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Roma Pride 2015, diritti, uguaglianza, dignità

Intervista ad Andrea Maccarrone, portavoce del Roma Pride dal 2013, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, tra i protagonisti nella organizzazione dell’evento.
Intervista a cura di Gianpaolo Martinotti

L’associazione di volontariato, laica e indipendente, si batte per il riconoscimento e la tutela dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali e, tra le altre cose, è in prima linea nella lotta all’AIDS.

Per la comunità LGBTQI è stata una settimana di eventi culturali molto importanti, che si è conclusa sabato 13 con un grande successo: la parata che avete organizzato per le vie della città. Quali sono le istanze più urgenti da affrontare ora?

Il Pride è una manifestazione molto sentita dalla comunità delle persone lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersessuali, dalle nostre famiglie, da chi ci sta a fianco, da chi si batte per una società più libera, laica e giusta, perché tiene assieme tanti aspetti che orgogliosamente rivendichiamo. Le priorità da sottoporre all’agenda della politica si possono riassumere nei quattro temi più urgenti e ormai irrinunciabili: una nuova legge sull’identità di genere che consenta alle persone trans di modificare i propri documenti senza l’obbligo di sottoporsi a lunghi, onerosi e mutilanti percorsi medici e chirurgici, passando peraltro attraverso la decisone di un giudice; l’accesso sulla base della completa parità a tutti gli istituti che regolano la famiglia, inclusi matrimonio e adozione; il riconoscimento dei legami di filiazione per le coppie omosessuali e l’accesso alla procreazione medicalmente assistita senza discriminazione; interventi strategici di educazione alle differenze e all’affettività, di contrasto ai pregiudizi e al bullismo omofobico e transfobico e di lotta agli stereotipi e alla violenza di genere nelle scuole. Su questo fronte si stanno registrando pericolosissimi attacchi da parte di gruppi integralisti molto organizzati che rischiano di fare arretrare il paese diffondendo paure e disinformazione, spesso con il sostegno di esponenti politici e istituzionali.

Come definiresti il livello di accettazione delle diversità nel nostro Paese?

La società italiana è molto più avanti di quello che ci vogliono far credere; è più avanti della sua stessa classe politica! La maggiore visibilità delle persone lgbtqi, il coming out sempre più diffuso e anticipato soprattutto tra i giovani, le relazioni con paesi che hanno fatto registrare enormi e rapidissimi passi avanti contribuiscono a spazzare via pregiudizi e disinformazione e ad accrescere la consapevolezza su questi temi. Checché ne dicano i politici o i vescovi, è comprensibile a tutti come la Spagna, che ha approvato matrimonio e adozioni per le coppie dello stesso sesso ormai dieci anni fa, non abbia assistito a cataclismi; così come le maestre o i genitori dei compagni di classe dei figli delle coppie omosessuali vedono coi loro occhi come possano crescere bene quelle bambine e quei bambini con due mamme o due papà. Allo stesso tempo c’è ancora molto da fare, soprattutto se pensiamo ai diversi contesti del nostro paese, alla condizione delle persone trans, al mondo della scuola e del lavoro, alla grande provincia italiana. Mi sembra che le componenti integraliste e omofobe si stiano radicalizzando nei contenuti e anche nei metodi. Questo aumenta i rischi di attacchi violenti ed è sintomo di arretramento culturale. Gli argomenti e le tecniche che questi gruppi stanno utilizzando ricordano troppo da vicino quelli utilizzati dai nazisti contro gli ebrei e anche la risposta della società e delle istituzioni appare, ora come allora, debole e inadeguata. Nei confronti di queste posizione antiscientifiche e violente, di questa propaganda d’odio non si registra quella sanzione sociale e politica che sarebbe necessaria.

Negli anni Settanta la questione centrale era la ricerca di modelli alternativi ma oggi molti lamentano che, con l’enfasi sul matrimonio, la priorità della popolazione LGBTI sia quella di “conformarsi”. C’è stato, per così dire, un imborghesimento?

Negli anni Settanta il movimento omosessuale era parte di movimenti per i diritti civili, di liberazione, femministi, dei lavoratori e studenteschi che tutti assieme proponevano radicali cambiamenti della società e dei modelli di convivenza economica e politica. Le istanze cambiano col tempo e le persone lgbt non sono dei modelli ideali ma soggetti che vivono nel loro tempo in relazione coi valori, i modelli e le aspettative dei contemporanei. Oggi rispetto a qualche decennio fa sono ritornati forti molti tabù sulla sessualità e per esempio parlare di educazione sessuale e di prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse è diventato più complesso. In questo senso la capacità di ottenere dei cambiamenti da parte del movimento lgbtqi va persino in controtendenza rispetto al debole quadro generale e può costituire uno spunto e una base di ripartenza anche per altre istanze vicine, come autodeterminazione, lavoro, scuola. Sicuramente la richiesta di accesso al matrimonio per le coppie omosessuali, già presente negli anni Settanta ma oggi assai più evidente, può apparire come un percorso di normalizzazione e, in parte lo è. Deve però essere interpretata come una richiesta di parità di diritti, di libertà di scelta, se sposarsi o meno, ma non esprime la volontà di tutti i gay e le lesbiche di sposarsi. La stessa percezione del matrimonio nella nostra società è già cambiata con il costante aumento delle convivenze, dei figli nati fuori dal matrimonio, dei matrimoni civili rispetto a quelli concordatari, con la recente approvazione del divorzio breve e l’aumento costante di separazioni e divorzi. E’ un dato di fatto che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non distrugge la famiglia, anzi ne allarga il senso e ne rafforza persino le basi; allo stesso tempo questo passaggio porta avanti un percorso di erosione del patriarcato familiare perché rende incomprensibili le differenze di ruolo e potere giuridico nelle coppie sposate ed impone di accelerare dei cambiamenti che sono comunque ormai inevitabili, come quelli relativi al cognome familiare e dei figli. Insomma è un percorso che è assieme un bagno di realtà e di laicità. Siamo consapevoli però che questo non esaurisce tutto l’arco delle nostre richieste e delle nostre vite e che il nostro compito di movimento è quello di portare avanti le istanze più complessive di liberazione e autodeterminazione, date una occhiata al documento politico del Pride che offre spunti di cambiamento, di riflessione, di sovversione. Sotto la cenere, insomma, cova sempre un fuoco di libertà che non deve spaventare perché è una risorsa per tutte e tutti.

Oggi si parla tanto di diritti civili e molto poco di diritti sociali. E’ un riflesso “dell’austerità”?

In realtà non si parla poco ma male di tutti i diritti e, troppo spesso, si sono registrati passi indietro su entrambi i fronti. L’austerità ha attaccato i diritti sociali e dunque ci viene ripetuto come un mantra che i diritti civili non sono una priorità, salvo poi vederne la limitazione, come è avvenuto con la legge 40 sulla procreazione assistita, che non a caso è stata demolita a pezzi dalla Corte Costituzionale. Dobbiamo capire che i diritti sociali e civili sono due facce della stessa medaglia, e vanno affrontati in parallelo perché intrinsecamente connessi. Chi pensate che rischi di subire più licenziamenti discriminatori con l’abbattimento delle tutele dei lavoratori, se non le minoranze, le donne, chi è più avanti negli anni e chi si espone nelle lotte sindacali! E cosa sono se non diritti sociali la reversibilità della pensione, gli assegni familiari, l’accesso alle graduatorie per le case popolari per le coppie omosessuali? Ribadisco che i diritti sociali e civili delle persone non sono divisibili, non possono essere elargiti arbitrariamente, in barba all’equità e all’eguaglianza che fondano il nostro patto costituzionale. I diritti non sono dei costi per la società, sono un investimento, una risorsa e una ricchezza e hanno la capacità di sostenere e alimentare una crescita che sia al tempo stesso economica, ma anche civile e sociale.

La politica può indubbiamente ricoprire un ruolo importante nella lotta alle discriminazioni. Credi che lo Stato dovrebbe farsi carico di una più ampia opera di sensibilizzazione a riguardo?

Assolutamente sì. E non solo lo Stato ma proprio la politica, intesa come partiti, forze politiche e singoli attori politici hanno un grande ruolo e una grande responsabilità. In questo senso la politica e le istituzioni hanno semmai avuto un ruolo negativo di accrescimento delle discriminazioni. Basti pensare alle dichiarazioni di tanti esponenti di partito e talvolta anche delle istituzioni e del governo o alle iniziative istituzionali come i convegni sul gender promossi dalla Regione Lombardia e da numerosi comuni, in alcuni casi guidati dal PD. Naturalmente, ci sono state anche delle azioni positive, come i registri delle unioni civili in tanti comuni, leggi regionali contro le discriminazioni, la Strategia lgbt dell’Unar, progetti contro il bullismo nelle scuole. Ma tuttavia mi sembra che nel complesso queste azioni siano ancora insufficienti e che lo Stato sia uno dei principali agenti della discriminazione nel nostro paese. Uno Stato che non riconosce pari diritti a tutte e a tutti cosa sta facendo se non discriminare e allo stesso tempo giustificare la discriminaziona?

La Chiesa Cattolica ha delle responsabilità precise all’interno dei processi di (non) riconoscimento dei diritti della comunità omosessuale?

Enormi responsabilità ed enormi colpe. Ma mi sento di dire che per quel che ci riguarda la responsabilità più grande non è della Chiesa ma delle classi politiche che non sanno essere espressione di un paese e di istituzioni laiche, preferendo piegarsi ai diktat delle gerarchie vaticane. La Chiesa è ancora molto forte e radicata anche in paesi come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e in tutta l’America Latina, ma in quei paesi la politica, le istituzioni, i media e i cittadini si sono emancipati e hanno fatto le proprie scelte in maniera autonoma. Questa era la realtà dell’Italia che negli anni Settanta approvava il divorzio, l’aborto, la riforma del diritto di famiglia che proprio quest’anno compie quarant’anni. Ma dagli anni Novanta sono arrivati i finanziamenti alle scuole private cattoliche, in barba alla Costituzione, la legge 40 sulla PMA, le proposte liberticide sul fine vita e la libertà di cura bloccando così qualsiasi tipo di passo avanti sui diritti delle persone lgbt. Oggi potrebbe aprirsi una nuova stagione. Ci sono dei segnali positivi di evoluzione che vengono anche da parte del mondo cattolico, ma sarà in grado la nostra classe politica di dimostrare finalmente coraggio, autonomia e laicità? È la sfida di questi anni!

Andrea, quali sono le cause principali dell’omofobia?

Ignoranza e paura della diversità; poca visibilità delle persone lgbt; maschilismo, machismo ed eteronormatività; stereotipi di genere, integralismo religioso… ecco alcuni degli ingredienti!