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La controriforma istituzionale

di Franco Turigliatto

Il Senato ha votato la propria autodissoluzione e stravolto completamente gli assi portanti della Costituzione del 1948, così come era negli auspici non solo di Renzi e del suo partito, ma delle forze padronali che da tempo pretendono istituzioni segnate da una democrazia sempre più formale, svuotata di contenuti reali e dominata dal potere degli esecutivi, fedeli esecutori delle scelte liberiste di questa fase di crisi del capitalismo.

La Costituzione del ’48 non era la costituzione dei consigli di fabbrica, dell’autogestione e della democrazia diretta; era una costituzione pur sempre borghese, che in ultima analisi garantiva la proprietà e il sistema capitalista; ma era anche una costituzione che, per la tragedia subita con il fascismo e la guerra e la forza della Resistenza e della classe operaia e dei suoi partiti, era stata costruita su una base di forti strumenti democratici e di garanzia. Era caratterizzata da una grande divisione dei poteri dello stato e dal loro equilibrio, da meccanismi elettivi proporzionali che garantivano una ampia rappresentanza politica delle classi subalterne, dal bicameralismo perfetto per  impedire le forzature legislative e i colpi di mano maggioritari prevedendo un ampia discussione delle leggi e ricercando la condivisione tra i vari settori della classe borghese e compromessi parziali con le rappresentanze della classe lavoratrice.

Inoltre nella Costituzione le forze della sinistra avevano fatto inserire dei principi non solo di tutela della libertà e dei diritti, ma anche di eguaglianza e di giustizia sociale; certo questi erano iscritti solo nella carta; solo una parte di essi furono conseguiti e concretizzati grazie alle dure mobilitazioni degli anni ’60 e ’70 (si pensi allo statuto dei lavoratori del 1970), tuttavia la loro formale iscrizione nella costituzione fu un elemento di riferimento e di forza per condurre queste battaglie del movimento operaio e democratico.

Negli ultimi anni i diritti del lavoro sono stati via via cancellati dalle controriforme di Berlusconi, Monti ed infine con il Jobs Act: l’azione del governo Renzi, come di quelli che lo hanno preceduto è stata tutta rivolta ad adeguare la costituzione formale a quella reale, frutto delle sconfitte dei lavoratori.

Il Senato come vero organo di rappresentanza politica ad elezione diretta dei cittadini scompare. Diventa un simulacro inutile, composto da una personale politico regionale secondario e subalterno, del tutto sottoposto alla volontà del partito di maggioranza, anzi al dominus rappresentato sempre più dal Presidente del Consiglio.

La controriforma istituzionale del Senato si congiunge con la nuova legge elettorale che produce una drastica riduzione della democrazia: un partito vincendo le elezioni pur con un numero esiguo di voti potrà disporre di una larghissima maggioranza alla Camera.

Ma la deriva antidemocratica non si esprime soltanto nei contenuti nella controriforma istituzionale; si esprime anche – e non è elemento secondario – anche nelle modalità con cui è stata realizzata. Queste modalità si sono espresse con continue forzature delle regole democratiche di dibattito nelle due Camere, specie al Senato, dove non esisteva una maggioranza fedele al governo, con lo sconvolgimento del regolamento, con il venir meno dei diritti delle minoranze, con un ruolo della presidenza del tutto subalterno alle richieste e ai ricatti del governo e infine con una campagna mediatica a reti unificate funzionale all’obbiettivo.

Non bastava ancora per raggiungere l’obiettivo: si è ricorso allora al mercanteggiamento dei voti, al sostegno di soggetti politici della destra e dei tanti trasformisti impresentabili da molti punti di vista, proponendo il senato come il luogo della compravendita e dei ricatti, che ancor più giustificava la sua dissoluzione.

Queste modalità sono un vulnus che lasceranno segni profondi nella vita sociale e politica del paese. E’ parte del progetto stesso di Renzi e della classe padronale: introdurre procedure, metodi e comportamenti sempre più antidemocratici ed autoritari rendendoli elementi normali, prassi consuetudinaria, subita passivamente od accettata, non più percepita come tale  dalle masse popolari, ma anche dalle stesse intellighenzie democratiche, se pure ancora ne esistono.

Già proprio anche questo è da sottolineare: il silenzio degli intellettuali di fronte a questo scempio, il venir meno di una reazione democratica in quei soggetti di cultura che per definizione dovrebbero essere i difensori di principi democratici di base e capaci di reggere un poco di più la martellante campagna mediatica della controrivoluzione liberista conservatrice.

Non parliamo poi della cosiddetta sinistra PD, che sinistra non è, che dopo varie dichiarazioni di opposizione, si è liquefatta come neve al sole. E altro non poteva essere, perché il partito e gli orientamenti di Renzi sono figli di questa stessa componente che ha diretto per anni il partito gestendo le politiche dell’austerità che, come si vede in tutta Europa, vanno di pari passo con la restrizione dei diritti e della democrazia.

La partita teoricamente non è conclusa: la controriforma deve tornare alle due Camere per una seconda lettura e votazione e se come, è probabile, non avrà il quorum necessario come prescrive l’articolo 138 della Costituzione dovrà essere sottoposta a referendum.

E facile immaginare in quale clima di isteria mediatica questo referendum si svolgerà. E’ giusto costruire e partecipare alla battaglia democratica per bocciare questo mostro politico partorito da un Senato esangue e da un governo che dietro i volti sorridenti e giovanili esprime tutti i veleni dei rappresentanti della borghesia in questa fase storica.

Tuttavia la battaglia sarebbe persa in partenza se qualcosa non si modificherà nei prossimi anni sul piano sociale. Se i soggetti della democrazia sostanziale sociale e politica, che hanno con le loro lotte imposto anche le forme più avanzate della democrazia borghese, non torneranno protagonisti del loro destino, cioè se le classe lavoratrici non rialzeranno la testa, respingendo con la mobilitazione e la lotta la controrivoluzione sociale e politica della borghesia e dei suoi partiti, rimettendo al centro dello scontro i loro bisogni e le loro rivendicazione, il risultato appare scontato. Solo in un quadro di mobilitazione sociale, di democrazia partecipata ed attiva dal basso si troverà anche la forza e la credibilità di battere le involuzione reazionarie di Renzi, Squinzi e della banda a cui sono iscritti.