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Scuola, la fiducia passa al Senato ma non nelle piazze

di Chiara Carratù
159 sì, 112 no e nessuna astensione sono i numeri con cui passa al Senato la “Buona Scuola”.
Mentre nelle aule parlamentari si consumava l’affondo alla scuola pubblica, fuori nelle piazze di diverse città italiane, migliaia di docenti hanno continuato a protestare, senza arrendersi di fronte alla quasi certezza dell’approvazione del disegno di legge.
Il governo Renzi, in crisi di consenso e fortemente indebolito da un anno in cui ha portato avanti alacremente politiche di austerità che hanno portato anche all’approvazione del Jobs Act, ha imposto al disegno di legge un percorso forzoso in Parlamento, volto ad evitare ogni possibile ostacolo. Il DDL infatti non è passato per la commissione istruzione e si è scelto lo strumento del maxiemendamento sul quale è stata la posta la fiducia.
Oggi tutti i nodi sono venuti al pettine:
• Il ricatto delle assunzioni è palesato ulteriormente dalla scelta di assumere una parte degli insegnanti che dovranno entrare in ruolo a partire da settembre 2015 con le modalità attuali, rimandando la chiamata diretta a settembre 2016.
Tutta la propaganda governativa degli ultimi giorni si è concentrata sull’impossibilità di fare le assunzioni senza riformare profondamente la natura della scuola pubblica ma abbiamo visto che non è così.
• È confermata l’internità della cosiddetta sinistra PD ai progetti del governo. Nessuno dei senatori dissidenti e critici verso il governo si è fatto portatore delle istanze del mondo della scuola, il loro voto è stato compatto con quello del resto dei senatori PD. La scusa della disciplina di partito è solo una pezza a colori cucita per coprire dissidenze sulle rendite di posizione e non sulla sostanza dei provvedimenti che si vanno di volta in volta ad approvare.
• Viene confermato integralmente l’impianto del disegno di legge: il fulcro è senza dubbio il rafforzamento dell’autonomia scolastica attuato attraverso la costruzione degli albi territoriali e la figura del preside – manager. Confermato sia l’organico dell’autonomia, in base al quale verranno costruiti gli organici e in base ai quali i dirigenti pescheranno dagli albi territoriali per le assunzioni che il sistema di meritocrazia con al centro un fantomatico comitato di valutazione che dovrebbe decidere sommersi e salvati. Nessuna modifica sulle modalità di ingresso dei privati nella gestione degli istituti scolastici e nelle modalità di finanziamento della scuola.
• Confermato il lavoro gratuito degli stage di alternanza – lavoro e le 9 deleghe in bianco al governo che permetteranno di intervenire con decreti ad hoc su reclutamento e orari di lavoro degli insegnanti.
La chicca riguarda proprio le tanto sbandierate 100.000 e passa assunzioni: solo la metà di questi saranno assunti da settembre 2015 e secondo le regole attuali, tutti gli altri, anche se nominati in corso d’anno, entreranno in ruolo con l’organico dell’autonomia nel 2016.
La “Buona Scuola” è un capolavoro di autoritarismo che realizza finalmente il sogno di Confindustria che da anni chiedeva a gran voce mano libera sulla gestione delle scuole e accontenta pure il Vaticano per gli enormi finanziamenti concessi alle scuole private. Gli unici scontenti sono le migliaia di lavoratori e lavoratrici, genitori, studenti e studentesse che si sono battutti contro questo scellerato disegno di legge.
L’unico motivo che può spiegare la natura antidemocratica dell’iter scelto per l’approvazione della “buona Scuola” è inserire la destrutturazione della scuola pubblica nell’alveo delle politiche di austerità e nelle famose riforme strutturali di cui il nostro paese avrebbe bisogno per tornare ad essere competitivo. Se la inseriamo nel panorama delle richieste delle istituzioni europee ne capiamo tutta la logica e la pericolosità.
La distruzione della scuola pubblica rappresenta per la borghesia italiana il superamento dell’ultimo scoglio di eguaglianza e dell’ultimo presidio di democrazia e diritti nati sull’onda delle lotte degli anni 60 e 70.
La Buona Scuola livella al gradino più basso pubblico impiego nelle scuole e aziende private e sposa gli stessi principi del Jobs Act: licenziabilità facile, salario al merito, cancellazione del contratto collettivo nazionale, demansionamento, controllo dei lavoratori e zero diritti. Negli ultimi giorni Renzi e i suoi sodali hanno cercato di spostare tutta l’attenzione sulle assunzioni ma non sono riusciti a convincere le piazze che hanno continuato ad accogliere le proteste del mondo della scuola.
Con questo voto si è consumata anche una forte cesura che aumenta la distanza tra il governo Renzi e chi in questi mesi con generosità si è speso in questa battaglia. Dopo le prime notizie giunte dal Senato nelle piazze non si respirava affatto aria di rassegnazione e di arrendevolezza ma molte sono state le proposte sulle modalità di continuazione della lotta; certo questa voglia di seguitare a lottare va raccolta e va organizzata per evitare che si disperda nella pausa estiva.
Per ora le dichiarazioni dei sindacati confederali restano tiepide e piuttosto vaghe, non si indica un percorso sul quale costruire le prossime azioni e le risposte non sono minimamente all’altezza dell’attacco che stiamo subendo. Noi pensiamo che vada costruita fin da adesso una piattaforma aperta e democratica che partendo dall’abrogazione della “Buona Scuola” porti alla realizzazione di una grande manifestazione nazionale e dello sciopero generale a settembre.
È di questo che dovrebbero farsi carico tutti i sindacati che fino ad oggi in maniera unitaria hanno sostenuto le proteste; infatti, l’errore più grave che si potrebbe fare in questo momento è far ripartire il prossimo anno scolastico avallando la riforma, contribuendo così a far arretrare ulteriormente i diritti del lavoro.