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La crisi finanziaria in arrivo…

di Gaston Lefranc, da npa2009.org, traduzione di Anne Marie Mouni

Lunedì 24 e martedì 25 agosto, la borsa di Shanghai è crollata del 16%, trascinando l’insieme delle piazze finanziarie nella tormenta. La caduta è stata poi frenata in fine settimana, ma gli episodi di crisi si fanno sempre più vicini (Shanghai era già crollata dell’8% il 27 luglio) e brutali. Sono forieri di una crisi finanziaria di grande ampiezza, e ciò mentre l’economia mondiale barcolla e le liquidità abbondano come non mai.

Gli speculatori si stanno accorgendo del degrado della situazione economica, in particolare nei paesi «emergenti». Secondo l’economista Patrick Artus, la vera crescita cinese (stimata dal consumo di elettricità e delle importazioni) è oggi del 3% (anziché il 7%). I forti aumenti di stipendi hanno fortemente degradato la redditività del capitale. La percentuale d’immobili vuoti si aggira sul 20%. Pessime cifre dell’attività manifatturiera e la svalutazione dello yuan hanno spaventato i piccoli speculatori in Borsa.

Ma oltre la Cina, è l’insieme degli «emergenti» ad essere in difficoltà, in particolare i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). La caduta del prezzo delle materie prime (– 40% dal 2011) li colpisce duramente. I profitti vanno sotto, la disoccupazione aumenta, i capitali spariscono, le riserve di cambio svaniscono. E le monete si svalutano, aumentando il costo dei rimborsi dei prestiti in dollari. I paesi con pesanti deficit commerciali (Brasile, Indonesia, Sudafrica) sono particolarmente a repentaglio.

Le condizioni di una vera ripresa non sono ancora riunite nei vecchi paesi imperialisti. Le economie europee non sono meno indebitate, condizione sine qua non di una ripresa dell’investimento. I profitti negli Stati Uniti languiscono e il settore petrolifero è in crisi. Il Giappone è ricaduto nella recessione nel secondo trimestre.

Socializzazione e controllo

Le borghesie sono smarrite. Non hanno soluzione per fare ripartire l’accumulazione del capitale. L’aumento della tasso di sfruttamento non basta. Ci vorrebbe una purga del capitale reale e fittizio per fare ripartire le economie. Ma le borghesie continuano a condurre una politica monetaria ultra-espansionista che fa esplodere la liquidità mondiale ed alimenta le bolle finanziarie. Importi sempre più considerevoli possono così fare scivolare molto velocemente da attivi a rischio verso attivi non a rischio (le più sicure obbligazioni pubbliche, in contanti) provocando una crisi finanziaria ed economica gravissima. Però le borghesie sono tentate di continuare la fuga in avanti. La Riserva federale statunitense differisce continuamente il rialzo dei tassi che non sono aumentati dal 2006.

Nel marzo 2015, un rapporto islandese ( un rapport islandais ) ha proposto una riforma radicale, nel quadro del capitalismo, del sistema monetario: togliere alle banche commerciali il potere di creare moneta e dare questo potere alla sola banca centrale. Lo scopo è di esercitare un controllo pubblico sulla moneta ed evitare che quest’ultima nutra la speculazione finanziaria. Ciò non porrebbe fine alle crisi ma ne limiterebbe l’ampiezza. Ma i capitalisti non vogliono assolutamente che venga limitato il loro potere e che si introduca una logica di controllo e di socializzazione.

Vogliamo spingere questa logica fino in fondo: un’uscita dalla crisi dall’alto esige da una parte la socializzazione del settore bancario e il controllo dei lavoratori sulla moneta, dall’altra la socializzazione dei settori chiave dell’economia e dell’investimento.