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Troika incostituzionale

di Manuel M. Buccarella
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” (Art. 11 Costituzione).
L’art. 11 è una norma fondamentale della costituzione borghese italiana, in quanto dice a quali principi devono ispirarsi le relazioni internazionali. Dopo il ripudio della guerra, si passa alle organizzazioni internazionali che, secondo la Carta, possono comportare limitazioni alla sovranità nazionale ma solo in condizioni di parità con gli altri Stati e purché il fine sia quello di assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni.
Ho pensato più volte a questa norma della Costituzione italiana con riferimento alle vicende greche. Come noto, la troika, tra la svariate misure draconiane imposte negli scorsi anni al popolo greco tramite i governi collaborazionisti, ha previsto quella del taglio delle pensioni. Anche l’Italia in questi anni ha fatto i suoi “compiti a casa”, in parte meno onerosi, pur di rimettersi in carreggiata e ridimensionare il deficit, tale da consentirle di rientrare nei parametri di Maastricht e del fiscal compact.
Negli scorsi giorni il Consiglio di Stato ellenico ha dichiarato illegittimo il taglio alle pensioni del settore privato varato dal governo nel 2012 in quanto incostituzionale e contrario alla Convenzione europea per i diritti dell’uomo, per cui il governo Tsipras dovrà trovare 1,5 miliardi di euro per venire incontro alle richieste degli aventi diritto.
In Italia la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il blocco della rivalutazione delle pensioni per gli anni 2012 e 2013 disposto con  il c.d. Decreto Salva Italia. La sentenza della Consulta ha efficacia retroattiva ma il governo Renzi ha risposto in misura del tutto parziale ed  arbitraria alla “chiamata” della Corte. Incostituzionale anche il blocco degli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici dal 2011 al 2015, anche se in questo caso la Consulta, non senza polemiche, ha ritenuto la sentenza priva di retroattività, lasciando a secco milioni di lavoratori che avrebbero invece avuto diritto ai rimborsi. Anche le misure adottate dal governo italiano e bocciate dalla Corte Costituzionale rientravano nel novero di quelle “negoziate” con quelle che oggi vengono con un eufemismo definite “istituzioni”.
Dunque quanto la troika impone contrasta non solo con un ordinamento politico ed economico di tipo socialista, ma già solo con la democrazia (borghese). I principi costituzionali che presidiano i diritti e la dignità dei lavoratori e dei cittadini non sono dunque negoziabili né calpestabili da governi e sedicenti organizzazioni internazionali. Cessano, se mai vi sono state, quelle condizioni di parità tra gli Stati richieste, e non si persegue in alcun modo l’obiettivo della giustizia tra i popoli. La mancanza di tali condizioni rende dunque l’operato di tali istituzioni senza dubbio illegale.
Ecco perché la lotta contro le politiche di austerità in Grecia come altrove è anzitutto una battaglia in favore della democrazia e della sovranità nazionale e popolare, che mai potrà essere schiacciata dall’ingordigia e dalla cattiveria di criminali internazionali d’aspetto solo in apparenza rassicurante. Ma è anche una battaglia contro il capitalismo globale e le sue regole contrarie alla gente ed ai principi fondamentali delle democrazie. Pretendere che uno Stato membro accetti ed attui misure impopolari ed illegittime non trova giustificazione neppure da un punto di vista giuridico. Così pure la legittimità costituzionale dei cosiddetti Trattati nelle parti che dispongono l’imposizione di misure finalizzate al contenimento del debito pubblico e l’adozione di sanzioni pecuniarie a danno dei Paesi inadempienti, lascia molto a desiderare. Argomento  questo che andrebbe approfondito in separata sede.