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Uscire dall’euro con un nuovo modello economico e sociale di redistribuzione del reddito

di Manuel M. Buccarella, (giornalista economico, scrittore)

La crisi greca, con la capitolazione del governo Tsipras nella notte tra il 12 ed il 13 luglio, ha rimesso prepotentemente al centro dell’attenzione la questione dell’Eurozona e del suo autoritarismo, in particolare nei confronti di paesi periferici come la Grecia, ma anche Italia, Francia, Spagna e Portogallo e potenzialmente  verso altri ancora, oggi più “solidi”.

Obiettivo di questo articolo non è tanto – o solo – analizzare le motivazioni politiche ed economiche che porterebbero a consigliare l’uscita dall’euro, e dunque dall’Unione Europea, ma analizzare per quanto possibile il quadro politico-economico e giuridico che sta alla base dell’appartenenza all’Eurozona e che giustificherebbe i vari vincoli, in particolare di bilancio, imposti agli Stati membri che hanno adottato l’euro e che hanno aderito al Trattato di Maastricht ed agli accordi conseguenti (primo fra tutti il famigerato fiscal compact).

Quanto alla Grecia, al netto di qualsiasi valutazione politica sull’operato della coppia Tsipras-Tsakalotos, è evidente che il perpetuarsi di misure di austerità a danno del popolo greco e soprattutto dei ceti medio-bassi, è a maggior motivo determinato dalla firma del Terzo Memorandum e dalla circostanza che nello stesso, ove non bastasse, viene rimarcato il fatto che la Grecia, oltre a dover attuare le misure recessive e punitive previste, deve rimettersi al rispetto dei rigidissimi obiettivi previsti dal fiscal compact, cui comunque sono tenuti i paesi dell’Unione Europea (praticamente tutti) che lo hanno sottoscritto. Così facendo  dunque, la Grecia si avvita in una perversa spirale di austerità, indotta dal debito verso l’estero e dai bilanci in rosso, che devono invece attenersi alle regole dell’Accordo di Stabilità: il classico cane che si morde la coda.

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