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Anticapitalismo, il nostro piano A. La classe lavoratrice. Le sconfitte e le conseguenze

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Del susseguirsi delle sconfitte della classe lavoratrice, del drastico e inesorabile peggioramento delle condizioni di vita, del blocco salariale e dei trattamenti pensionistici, della dilagante disoccupazione, della sempre maggiore difficoltà per i giovani di trovare un posto di lavoro abbiamo già detto. L’assenza di una politica abitativa pubblica e agevolata, il costo crescente delle abitazioni, trasformatesi in un prodotto speculativo, più che di consumo, il peso degli interessi sui mutui si sono sommati a quelle condizioni. Anche i prezzi degli altri generi di consumo, salvo che in alcuni settori, continuano ad aumentare, seppure in misura minore che nel passato. Tutto ciò ha prodotto una diffusa e crescente povertà, anche in famiglie che sino a pochi anni fa si ritenevano estranee a questa esperienza.

A questo drammatico avvitamento delle condizioni di vita delle classi popolari gli apparati sindacali non hanno opposto alcuna resistenza né tanto meno hanno tentato di mettere in atto, come sarebbe stato necessario, un programma complessivo di risposte.

Nel frattempo anche sul terreno delle condizioni di lavoro la situazione peggiorava rapidamente. Da anni i padroni volevano rimangiarsi quei margini di controllo sui ritmi, sugli orari e sulle condizioni di lavoro imposti con le lotte degli anni ‘60 e ‘70. Già negli anni ‘80 e ‘90 buona parte di quegli spazi erano stati ridimensionati e ridotti a semplici impegni di confronto sindacale. Ma l’obiettivo del padrone, da sempre, è quello di aumentare l’orario di lavoro del singolo lavoratore, con lo scopo di accrescere lo sfruttamento (la “produttività”) e di avere un medesimo volume di produzione con meno addetti, accrescendo così il numero dei disoccupati e la pressione dell’ “esercito di riserva”.

Questo obiettivo è stato raggiunto anche grazie alle scelte dei sindacati confederali di consentire e a volte addirittura condividere un aumento a dismisura della “flessibilità” dell’uso della manodopera e degli orari di lavoro nei contratti nazionali e aziendali, e accettando il dilagare delle “deroghe”.

Gli stessi CCNL, che nel corso degli anni ‘60 e ‘70 erano stati costruiti come strumenti di solidarietà di categoria e di classe, caratteristica largamente mantenuta fino alla fine del secolo, negli ultimi anni sono stati o bloccati, o gestiti in modo unilaterale dal padrone (con l’ausilio di Cisl e Uil, sempre disposte a firmare contratti separati sotto dettatura), o stipulati a partire dalle esigenze padronali anche con il consenso della Cgil.

Nel frattempo, i settori di avanguardia formatisi nei decenni scorsi, che avevano innervato le lotte e le mobilitazioni del mondo del lavoro, si sono drasticamente ridimensionati: molti di quelle lavoratrici e di quei lavoratori avanzati sono stati espulsi dalle aziende, grazie alle ristrutturazioni, alle esternalizzazioni, alle riduzioni di personale, altri sono usciti dai posti di lavoro per motivi anagrafici e non sono stati rimpiazzati da quadri nuovi. La delusione e la stanchezza hanno fatto il resto, riducendo così il tessuto dei lavoratori più coscienti a poca cosa, peraltro con un ruolo sempre meno centrale nella vita delle aziende, rimpiazzati spesso da delegati conformisti e ossequienti.

La coscienza dell’antagonismo di classe si è largamente dispersa, sostituita in larga parte del mondo del lavoro dalla favola della comunanza di interessi tra il padrone e la manodopera, o dalla ideologia degli interessi dell’economia “nazionale”, della competitività, del taglio dei costi.

Naturalmente, la responsabilità delle direzioni burocratiche in questa vanificazione delle coscienze è stata ed è enorme. Sottoscrivendo e spesso perfino propagandando accordi finalizzati all’abbassamento dei costi (del costo del lavoro in primo luogo) e al sostegno della competitività aziendale, hanno contribuito a distruggere larga parte di un patrimonio di coscienza costruito in decenni di esperienza e tramandato da numerose generazioni operaie. Hanno inoltre consentito il prevalere velenoso dell’idea di un “interesse nazionale”.

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