Cosa bolle in pentola nel sistema bancario italiano dopo la riforma delle popolari?

Mentre gli intrecci tra poteri continuano a perpetuarsi, rimane sempre valida la soluzione delle nazionalizzazioni

di Manuel M. Buccarella

La recente riforma con decreto legge, poi convertito in legge, delle banche popolari è stata prevalentemente ispirata dalla necessità di preservare le principali banche italiane dalle scalate di banche ed investitori stranieri. L’italianità delle banche non si tocca, insomma, questo deve essere il comune intendimento di governo e Banca d’Italia, generalmente all’unisono quando si tratta di preservare gli interessi del sistema bancario e del ceto politico che spesso lo sostiene e ne viene a sua volta sostenuto.

Cosa prevede la riforma delle banche popolari

Prima della riforma le banche popolari, costituite in forma di società cooperativa, potevano avere solo soci che non detenessero ciascuno più dell’1% del capitale sociale, esprimendo in assemblea ciascuno un solo voto, secondo il famoso principio capitario. Questo sistema rendeva difficili le scalate all’interno delle società come la loro contendibilità esterna. Di fatto diventava difficile costituire una maggioranza ed un indirizzo societario prettamente ‘capitalista’, che si esprime cioè sulla base delle quote di capitale di rischio detenute. Il che ovviamente non impediva ‘passaggi di mano’ e la creazione di maggioranze e cordate tra i detentori delle quote. La riforma punta a rivoluzionare questo sistema. In pratica le banche popolari con attivi pari o superiori a 8 miliardi di euro (allo stato 11) sono obbligate entro 18 mesi a trasformarsi in Spa. E’ stato previsto un tetto provvisorio pari al 5% del capitale sociale in funzione antiscalate, ma la disposizione è temporanea e dovrebbe servire a stimolare le popolari ad aggregarsi tra di loro, come ha consigliato anche il presidente di Consob Giuseppe Vegas. Tutto rimane invariato, invece, per le banche di credito cooperativo (Bcc).

Perché la politica ha deciso di riformare le popolari

Molte delle popolari, quotate e non, hanno chiuso con utili e paiono in buone condizioni di salute. Proprio per questo forniranno un importante contributo al salvataggio del sistema bancario italiano. Per altro le fondazioni bancarie, uscite dalla porta delle principale banche del Paese – come nel caso del Monte dei Paschi di Siena, per esempio – sembrano intenzionate a rientrare dalla finestra proprio con le popolari. Negli scorsi giorni vi è stata più di qualche manifestazione d’interesse verso le più importanti banche popolari del Veneto, che dovrebbero essere tra le prime, se non addirittura le prime, a trasformarsi in Spa. Le due fondazioni CariVerona e Cassa Padova e Rovigo sono azioniste rispettivamente di Unicredit (con una quota pari al 3,45%) ed Intesa, ma saranno costrette a breve ad alleggerire tali partecipazioni. CariVerona dovrebbe essere la prima a muoversi, ma solo dopo il 5 giugno, data fissata per il pagamento del dividendo di Unicredit. La fondazione veronese destinerà un miliardo di euro alle aggregazioni con Banco Popolare e Popolare di Vicenza innanzitutto (senza dimenticare Banca delle Marche), ma anche Veneto Banca sarebbe nel mirino.

Secondo i programmi di governo e Banca d’Italia, le principali banche popolari dovrebbero aggregarsi, per essere più solide patrimonialmente e non finire così nel mirino di banche e fondi di investimento stranieri. Circostanza questa che si è sempre cercato di evitare, ove possibile.

Con il capitolo popolari ritornano dunque in auge le fondazioni bancarie. Le fondazioni sono fortemente legate alla politica, attraverso la partecipazione diretta di enti locali ed altre istituzioni di natura spesso pubblicistica (come per esempio le Università), ma non sempre hanno fatto il bene della collettività e delle banche partecipate (vedi Mps e Carige); anzi spesso queste hanno distrutto il capitale economico ed umano delle aziende bancarie controllate o partecipate pur di seguire strategie dissennate e malversazioni (come appunto nei casi Mps e Carige, in particolare), finalizzate ad arricchire il top management ed anche personaggi politici ed imprenditoriali strettamente collegati alle fondazioni medesime. Lo sfacelo che ha coinvolto almeno in parte il sistema bancario italiano si è tradotto, come da inveterate tradizioni capitalistiche, in sacrifici e danni a carico dei soggetti più deboli (dipendenti, clienti ed infine anche contribuenti).

Il governo riforma dunque disciplina e governance delle popolari per ritornare a controllare, anche tramite le fondazioni bancarie, le principali banche italiane. Per poter continuare a fare il bello ed il cattivo tempo, utilizzando le banche per i propri affari, governo, organismi di vigilanza (Banca d’Italia e Consob, complici delle scriteriate operazioni della finanza italiana) e capitalismo italiano hanno bisogno come il pane di banche “di sistema”. Inoltre proprio il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena sta particolarmente a cuore a Renzi ed al suo partito. Secondo fonti attendibili, tra cui il Financial Times, dopo l’aumento di capitale da tre miliardi di giugno, il Monte convolerà a giuste nozze con Ubi Banca.

Alcune informazioni ulteriori vanno fornite sulle fondazioni bancarie. L’Acri, che rappresenta le fondazioni bancarie italiane, ed il Ministero dell’Economia e delle Finanze hanno approvato un protocollo d’intesa che prevede, tra l’altro, che in un lasso di tempo compreso tra i tre ed i cinque anni una fondazione bancaria non possa avere più del 33% del proprio attivo patrimoniale impiegato in un solo ente. Questo può significare tutto come niente! Comunque il tempo per adeguarsi è tanto e la norma consente ad una fondazione di impiegare anche l’intero attivo patrimoniale, purché differenziato in tre banche per il 33% cadauna. La peggiore politica e partitica, locale e nazionale, ritornerebbe a controllare le banche, soprattutto se, grazie alla riforma delle banche popolari, si riesce a costruire un blocco compatto e tricolore contro l’avanzata dello straniero. Cambiare tutto per non cambiare nulla!

Ulteriore e non trascurabile aspetto collegato alle aggregazioni bancarie è quello relativo alla salvaguardia dei livelli occupazionali. Le aggregazioni tra banche e tra le banche popolari, in particolare, minacciano 20.000 posti di lavoro, secondo le organizzazioni sindacali del credito.

La bad bank di sistema

Governanti e banchieri stanno esaminando da almeno un anno una soluzione che consentirebbe al sistema bancario nazionale di alleggerire i bilanci dalla zavorra dei non performing loans (npl), i cosiddetti crediti problematici, che tradizionalmente si distinguono in incagli (crediti contraddistinti dal mancato pagamento di alcune rate e che sono sotto attento monitoraggio della banca) e sofferenze (crediti per i quali è necessaria invece un’azione legale di recupero ovvero, in caso contrario, di passaggio a perdite). In questi 8 anni di grave e crescente crisi economica, non solo le banche hanno concesso meno credito, ma hanno visto crescere l’ammontare di crediti problematici, che si traducono in immobilizzazioni finanziarie, perdite e rettifiche che “mangiano” il patrimonio disponibile e quindi l’eventuale utile d’esercizio. Il sistema bancario italiano a fine 2014 presentava una zavorra di crediti deteriorati per un valore di circa 350 miliardi di euro. La cifra corrisponde a quasi un sesto del PIL italiano, e negli anni della crisi a partire dal 2007 ad oggi è più che triplicata.

Banca d’Italia e Mef stanno studiando la possibilità di costituire una bad bank di sistema, al servizio cioè dell’intero sistema bancario italiano, al fine di alleggerire i conti delle banche e di consentire alle stesse di erogare nuovi e maggiori finanziamenti, almeno secondo le intenzioni ufficiali. Sino ad oggi le banche si sono spesso sbarazzate di quota parte dei propri npl cedendo pacchetti di crediti deteriorati ad un prezzo ovviamente inferiore a quello nominale ad operatori qualificati, trasferendo così a questi rischi ed incombenze relativi all’attività di recupero crediti. In realtà la bad bank potrebbe essere un soggetto pubblico, o parzialmente pubblico, o comunque accompagnato nelle proprie attività dalla garanzia dello Stato. Ancora non si sa con precisione quali saranno i proprietari di questa società, se ci sarà in qualche modo il Mef nella compagine societaria. Negli ultimi giorni si è parlato anche, guarda caso, di un coinvolgimento delle fondazioni bancarie.

Il lavoro della bad bank dovrebbe essere più completo ma lascia insinuarsi diverse perplessità:

  • si corre il rischio di una socializzazione delle perdite (bancarie) nel senso che i crediti deteriorati verrebbero acquistati da questo soggetto ad un prezzo forse anche superiore rispetto al valore di mercato, e dunque a discapito evidentemente dei contribuenti;
  • le fondazioni bancarie potrebbero essere chiamate a far parte del gioco e ciò consentirebbe alle stesse non solo di poter beneficiare di un nuovo business, ma di riagganciare – se mai si fossero realmente sganciati – i contatti con i palazzi romani;
  • last but not least, la garanzia dello Stato di cui tanto si parla è un altro regalo alle banche, ragion per cui, in questo caso a buon motivo, la Commissione Ue minaccia di intervenire per evitare che vi siano aiuti di Stato alle banche.

Notizia dell’ultim’ora che rende ancora più pesante per i conti pubblici la situazione è l’affidamento senza procedura di evidenza pubblica dalla Banca d’Italia alla società statunitense Boston Consulting Group di un servizio di consulenza finalizzato alla costituzione della bad bank, per ben 379.500,00 euro iva esclusa. Come se le professionalità interne a Bankitalia ed al Mef non dispongano delle competenze sufficienti!!!

Perché la nazionalizzazione delle banche è la giusta soluzione

Quello della nazionalizzazione delle banche è un vecchio ma sempre valido cavallo di battaglia del pensiero marxista, poi sviluppato da Lenin. Secondo Lenin, ′Le banche (…) sono i centri della vita economica moderna, i principali gangli nervosi di tutto il sistema capitalista dell’economia nazionale. Parlare della “regolamentazione della vita economica” ed eludere il problema della nazionalizzazione delle banche significa o dar prova della più crassa ignoranza, o ingannare “il popolino”′.

Lenin aveva buon motivo di indicare la nazionalizzazione delle banche quale punto fondamentale delle politiche socialiste. Le banche, in effetti, sono al centro dei processi economici ed anzi, secondo John Maynard Keynes ed altri illustri economisti che son venuti dopo lui, portatori di istanze eterodosse e alcuni anche vicini alle elaborazioni marxiste (come Augusto Graziani, Nicholas Kaldor ed altri sostenitori della ′Teoria del circuito economico′), sono i soggetti principali ad attivare, con i loro finanziamenti, i processi produttivi di un’azienda e con essi l’impiego e remunerazione dei lavoratori salariati e quindi i consumi di questi ultimi. Se la banche non fanno credito alle imprese (e poi anche alle famiglie), si inceppa il meccanismo della produzione e del trasferimento del danaro dalle banche alle imprese, alle famiglie e dunque all’economia. Quello cui assistiamo da diversi anni, non solo in Italia, con il famoso credit crunch.

′Le banche moderne – aggiungeva il rivoluzionario sovietico – si sono così strettamente e indissolubilmente fuse col commercio (del grano e di qualunque altro prodotto) e con l’industria, che senza “mettere le mani” sulle banche è assolutamente impossibile fare qualcosa di serio, di “democratico rivoluzionario”′.

Proprio così, in una società capitalista, le banche sono al centro di ogni principale decisione economica tanto che alla fine è proprio il sistema bancario, con autorità di vigilanza spesso colpevolmente compiacenti, ad elaborare decisioni di politica economica e, soprattutto, di politica monetaria. La vera moneta, infatti, secondo i teorici del circuito monetario, non è quella stampata dalle banche centrali, bensì quella concretamente immessa nel sistema industriale e commerciale (nell’economia, in parole semplici) dalle banche con gli atti di concessione dei finanziamenti.

Per tali motivi, gli insegnamenti dei padri del socialismo diventano ancor più attuali e necessitano di attuazione: le banche vanno nazionalizzate, cioè espropriate dallo Stato e gestite direttamente dallo stesso, in modo che la naturale funzione delle stesse (esercizio del credito e raccolta dei risparmi) possa essere esercitato con equilibrio, senza favoritismi né ingiustificate privazioni. Il controllo dello Stato potrà servire anche ad abbandonare, finalmente, le speculazioni condotte ormai da troppi anni nel settore finanziario (pensiamo ai pericolosissimi derivati venduti da banche e finanziarie alle Pubbliche amministrazioni) che hanno regalato a milioni di consumatori le conseguenze fallimentari e nefaste dei mutui subprime statunitensi.

Ovviamente quanto proposto non può fare a meno di uno Stato socialista che per definizione dovrebbe provvedere nel miglior modo possibile alle esigenze del popolo. La soluzione della nazionalizzazione delle banche, come prospettata da Lenin, peraltro, non riguarda solo le banche in crisi, da nazionalizzare per salvarle dal fallimento. La nazionalizzazione è per i socialisti un’autentica buona pratica, da applicare anche alle banche con i conti in regola. Nell’esperienza europea di questi ultimi anni, invece, la nazionalizzazione è stata adottata un po’ dappertutto (Islanda, Svezia, Norvegia, da ultimo Gran Bretagna, Spagna e Olanda) nei confronti di banche decotte e prossime al fallimento. Lo si è fatto sostanzialmente per salvare correntisti e depositanti (incerti e spesso infausti gli esiti per gli azionisti) e dipendenti. In molti casi si è fatto ricorso anche al Fondo Salva Stati, alimentato dai Paesi membri della Ue, scaricando sui contribuenti dell’Unione – ancora una volta sulla collettività – i costi di tali operazioni. In alcuni casi ci si è accontentati di un commissariamento (liquidazione coatta amministrativa), che non ha comportato l’intervento dello Stato nella proprietà.

Tali nazionalizzazioni sono generalmente provvisorie, nel senso che lo Stato si attribuisce gestione e controllo della singola banca finché la stessa non venga risanata. A risanamento eseguito, la banca viene restituita al privato spesso dietro asta pubblica. Milita a favore di questa ipotesi tra gli altri anche il premio Nobel per l’economia Stiglitz.

L’approccio socialista è invece di tipo definitivo e non può prescindere da un’organizzazione della società statuale differente da quella attuale, che prevede un’ampia partecipazione dei lavoratori a controllo e gestione della macchina pubblica.

Per completezza di informazione, la nazionalizzazione come la socializzazione di aziende di pubblica utilità (il settore bancario esercita un servizio pubblico essenziale) è prevista anche dalla Costituzione italiana all’art. 43. Inoltre, contro coloro che anche in ambito sindacale ritengono, per ignoranza o mala fede, che le banche non possano essere nazionalizzate a titolo definitivo altrimenti si andrebbe incontro alla violazione delle norme sugli aiuti di Stato, si può tranquillamente replicare che un’opzione di controllo pubblico delle aziende non infrange i Trattati Ue.