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Marx: lupus in fabula!

Pierino e il lupo di G. Pala

Gianfranco Pala, “Pierino e il lupo”, 2015, F. Angeli Editore

di Olmo Dalcò

Gianfranco Pala, Pierino e il lupo, 2015, F. Angeli Editore

Il libro è acquistabile presso le sedi di Sinistra Anticapitalista di Roma e di Torino e per posta, facendone richiesta a sinistra@anticapitalista.org

Grazie alla volontà di un coraggioso editore, nonché alla pressione militante di Sinistra Anticapitalista, è stato ripubblicato il libro di Gianfranco Pala, Pierino e il lupo, dopo trentaquattro anni dalla sua prima uscita. Pierino e il lupo narra, ripercorrendo Prokofiev, in forma di favola economica, del rapporto tra Sraffa e Marx, che tanto affascinò le cattedre universitarie negli anni settanta, e tanto influenzò il dibattito nell’ambito della sinistra politica e sindacale. Tuttavia, così tanto è mutato il clima culturale e politico, negli ambienti accademici e non, che il dibattito attorno alle tesi di Sraffa ha fatto decisamente il suo tempo, essendo stato dimenticato persino il nome dell’illustre economista italiano. Perché allora la necessità di una nuova pubblicazione?

La prima risposta banale sarebbe quella di rendere omaggio a un vero e proprio capolavoro di critica dell’economia politica, ovviamente coscientemente trascurato dall’accademia dominante, sempre più meschinamente ideologica e oscurantista. La seconda risposta militante è che la crisi economica a cui stiamo assistendo è anche una crisi dell’economia borghese e della sua capacità mistificatoria. Infatti, l’opera, pur narrando di come Pierino, ovvero Piero Sraffa, riuscì a mettere in gabbia Marx, ovvero il lupo, si conclude, tuttavia, con un lupo vivo e agitato all’interno di una gabbia neanche troppo resistente.

Oggi mentre Pierino e i suoi nipotini sono dimenticati da tutti, torna alla ribalta lo spettro del lupo, che resta soltanto in attesa che un nuovo movimento di classe sia in grado di riaprire finalmente quella gabbia costruita dai suoi presunti amici. Questa è, in fondo, la morale della favola: per riaccendere un reale conflitto di classe occorre ripartire dal valore della teoria, ossia da quella dialettica e materialista teoria del valore del lupo, sacrificata nel nome e nella forma della triste scienza borghese della sinistra di Pierino. Si ricordi a proposito quando Lenin ammoniva di fare pure compromessi nella pratica, ma mai cedimenti nella teoria; sacrificare la dialettica e la dinamica della teoria del valore per la logica formale, statica e tautologica, significa andare inesorabilmente alla sconfitta nei confronti dell’ideologia dominante di stampo borghese. Così accadde a Pierino e ai suoi nipotini. Al contrario, per rovesciare i rapporti di forza, è sempre più necessario ripartire dalla dialettica dei rapporti sociali analizzati dal lupo. Questo libro va dunque comprato per essere letto solo dopo aver studiato l’opera del lupo. Del resto, l’autore non ce lo perdonerebbe mai; è sempre stato, a differenza di Pierino, troppo sinceramente compagno del lupo.

L’opera è espressamente rivolta ai non docenti di economia politica, col tentativo di essere scritta con il gergo volgare dei molti anziché col latino economico dei pochi. L’autore stesso, tuttavia, sottolinea come questo tentativo sia riuscito solo in parte per una ragione semplice: gli stessi temi “economici” si sono ormai troppo allontanati dalla “realtà” della classe lavoratrice. Certamente coloro che hanno, ormai quasi esclusivamente, studiato e insegnato l’economia volgare marginalista troveranno notevoli spunti di riflessione; ciò nonostante il libro è comunque rivolto a chi di professione non insegna economia, cioè a tutti coloro che sono costretti a vivere l’economia sulla propria pelle, perché da essa sono dominati e sfruttati: è a loro, infatti, che interessa l’origine delle cose.

Già l’origine delle cose: questo è il punto chiave della critica dell’economia politica e il punto nevralgico di antitesi tra Pierino e il lupo. A differenza dei cacciatori selvaggi ma incapaci, gli economisti marginalisti, che vorrebbero uccidere definitivamente il lupo, Pierino non vuole fucilarlo; vuole metterlo lucidamente in gabbia e riuscire nell’intento di renderlo inoffensivo, mostrando persino di averlo salvato dai feroci cacciatori. Per catturare il lupo, Pierino deve, però, oscurare l’origine, mistificare la scienza economica e partire dalla fine. Non può fare diversamente, se deve ingabbiare il lupo. Qui giace il fascino del libro, aldilà della polemica datata con gli economisti seguaci di Sraffa. Il fascino è quello di riuscire a scoprire il lavoro, cioè dove risiede l’origine attiva della produzione in generale, di rendere visibile l’invisibile, per poi passare storicamente alla peculiarità del lavoro astratto nella produzione di merci, e infine all’arcano della produzione capitalistica di merci basata sulla trasformazione del lavoro in lavoro salariato. Scoprire, quindi, quanto solo il materialismo storico e dialettico del lupo sia in grado di far esplodere le mistificazioni degli economisti.

Cancellare l’origine significa rimuovere la teoria del valore; è qui che la teoria senza valore di Pierino deve basarsi sulla negazione della duplicità del lavoro. Innanzitutto negare il fondamento del lavoro come elemento attivo della produzione in generale. L’opera con cui Pierino ingabbia il lupo è Produzione di merci a mezzo di merci. Forse mai titolo fu così precisamente programmatico come questo di Pierino, nel senso di assumere che la produzione di merci si effettui soltanto a mezzo di merci e non a mezzo di lavoro. Dapprincipio il lavoro vivo scompare e la produzione si trasforma in una tecnica di produzione astorica ed esogena, bella e pronta, ovviamente priva di rapporti sociali, in cui si moltiplicano per miracolo i pani e i pesci: questo è il miracolo della tecnica, il miracolo della mistificazione degli economisti!

La duplicità del lavoro, che rappresenta l’altra faccia della duplicità della merce, è, invece, per il lupo, il perno della critica del’economia politica. Da un lato il lavoro concreto utile, l’attività di lavoro come unico elemento attivo dell’intero processo economico sociale; di qui l’unicità piuttosto che la scarsità dell’elemento attivo della produzione di valore d’uso e di valore. Dall’altro il lavoro astratto che rappresenta la qualità immanente delle merci; di qui la sostanza del valore che ne consente la misura reale in termini di grandezza, tempo di lavoro. Ebbene in Sraffa è assente il perno intorno al quale ruota l’economia politica. Difatti, non solo Sraffa misconosce il ruolo attivo del lavoro utile, ma a differenza del nonno, l’economista Ricardo, arriva persino a cancellare il ruolo del lavoro astratto nel determinare la grandezza di valore. Nonostante i suoi nipotini siano conosciuti come neoricardiani, la loro resta paradossalmente una teoria ricardiana senza valore.

Dall’invisibilità del lavoro, nella sua duplicità, si perviene alla negazione della centralità dell’altra duplicità: la duplicità della forza-lavoro. La produzione di merci diviene produzione capitalistica quando il lavoro si trasforma nella merce forza-lavoro; pertanto la trasformazione del denaro in capitale coincide con la trasformazione del lavoro in lavoro salariato. Soltanto così è possibile conoscere la duplicità della forza lavoro, nel lavoro pagato da un lato e nel lavoro non pagato dall’altro. La forza-lavoro viene pagata per il suo equivalente, ossia per il suo valore; ma essa viene sfruttata per il suo valore d’uso, il non equivalente che diviene l’eccesso di lavoro, il pluslavoro, e, a sua volta, il fondamento della produzione capitalistica, l’appropriazione di plusvalore. Nel momento in cui l’eguaglianza che si fa ineguaglianza il lupo svela l’arcano della fattura del plusvalore. Ma per comprendere il lupo dobbiamo seguirlo nel segreto laboratorio della produzione e dello sfruttamento, sulla cui soglia sta scritto “vietato l’accesso ai non addetti ai lavori”.

Eppure Sraffa non entra mai nella produzione, mentre preferisce nascere e morire nell’analisi della distribuzione. Ma come si fa a parlare di distribuzione, quando l’origine di essa è nella produzione di plusvalore? Invece, è proprio il consumo della forza-lavoro, ossia la produzione capitalistica, che consente la formazione del plusvalore. L’erogazione di pluslavoro altrui non pagato è l’unica base e origine sociale di ogni forma di profitto. In Sraffa, come in tutti gli economisti, venendo meno l’origine sociale, il profitto non può che essere presupposto. Tutti i fanatici del sovrappiù, ma del surplus non già del surplus value, circoscrivono la loro attenzione alle conseguenze dell’antagonismo meramente distributivo. Il fatto in sé non è disdicevole, ma lo diventa nel momento in cui si perde l’orientamento di tale antagonismo, ossia la sua causa prima e originaria. La semplice inferiorità del salario rispetto al prodotto netto è una verità tanto astratta quanto inutile. La mancata appropriazione dell’intero prodotto del lavoro fu d’altronde il cavallo perdente del percorso duhringiano, dei filosofi della miseria, e degli stessi parenti socialisti del nonno Ricardo. Essa potrebbe rimandare a qualsiasi ripartizione del prodotto netto in quote distributive, motivata eticamente o contrattualmente. Il passaggio da una necessità rivoluzionaria a una impossibilità riformista è immediatamente conseguente; così come quella della centralità dei rapporti di proprietà nella produzione del capitale a quella dell’equità nella distribuzione del reddito. Nell’analisi della distribuzione, il salario si presenta innanzitutto come reddito, anziché come capitale variabile; di qui inizia la subalternità al dominio del profitto presupposto; la sconfitta della sinistra ne rappresenta di già l’inevitabile risultato.

Nelle equazioni di prezzo di Pierino, non c’è il lavoro come attività, ma c’è il salario del lavoro nella forma del salario-reddito e come variabile indipendente del sistema. Questa divenne la parola d’ordine delle lotte operaie a partire dall’autunno caldo. Era una causa giusta perseguita con strumenti sbagliati. Conseguenza tragica di ciò fu, infatti, il pentimento dell’Eur nel 1978 e la prima forma di austerità in salsa berlingueriana, anziché merkeliana. L’abbaglio nasceva dalla tautologica relazione inversa che si costituisce nel sistema dato tra salario e profitto; tuttavia, tale relazione inversa è ovviamente universalmente accettata nelle condizioni date di produzione, persino dai marginalisti equilibristi e padroni. D’altra parte, il lupo più precisamente distingueva che in un sistema a condizioni date, quale quello di Pierino, il salario non è da considerare dipendente in quanto non è da considerare come variabile, piuttosto esso è dato nella composizione materiale; viceversa in un sistema dinamico di accumulazione la grandezza dell’accumulazione del capitale è la variabile indipendente e quella del salario la variabile dipendente. Quest’ultima ignoranza fu alla radice del riflusso del movimento operaio, mentre la prima, nel voler ostinatamente negare la forma del salario materiale, costituisce la base del riflusso del pensiero teorico eterodosso degli eredi di Pierino, poiché tutta la vecchia merda ritornò a galla.

L’introduzione di una distribuzione data materialmente significherebbe scendere sul terreno del lupo e avrebbe vanificato gran parte dell’opera di Pierino. Ma ogni trionfo ha il suo prezzo e gli errori commessi prima o poi si pagano. Il pasticcio attiene alla problematica della determinazione dei presunti prezzi di produzione e alla presunta simultanea determinazione del tasso di profitto, attraverso la quale i nipoti di Pierino pretesero di arrecare una ferita mortale alla trattazione di Marx della trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Tuttavia, il lupo spiegò benissimo che la forma prezzo, in quanto fondata sul rapporto di scambio della merce col denaro, rappresenta sempre una deviazione sistematica, quindi necessaria, della forma monetaria del valore dal rapporto delle grandezze di valore espresse in quantità di lavoro, ossia le forme di valore.

La deviazione monetaria sistematica appare già nello scambio semplice di merci, cioè senza profitto né prezzi di produzione capitalistici; conseguentemente, la forma monetaria del prezzo di produzione prima, e delle altre forme di prezzo mediate dalla circolazione reale, sono ulteriormente e sistematicamente una deviazione sistematica dalle grandezze di valore. Queste sono pure forme economiche di manifestazione del lavoro, basate su una differente regola di ripartizione del profitto, quale forma monetaria del plusvalore, essendo il salario dato materialmente dalla massa dei mezzi di sussistenza. Ma questo è quel che viene poi, non già il principio!

Tecnicamente e per i più addetti, risulterà anche rilevante conoscere che quelli di Pierino non sono affatto i prezzi di produzione, in quanto sono già mediati dalla circolazione; inoltre, la presunta simultaneità cade nella misura in cui la soluzione dell’autovettore dei prezzi relativi, variabili additive del sistema dei prezzi, non può che avvenire dopo la determinazione dell’autovalore, ossia l’inverso del tasso di profitto uniforme, variabile moltiplicativa dei costi: così è ristabilita la priorità persino logica della determinazione del tasso di profitto, che non dipende dai prezzi in alcuna maniera, ma unicamente dai coefficienti dati della matrice tecnica di merci occorrenti direttamente e indirettamente per la produzione capitalistica.

Invece, Pierino determina i prezzi, anziché attraverso lo svolgimento razionale, logico e iterativo, del tempo di lavoro, direttamente dalla distribuzione del reddito, dove il profitto è supinamente presupposto. Pur non essendoci le funzioni decrescenti di domanda e crescenti di offerta, la differenza con l’economia dominante è puramente formale. Persino la facile polemica contro le quote di reddito basate sul corrispettivo marginalista dei fattori di produzione relativamente scarsi, che solo gli economisti, in quanto sicofanti del capitale, potevano artatamente aggrovigliare, rischia così un piano inclinato formalista, sino a rischiare di far morire il sistema di Pierino in un caso particolare di quello neomarginalista. Non è tanto sulla circolarità logica, ossia sul piano dell’eterogeneità del capitale, che va in crisi il marginalismo dominante, quanto soprattutto sulla negazione della circolarità reale, ossia sul piano del processo complessivo di produzione e riproduzione del capitale. Il sistema sraffiano risulta, quindi, parimenti inutile sul piano dell’analisi dell’accumulazione, così come per analizzare la necessità della crisi di sovrapproduzione.

La crisi di sovrapproduzione del capitale, tuttavia, irrompe nella storia. La sottoutilizzazione della capacità produttiva in eccesso si accompagna alla repulsione massiccia della forza-lavoro salariata in termini di licenziamenti di massa, disoccupazione, precarietà e ulteriore deflazione salariale. La contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di proprietà capitalistici ha assunto un’intensità che investe prepotentemente anche il rapporto tra il lavoro, il padre del valore d’uso, e la natura, la madre. L’anticapitalismo diviene socialista ed ecologista per necessità.

Ciò nonostante, la sinistra deve far uscire il lupo, recuperare il valore della teoria, e non farsi schiacciare dai moderni usignoli dell’imperialismo, keynesiani di ogni razza. Non è tollerabile continuare ad inchinarsi a chi scambia il capitale del ventunesimo secolo con l’ennesima volgare riproposizione del dominio della distribuzione del reddito, neanche più basata sui rapporti di classe; oppure subire l’ironia di chi senza tentennamenti sentenzia che la teoria del valore è na strunzata; oppure accomodarsi a vagheggiare un denaro senza lavoro e una moneta senza valore; ovvero partire dalla confusione del lavoro astratto con il lavoro salariato; infine, giungere sempre al desiderio perenne di scambiare la crisi necessaria e ciclica di sovrapproduzione con la crisi possibile e regolabile di domanda effettiva. Per carità!

Il contributo dell’opera alla critica dell’economia politica è davvero straordinario. Spetta ai futuri lupacchiotti il compito critico e dialettico di far vivere la teoria nella prassi e viceversa. Questa è, in ultima analisi, la teoria comunista contrapposta a quella degli economisti; imprescindibile per rimuovere la gabbia e liberare finalmente il lupo, come ci insegna Gianfranco Pala, compagno del lupo.