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Facciamo i conti con la crisi… e con Renzi

Vi trasmettiamo il documento che sarà presentato al convegno sul lavoro che si terrà a Torino sabato 27 giugno nell’ambito della due giorni di festa ed incontro che avrà inizio domani alle 18 con un’assemblea sulla Grecia.

La crisi industriale ed occupazionale in Piemonte.Festa Torino

Quali alternative

Torino giugno 2015

La grande crisi

A quasi 8 anni dallo scoppio della grande crisi il quadro sociale ed economico italiano è più che mai drammatico al di là delle false dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia, che, in sintonia con le bugie di Renzi, proclama che la crisi è finita.

La crisi ha avuto un brevissima e parziale ripresa nel 2010-2011, senza per altro incidere positivamente sulle condizione di vita e di lavoro, per poi, precipitare ancora negli anni successivi fino a tutto il 2014.

SCHEDA N. 1 In Italia

Dal 2007 ad oggi la produzione industriale è crollata del 25%, il Pil di quasi l’8%, centinaia anzi migliaia di aziende hanno chiuso e ristrutturato, molte si sono trasferite all’estero; dei 180 distretti industriali oggi ne restano solo circa 130.

Ancor più drammatiche le cifre sociali: un milione e mezzo di posti di lavoro persi; 3 milioni e mezzo di disoccupati e altri tre milioni che hanno smesso di cercare lavoro perché senza speranza; un tasso di disoccupazione intorno al 13%, ma che schizza oltre il 40% per i giovani e che naturalmente conosce le sue punte massime nel sud del paese.

Due milioni e mezzo i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, i cosiddetti “Neet”.

Il crollo dei consumi delle famiglie è stato particolarmente elevato proprio negli ultimi anni: oltre il 4% nel 2012, quasi il 3% nel 2013 e circa 1,2% nel 2014. Particolarmente alta e drammatica è la riduzione dei consumi per quanto riguarda la sanità che ha conosciuto picchi di riduzione oltre il 5%.

Il presidente dell’Inps parla di un numero di poveri che è salito ancora da 11 milioni a 15 milioni di persone. E’ a rischio povertà una persona su quattro.

Le politiche liberiste hanno sottratto alla sanità in pochi anni circa 20 miliardi; all’incirca la stessa cifra sono stati tolti agli Enti locali, cioè ai servizi e alla spesa sociale, altri 15 miliardi sono stati rubati alla scuola.

Diciotto miliardi sono stati scippati ai pensionati in soli tre anni con la controriforma della Fornero.

12 miliardi sono stati sottratti ai dipendenti pubblici con il blocco dei contratti. Difficile valutare quanto sia stato sottratto ai lavoratori privati, ma di certo lo scadimento dei contratti, la cassa integrazione utilizzata a piene mani, i bassi salari, i contratti precari, hanno sottratto altre decine di miliardi dalle tasche dei lavoratori per traferirli a quelle dei padroni, ai loro profitti e rendite.

1. Il portato della crisi in Piemonte

La crisi economica si è abbattuta sul sistema industriale piemontese con particolare violenza, determinando chiusure di fabbriche, delocalizzazioni e ristrutturazioni rendendo ancor più difficili le numerose situazioni che già erano critiche.

Il settore dell’auto, preponderante soprattutto nella provincia torinese, è stato segnato dalle difficoltà di mercato di Fiat che non reggeva la concorrenza sempre più aggressiva di altri produttori in costante ristrutturazione. Infatti la crisi Fiat è precedente al 2007. A Torino essa aveva già ridotto costantemente la produzione, destinando i nuovi prodotti ad altri territori; la fusione con General Motors era fallita, anchese Marchionne era poi riuscito a strappare 2 miliardi per l’uscita

della casa americana dall’accordo con la Fiat. Per cui nel 2007 era già in corso la crisi che porterà alla chiusura le prestigiose carrozzerie per auto di lusso e sportive Bertone e Pininfarina.

SCHEDA N. 2 I dati di Torino e Piemonte

A Torino il 7% vive in assoluta povertà. Nel 2014, oltre 11.000 famiglie per la prima volta si sono rivolte ai Servizi sociali e oltre 4.000 famiglie sono state sfrattate per morosità incolpevole.

Nella provincia di Torino, 133.000 sono disoccupati (13% il tasso di disoccupazione). La disoccupazione giovanile è al 50%. Nell’ultimo anno, i disoccupati sono cresciuti del 4,4%.

A Torino, il ricorso alla cassa integrazione nel 2014 è stato di 78 milioni di ore, cifra che rende la città la più cassaintegrata del paese.

Rispetto al mese precedente, a Marzo 2015, gli occupati diminuiscono dello 0,3% pari a 59.000 unità. Si ridetermina la situazione di Aprile 2014. Il tasso di occupazione è del 55,5%, in calo dello 0,1%.Rispetto a un anno fa, l’occupazione è in calo di 70.000 unità, pari allo 0,3%. Il tasso di occupazione è in calo dello 0.1%.Complessivamente in Piemonte risultano più di 225.000 disoccupati con un tasso che supera l’11%. La disoccupazione giovanile supera il 34%. La caduta dei consumi delle famiglie im Piemonte dall’inizio della crisi è stato è stato dell’8%.

Il crollo di due terzi delle vendite di auto determinato dalla crisi, obbliga la Fiat a proseguire nel tentativo di accorparsi con altri produttori e a riservare a Torino –Grugliasco- solo l’avvio di nuove produzioni Maserati, con poche ricadute occupazionali.

L’indotto dell’auto, la sua componentistica – molte volte con Fiat unico committente- ha poco lavoro e manca di prospettive. Alcune fabbriche chiudono, altre delocalizzano per reggere margini di guadagno sempre più esigui per i prezzi imposti da Fiat.

Sono così decine di migliaia i posti di lavoro persi nel settore auto. Altri sono stati persi in Iveco e New Holland (Cnh-i), veicoli industriali e macchine movimento terra.

Ha continuato nel frattempo a dibattersi nel ridotto mercato delle sostituzioni, l’industria degli elettrodomestici. Tra accorpamenti con multinazionali e delocalizzazioni, anche quello che restava della Indesit, a breve potrebbe essere chiuso dalla Whirpool.

Sono avvenute delocalizzazioni di call-center e ora si affacciano i licenziamenti nella grande distribuzione. Richiesti i licenziamenti collettivi in Auchan, riduzioni di personale in MediaWord, alla Carrefour, chiusure punti vendita di Mercatone Uno.

La crisi occupazionale nel torinese oggi, vuol dire Pininfarina, Indesit, Mercatone Uno, Media Word, Auchan, oltre alle situazioni che esauriranno la possibilità di ricorrere agli ammortizzatori sociali senza avere prospettive produttive.

Le ristrutturazioni e i licenziamenti hanno colpito quindi i tradizionali settori industriali, ma anche fortemente il settore dei servizi e il commercio. Tutto questo si combina con il blocco del turn over e la riduzione dei posti nel settore pubblico, mentre si stanno delineando la possibilità che una percentuale consistente di lavoratrici e lavoratori della province oggi abolite restino senza lavoro; e possibile che anche in Regione, in relazione alle misure della spending review, si proceda a una riduzione del personale.

2. Come si è reagito per difendere l’occupazione

Il quadro è questo: decine di fabbriche colpite dalla crisi che denunciano lavoratori in esubero, che ricorrono alla cassa-integrazione, che cessano le attività; migliaia di lavoratori coinvolti che disperatamente presidiano i cancelli chiusi dell’azienda. Ce ne sarebbe a sufficienza per tentare di evitare che ogni situazione resti sola contro il proprio padrone o multinazionale.

Incredibilmente, ogni rappresentanza sindacale è invece sola. Non si crea nemmeno un coordinamento di zona o di filiera (che poteva essere dell’indotto dell’auto). L’accorrere in solidarietà a qualche presidio o partecipare a manifestazioni di lavoratori di un’azienda, non risponde al problema di dare una risposta collettiva alla crisi occupazionale.

Le direzioni sindacali hanno scelto di opporsi alle riduzioni di personale e alle chiusure di aziende con rituali di mobilitazione che contrastano con la drammaticità dello scontro e la prospettiva sempre più vicina per tanti lavoratori di diventare disoccupati: cortei composti e formali, presidi poco efficaci a sedi di enti locali, non sono stati adeguatamente mobilitanti e non potevano coinvolgere l’insieme dei lavoratori.

Le parole d’ordine con cui si è cercato di mobilitare i lavoratori contro la determinazione delle direzioni aziendali di tagliare i posti di lavoro o di chiudere fabbriche, troppo in fretta si sono trasformate in richieste alle amministrazioni locali di concedere cassa-integrazione e di impegnarsi a ricollocare altrove chi stava perdendo il posto di lavoro. Conseguentemente, la controparte non era più la proprietà dell’azienda che buttava sulla strada i sui dipendenti, ma l’ente regionale che doveva impegnarsi a ridurne e alleggerire l’impatto sociale.

Gli esiti delle lotte in difesa dell’occupazione quasi sempre hanno dato pochi risultati. Sovvertire la decisione di chiusura di una fabbrica è difficile. Difficilissima quando si tratta di produzioni e impianti decotti, quando la concorrenza impone scelte drastiche all’imprenditore, quando il Governo deliberatamente rinuncia a politiche di intervento o anche solo di pubblico indirizzo. Gli unici risultati sono stati la concessione di cassa-integrazione e mobilità per chi è restato senza lavoro; poche volte con i contratti di solidarietà si è procrastinata la decisione. Tra le poche vicende finite bene, quella della Bertone. Pur se fallita, i rappresentanti sindacali hanno continuato a tenere uniti e a mobilitare i lavoratori. Alla città, agli amministratori hanno continuato a porre la necessità di non disperdere professionalità e patrimonio aziendale. Oggi sono tornati al lavoro, producono Maserati, ma dopo essere passati sotto le forche caudine dell’accettazione del dicktat di Marchionne.

La situazione è forse tale per cui le chiusure di fabbriche sono inevitabili? non è possibile impedire le delocalizzazioni? le riduzioni di personale sono l’unica scelta della proprietà dell’azienda?

Come si affronta in questo contesto la crisi occupazionale? Come si riaprono prospettive di lavoro? A queste domande le organizzazioni sindacali non sono state per ora in grado di dare una risposta vera.

3. Una impostazione inadeguata

Pensiamo che le modalità con cui sono state affrontate finora le riduzioni di personale e chiusure di stabilimenti finora portato avanti dalle rappresentanze e dalle organizzazioni sindacali, non siano state adeguate e quindi non abbiano evitato pesanti arretramenti e sconfitte.

Questa situazione può spingere molti lavoratori verso una pericolosa deriva, alla “constatazione” che il sindacato in quanto tale non serve ai lavoratori, e che le lotte e le pratiche collettive sono inutili. A nessuno sfugge quanto l’individualismo spesso abbia soppiantato la solidarietà tra lavoratori.

Le pratiche e gli obbiettivi ricercati dalle direzioni sindacali sono discutibili anche per un’altra ragione di fondo: se non si mette mai in discussione la proprietà privata, il diritto del padrone di fare quello che vuole o quello che a lui più conviene, si avvalora tra i lavoratori che la decisione della direzione aziendale è legittima ed inevitabile. Se si accetta la legittimità suprema della proprietà privata, ai lavoratori non resterà che assecondare le scelte della direzione aziendale sperando nella magnanimità del padrone, ovvero, in qualche incentivo ai licenziamenti.

Le azioni sindacali, le trattative, sono infatti quasi sempre incanalate e costruite nel tentativo di ridurre il danno, ridurre il numero degli esuberi. Si sviluppa una trattativa sulla ristrutturazione da effettuare finalizzata a migliorare il processo produttivo che, a sua volta, determirà altri esuberi. Contemporaneamente ci si rivolge alle amministrazioni pubbliche perché concedano gli ammortizzatori sociali. A questo punto la controparte dei lavoratori e del sindacato, non è più il padrone che butta in mazzo alla strada suoi dipendenti, ma la Regione o il Governo. Quest’ultimo per altro da tempo schierato con le sue scelte di politica economica con gli interessi delle forze padronali.

Una piattaforma complessiva per l’occupazione

Quello che va invece realizzato e che le pratiche sindacali non hanno fatto finora, è aiutare la comprensione dei lavoratori che la perdita di lavoro e la disoccupazione è dovuta al modo di produzione capitalistico, alla logica del massimo profitto per l’imprenditore che investe dove è più alto lo sfruttamento degli operai, li sfrutta fino a quando gli conviene senza interessarsi delle conseguenze dei lavoratori, delle loro famiglie, delle ricadute sociali nel territorio.

Anteporre l’interesse dei lavoratori e della collettività a quello del padrone serve a far emergere che gli interessi dell’imprenditore sono contrapposti a quelli dell’operaio. Altrimenti si facilita la falsa propaganda di chi sostiene che l’interesse dell’operaio è legato al buon andamento dei profitti dell’imprenditore.

1. Politiche pubbliche

Si deve esigere che le scelte di un’impresa non possano mai danneggiare i lavoratori e il territorio. Per cui lo Stato deve intervenire con piani di settore che difendano l’occupazione, esigano norme contro lo sfruttamento a tutela delle condizioni di lavoro, di reddito e di salute; i prodotti devono rispondere alle esigenze e ai bisogni dei cittadini; le produzioni devono ridurre l’impatto ambientale.

  • In Italia doveva essere fatto un piano della mobilità che garantisse a tutti gli stabilimenti Fiat e alle fabbriche di autoveicoli una parte di produzione e le necessarie riconversioni produttive. Stava nel potere della proprietà Fiat accettare il piano e i controlli sulla sua applicazione o altrimenti rassegnarsi a essere espropriata. Un tale intervento pubblico avrebbe impedito il ricatto di Marchionne di disinvestire in Italia. Stabilimenti e produzioni sarebbero rimaste in Italia e Marchionne “estradato”. Un Piano pubblico sulla mobilità avrebbe dato prospettive ai lavoratori di Termini Imerese, di Valle Ufita, di Imola, della De Tomaso (ex Pininfarina).

  • A Taranto, il Governo doveva espropriare i Riva e i loro capitali frutto della gestione criminale dell’impresa metallurgica, risanare e adottare impianti non inquinanti.Il tutto dentro un piano nazionale della produzione metallurgica che garantisse l’occupazione a tutti i dipendenti di tutti gli stabilimenti, con impianti che evitassero l’avvelenamento del territorio.

  • L’Alcoa doveva essere espropriata dallo Stato quando la multinazionale ne ha deciso la chiusura. Lo stato avrebbe potuto garantire l’assorbimento del prodotto. Si sarebbe dimostrato che tutto è utile, la fabbrica, gli impianti, i lavoratori addetti, l’alluminio prodotto, tranne gli azionisti proprietari della multinazionale Alcoa. Anziché pregarli che restassero, quegli azionisti dovevano essere cacciati per aver sfruttato risorse del territorio e i lavoratori.

Occorre fare una precisazione importante per quanto riguarda la problematica delle nazionalizzazioni. Il governo stesso, in alcuni casi, posto di fronte a situazioni particolari non ha escluso la possibilità di un intervento dello stato che vada in quella direzione, ma l’ottica di Renzi e dei suoi compari è molto ben definita: l’intervento pubblico è rivolto a salvare una azienda, assicurandone il risanamento con i soldi pubblici, salvo poi, rimessa questa sulla carteggiata, riconsegnarla nelle mani dei privati. In altri termini, i debiti e le pendenze le pagano i contribuenti, i profitti li fanno i capitalisti.

Noi naturalmente pensiamo a un intervento di nazionalizzazione stabile e definitivo, rivolto a sviluppare produzioni utili alla società, realizzato con il controllo dei diretti interessati, cioè le lavoratrici e i lavoratori e le comunità territoriale coinvolte.

2. Redistribuzione del lavoro e riduzione dell’orario di lavoro

Nei paesi industrializzati e ovunque si estende il modo di produzione capitalistico, l’alta disoccupazione è una caratteristica fondamentale. Nessuna ripresa economica o sviluppo produttivo è in grado anche solo di ridurla significativamente. Non si può accettare che tanta parte della popolazione sia esclusa dalla possibilità di avere un lavoro, costretta a vivere di espedienti e nell’indigenza. E’ scandaloso che tanta disoccupazione sia determinata da una classe sociale, la grande borghesia, che continua a aumentare la sua enorme ricchezza.

Oggi ci troviamo di fronte a una situazione paradossale, irrazionale, dal punto di vista degli interessi della società, ma del tutto funzionale alla logica capitalista del profitto. Una parte dei lavoratori viene escluso od emarginato dal lavoro, con i licenziamenti, la precarietà, spinto verso la miseria e la povertà. Gli altri, quelli che i capitalisti mettono al lavoro, subiscono contemporaneamente un forte aumento dello sfruttamento, con ritmi più intensi, carichi di lavoro più duri, un aumento dell’orario di lavoro che dopo aver conosciuto una costante diminuzione dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70, ha poi ripreso ad aumentare in funzione degli interessi dei padroni. Per tantissimi nessuna ora di lavoro e quindi nessun reddito, per altri prolungamento dell’orario e della fatica, ma con bassi salari e con il costante ricatto di essere lasciato a casa se non china la testa, perché tanto all’esterno la fila dei senza lavoro è ben grande e disponibile per i padroni.

E’ quindi necessario e giusto ridurre drasticamente l’orario di lavoro a parità di salario a fronte degli enormi aumenti della produttività del lavoro umano e dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro dipendente.

Giornata di lavoro più corta, settimana più corta, più giorni di ferie retribuiti e maggiori pause durante il lavoro tutelano la salute dei lavoratori contro le malattie professionali, consentono una migliore vita sociale per un mondo più vivibile e consentono ugualmente la produzione del necessario. E’ giusto ripartire il lavoro esistente tra tutti quelli che ne hanno bisogno per dare un lavoro un reddito e una dignità a tutte e tutti. In questa misura si riassume la differenza tra la logica del sistema capitalista e quella di una società basta sulla giustizia, la solidarietà sociale e l’idea stessa del progresso e della vera modernità.

3. Ammortizzatori sociali e salario sociale

Le aziende in crisi devono poter accedere alla cassa-integrazione per fronteggiare le difficoltà produttive, salvaguardando i posti di lavoro dei dipendenti. I contratti di solidarietà sono più avanzati e possono aiutare a far comprendere la necessità di ridurre l’orario di lavoro. Va allungato in periodo di utilizzo e non deve esserci la risoluzione del rapporto di lavoro. In questo modo si sottraggono i lavoratori e il sindacato dalla minaccia del licenziamento. Deve essere istituito il Salario Sociale, un reddito a chi non trova lavoro che permetta una vita dignitosa e dia la possibilità di rifiutare offerte di lavoro poco retribuito o svolto in condizioni di insicurezza o insalubrità. Il Salario Sociale sarebbe un argine al dumping tra lavoratori che pur di avere un misero reddito, sono disposti ad accettare un lavoro a qualsiasi condizione.

In proposito alcuni anni fa la nostra organizzazione aveva raccolto le firme necessarie per una legge popolare che oggi è deposita in un cassetto del parlamento, che prevedeva (parliamo del 2009) un salario minimo di 1300 euro netti e un salario sociale per i periodi di disoccupazione di 1000 euro (700 in forma monetaria e 300 sotto forma di servizi). Naturalmente dopo 6 anni e con tutto quello che è successo e ci è stato rubato queste cifre vanno oggi rapportate alle dinamiche inflattive. Il disegno di legge popolare è reperibile al link

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00698347.pdf

4. Previdenza pubblica. Cancellare la legge Fornero. Bisogna tornare al sistema a ripartizione

Le direttive europee dimostrano la determinazione della classe dominante a distruggere definitivamente lo Stato del benessere sociale. Tra le altre cose, la previdenza pubblica. Con l’allungamento dell’età pensionabile, coloro che hanno un’occupazione dovranno allungare il tempo di lavoro, lavorando più anni e contribuendo a tener alta la disoccupazione. Essendo certo che le aziende non vogliono lavoratori anziani, logorati nel fisico, li licenzieranno grazie alla riconquistata libertà di licenziare con il Jobs Act. Dunque, la lotta per riconquistare il diritto alla pensione di anzianità dopo 40 anni di contributi e quella di vecchiaia a 60 anni, senza decurtazioni e rivalutata, è una lotta che va fatta per garantire i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche per combattere la disoccupazione. La controriforma Fornero va abolita per il bene di tutte e tutti.

Anche perché Governo e padroni insieme al presidente dlel’INPS stanno lavorando per infliggere un colpo definitivo a quello che resta del sistema pubblico e del sistema a ripartizione che le grandi lotte del ’68 avevano realizzato. L’obbiettivo è di passare per tutti al sistema di calcolo contributivo che come è noto è del tutto penalizzante nel determinare l’entità della pensione. Noi pensiamo invece che il sistema a ripartizione fosse e sia quello che rappresenta non solo il diritto di chi va in pensione ad avere un reddito che gli permetta di vivere degnamente, ma anche che rappresenti la solidarietà tra generazioni sulla base di semplici principi: coloro che oggi lavorano producono anche la ricchezza necessaria a garantire le pensioni della generazione che ha creato la ricchezza nei decenni precedenti con 35-40 anni di lavoro; la generazione di oggi, a sua volta beneficerà, quando invecchierà, delle risorse prodotte dal lavoro delle generazioni future. Questa è la vera solidarietà; tutto questo è razionale e giusto sul piano sociale e del tutto possibile sul piano economico, ma è in conflitto con la logica del profitto e del capitalismo.

5. Difesa delle Stato del benessere sociale

Difendere lo Stato sociale e i Servizi pubblici non è solo difendere una migliore qualità della vita e un miglior ambiente sociale; e non è solo difendere la parte indiretta che compone il salario del lavoratore dipendente. La difesa dello Stato sociale, della Sanità pubblica, dell’Istruzione pubblica, dei Trasporti pubblici, è nello stesso tempo la difesa dell’occupazione. La controriforma della pubblica amministrazione varata dal governo comporta la distruzione dei servizi pubblici e centinaia di migliaia di licenziamenti. Nuovi disoccupati che fanno abbassare i salari, nessuna nuova prospettiva per i giovani, altra povertà che abbruttisce la società. Nei mesi scorsi le misure del governo si sono concretizzate anche nei tagli ai servizi di pulizie e di sicurezza nelle scuole e negli ospedali. La difesa dell’occupazione prevede la difesa dei servizi pubblici e deve contrastare le privatizzazioni.

6. Le vertenze e le forme di lotta

Non è più possibile affrontare il padrone o la multinazionale che intendono licenziare o chiudere accettando e ragionando con la loro logica. Ma è proprio vero che le aziende e le attrezzature sono loro? La Fiat, è della famiglia Agnelli o appartiene invece ai lavoratori che per intere generazioni hanno prodotto la ricchezza che è stata reinvestita nell’apparato produttivo (un’altra parte è stata male utilizzata per i lussuosi consumi degli Agnelli stessi); sono i lavoratori ad essere i datori di lavoro. Chi è Marchionne? Ad oggi, cosa ha fatto oltre a chiudere tre stabilimenti?

La proprietà di un’azienda è di chi ci lavora, di chi produce la ricchezza: gli operai, gli impiegati i progettisti. Gli azionisti non fanno altro che sfruttare il lavoro di altri.

Le vertenze devono essere preparate con il presupposto che la proprietà capitalista non può vantare nessun diritto divino o sociale che sia.

Quindi gli obiettivi avanzati devono permettere la difesa dell’occupazione, mettendo in discussione la stessa proprietà capitalista.

Le forme di lotta devono essere discusse e decise dai lavoratori, solo modo per favorire la partecipazione. La formazione di comitati può essere utile, a maggior ragione nel momento in cui molte volte le rappresentanze sindacali non sono vera espressione dei lavoratori. Da anni spesso la partecipazione dal basso non trova molte spinte, ma è necessario che quelle poche trovino luoghi di discussione e di decisione che coinvolgano il massimo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Le forme di lotta devono essere decise dai lavoratori per superare gli stanchi riti che non coinvolgono e non allargano la partecipazione perché appaiono inutili e poco incisivi.

Le forme di lotta non possono essere disgiunte dalla drammaticità dello scontro. Si lotta contro lo spettro della disoccupazione e della mancanza del reddito. Come lottare deve essere deciso dagli interessati si vuole che siano protagonisti e in grado di sviluppare la forza necessaria.

7. Reagire alla sfiducia. Possiamo e dobbiamo farcela

Molti sono sfiduciati sulla possibilità che con la lotta si possa riuscire a strappare gli obbiettivi e i risultati necessari. In effetti ci si trova di fronte un padronato ben deciso a non mollare mai anche di fronte a mobilitazioni significative. Ma ci sono molti esempi anche, a partire dai lavoratori della logistica in Italia, che hanno saputo individuare le forme di lotta non simboliche, ma molto forti che colpivano profondamento l’attività produttiva e gli interessi dei padroni, obbligandoli a cedere. Lotte costruite naturalmente con una forte unità di tutti i lavoratori.

Ma ci sono anche altri esempi, anche più grandi che ci giungono da altri paesi d’Europa e del mondo in cui si rivela che se i lavoratori e le lavoratrici sono uniti e ben decisi a bloccare anche a lungo le produzioni è possibile piegare la controparte padronale. L’ultima grande lotta è quella che arriva dalla Turchia, dove si sta svolgendo una mobilitazione generale e prolungata dei lavoratori dell’auto che coinvolge anche i lavoratori della Fiat in quel paese e che ha già permesso dei risultati assai significativi. Non è un caso che i giornali italiani non ne stiano parlando, non vogliono informare il pubblico italiano delle lotte di altri paesi per impedire che esse possano contagiare anche la classe lavoratrice italiana, a partire dagli operai della Fiat di Marchionne e degli Agnelli.

La forza necessaria i lavoratori possono ricostruirla, il primo passo è che loro stessi siano consapevoli che agendo collettivamente essa può essere messa in campo con successo nella lotta contro i padroni.

Torino, giugno 2015

 

SINISTRA ANTICAPITALISTA

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