’aumento della temperatura, richiederebbe una svolta senza precedenti nella concezione e nella gestione dell’economia a cominciare da un ridimensionamento drastico del potere della finanza sull’economia reale. Oggi, alcune migliaia di operatori finanziari – scrive l’autore – «si affannano ogni giorno unicamente per trovare un’occupazione al più ansioso e impaziente dei disoccupati: il denaro. Esso è una delle vittime della crisi: gli è diventato difficile trovare un lavoro. Il denaro deve lavorare, ma non può accontentarsi di una remunerazione da poco: vuole il 15% e più del proprio valore di scambio. Intanto che la quasi totalità degli operatori finanziari è impegnata a trovare un lavoro a questo disoccupato bisognoso, di cui ogni telegiornale ci dà notizia con le quotazioni di borsa, soltanto a livello dell’Unione europea si registrano 25 milioni di individui senza lavoro, almeno altrettanti con un’occupazione precaria e malpagata, e 125 milioni a rischio povertà». Il lavoro trovato per il signor denaro consiste nell’indebitare il maggior numero di soggetti economici, privati e pubblici, per estrarre da essi un flusso continuativo di denaro generato da altro denaro in gran parte fittizio. Indebitare persone e enti privati e pubblici è il miglior modo per far si che essi obbediscano alla cosiddetta disciplina dei mercati. Per ottenere tali scopi è necessario, per il creditore, che i debiti aperti nei suoi confronti non vengano mai saldati, riducendo così l’indebitato in stato permanente di servitù, nel presente e anche nell’avvenire, poiché attraverso l’indebitamento si ipoteca anche il futuro.

Unione europea. L’austerità come progetto politico

Questo meccanismo governa l’economia politica in Europa, la cui oligarchia detiene un potere immenso, non conferito da nessuno: se ne sono semplicemente appropriati. Si tratta dei membri delle istituzioni comunitarie sortite dai trattati dell’Unione europea: Commissione europea, Consiglio europeo, Consiglio dell’unione europea; i dirigenti dei grandi gruppi finanziari più quelli dell’industria e dei servizi; i governanti dei principali paesi; i membri delle associazioni a partecipazione selettiva e ristretta e dei massimi esponenti dell’economia e della politica; gli esponenti della cultura neoliberale che costituiscono la maggioranza nelle università e nei media; a essi va aggiunto il Fondo monetario internazionale. Si tratta di alcune migliaia di individui. Il loro immenso potere nell’influenzare, progettare, elaborare gli sviluppi dell’Unione europea, sovrasta di gran lunga quello complessivo del mezzo miliardo di cittadini dell’Unione. Il loro progetto politico è l’austerità e la guerra di classe contro lo stato sociale e la società intera, incluso il pensiero critico, spazzato via delle università, diventate imprese culturali atte a produrre tipi umani a una sola dimensione, quella neoliberista. Dati alla mano si dimostra che le politiche di austerità sono la causa prima della crisi. Queste politiche sono un distillato delle teorie economiche neoliberali. La mente e la prassi di tutto il personale politico che ha concorso a governare l’economia italiana negli ultimi anni, compreso quello che qualcuno si ostina ancora a chiamare di sinistra, è dominata sino al midollo da questa grossolana ideologia. Non c’è quindi da stupirsi che essa abbia condotto il paese al disastro con le ultime cosiddette “riforme” (pensioni, sanità, contratti di lavoro, servizi pubblici, pubblica amministrazione), tutte precedute da militaresche prescrizioni della Troika e realizzate di gran fretta dal governo in carica, quale che fosse.

«Il sentiero si traccia camminando. Ma bisogna camminare nella direzione giusta».

La doppia crisi del capitalismo, manifestatasi a partire dagli anni Settanta è lì a provare che le sue contraddizioni interne l’hanno messo in estrema difficoltà, condannandolo all’estinzione. La sua fine potrà essere rapida o lunga, pacifica o cruenta: nessuno può dirlo. L’analisi marxista della crisi è indubbiamente più realistica di quelle sfornate da quasi tutti quelli che di marxismo non vogliono neanche sentir parlare, ma quanto al fatidico “che fare?” la risposta data è sovente astratta, difficilmente traducibile in un programma immediato. Occorre però anche ammettere che non è facile trovare risposte esaurienti. Coloro che vorrebbero cambiare il capitalismo sono di fronte a un’impresa terribilmente difficile, soprattutto perché oggi è difficile capire come e chi guiderà il processo di superamento del capitalismo. In potenza, ad esempio in Italia, ci sono movimenti che hanno compreso come la politica dei nostri governi è fatta a favore del 10% della popolazione. Sono milioni le persone deluse dai partiti tradizionali che potrebbero rappresentare un modo innovativo di intendere e fare politica. Tuttavia, movimenti, moti di piazza, umori e idee, pur essenziali al processo democratico, se non diventano legge pesano poco o nulla nella vita delle persone. Affinché i movimenti diventino una massa critica in grado di togliere alla finanza il dominio di cui gode, o quantomeno ridurlo drasticamente, essi debbono darsi un’organizzazione. Non c’è eccezione che tenga, afferma, poiché quale che sia la finalità o la posta in gioco, «un piccolo gruppo ben organizzato avrà sempre la meglio su un gruppo cento o mille volte più grande ma privo di organizzazione».

Dopo il declino dei soggetti in grado di organizzare le folle, come i partiti tradizionali, o costituenti essi stessi una forma di organizzazione, come il proletariato fordista, un’efficace forma di organizzazione dei movimenti di opposizione in campo politico potrebbe svolgerla soltanto il fatidico “nuovo soggetto” di cui a sinistra si attende l’arrivo da generazioni. Altro non vi è da sperare in quanto «i partiti di massa quali il Pd che si dicevano di sinistra si sono suicidati, e le formazioni restanti non hanno per ora alcuna speranza di superare alle elezioni pochi punti percentuali».

Una “nuova sinistra”, sostenuta dalla classe lavoratrice, dei precari, della classe media, che dovrebbe prendere il potere; e anche se non riuscisse subito a sostituire il capitalismo, dovrebbe riuscire quantomeno a trasformare i suoi caratteri più deleteri, dando vita magari a un sistema inedito di socialismo democratico o social-ecologico, oppure con un nome decisamente diverso «visto il tradimento dei loro ideali costitutivi compiuto dalle socialdemocrazie europee». Se un’autentica forza di opposizione non si sviluppa, o tarda ancora per decenni, quello che ci attenderà è un ulteriore degrado dell’economia e del tessuto sociale, seguito da rivolte popolari dagli esiti imprevedibili. Pertanto, conclude Gallino, la questione, «come si diceva una vita fa, è soprattutto politica».