In evidenza

Grecia, quando le misure popolari impongono «atti unilaterali»

di Petros Tsagaris, da A l’encontre, traduzione di Titti Pierini
Stando alle ultime informazioni dopo l’incontro di Alexis Tsipras ed Angela Merkel: «La Grecia presenterà un elenco di riforme all’Eurogruppo prima della prossima settimana», ha dichiarato il portavoce di Tsipras; «Sarà fatto di qui a lunedì, al più tardi», ha annunciato Gabriel Sakellaridis a Mega TV, precisando che l’elenco non conterrebbe misure di austerità, ma cambiamenti strutturali. A corto di denaro, Atene deve presentare al gruppo dei ministri delle Finanze dell’Eurozona un dettagliato elenco di riforme strutturali, secondo l’accordo concluso il 20 febbraio a Bruxelles sul prolungamento di quattro mesi dell’aiuto internazionale. Richiamando l’incontro della vigilia a Berlino tra il Primo ministro greco e la cancelliera tedesca, il portavoce governativo ha dichiarato che i due dirigenti avevano discusso a grandi linee delle riforme senza entrare nei dettagli: «sono certo che abbiano trovato punti di convergenza», ha affermato.
In un’intervista a
La Repubblica, il presidente del parlamento europeo. Martin Schulz, dice che «si aspetta per questa settimana l’intesa tra Atene e i suoi partner dell’Eurozona». Il quotidiano economico francese La Tribune, il 24 marzo, precisa: «Questo lunedì 23 marzo, Angela Merkel, in realtà, non ha ceduto di un pollice. Ha anche esplicitamente precisato (ma con il sorriso di circostanza) che, in realtà, non poteva far niente per la Grecia». Stando a Bild Zeitung, che cita alcuni «partecipanti» alla discussione, non si è discusso, del resto, di niente di concreto sulla questione. In altri termini, Angela Merkel ha rinviato Alexis Tsipras al confronto con l’Eurogruppo e la trojka.
Si ritorna quindi al punto di partenza. (Redazione A l’encontre)

Nel corso degli ultimi 15-20 anni, economisti e sociologi della corrente socialista rivoluzionaria (e non solo loro) hanno posto in risalto come il capitalismo abbia raggiunto un livello di sviluppo tale che, per conservare il proprio saggio di profitto, doveva garantire una forte compressione del salario sociale. Questo significa la stagnazione (o la diminuzione) del salario sociale, utilizzando la disoccupazione di massa e indebolendo le organizzazioni sindacali e, quindi, il cosiddetto Stato provvidenza.
Questi teorici erano consapevoli del fatto che, in simili circostanze, le forze politiche cosiddette riformiste – quelle che vogliono semplicemente ottenere miglioramenti per gli strati popolari (ovviamente indispensabili) – non possono sviluppare cambiamenti in favore delle masse lavoratrici senza rimettere in discussione il sistema, per cui avranno sempre meno spazio d’azione.
Questo perché le classi dirigenti non solo non sono disposte a cedere neanche le briciole, ma intendono recuperare quanto erano state costrette a cedere nel cosiddetto periodo del “boom” economico. La socialdemocrazia costituiva la principale forza caratterizzata come riformista, per cui si è ritrovata in un vicolo cieco. I riformisti, senza cuore né proposte attraenti per le masse lavoratrici, non potevano sopravvivere a lungo in quanto tali. Così, i partiti socialdemocratici, che avevano tenuto fin là i piedi in due staffe, sono stati costretti a scegliere. E hanno scelto come previsto, in ragione dei loro molteplici legami economici e sociali, il campo della classe dirigente. La politica del Labour Party in Gran Bretagna, l’SPD in Germania, il Partito socialista in Francia e in Spagna, il Partito democratico in Italia e il PASOK in Grecia sono irrefutabili testimonianze di tale scelta. Una scelta che fa ormai di queste formazioni politiche dei partiti borghesi che, al fondo, non si differenziano dal resto dei partiti borghesi. Sono riusciti, così, a formare in maniera del tutto disinvolta coalizioni con la destra, si tratti della Germania, dell’Italia o della Grecia. E non è un esercizio legato a circostanze particolari. Sono arrivati addirittura a coalizzarsi con forze politiche di estrema destra, ad esempio all’interno del governo Samaras. In parecchi casi, questa identità politica ha portato, o porterà, alla loro scomparsa, al loro sfaldamento, nella misura in cui questi partiti hanno cessato di essere utili sia «a chi sta in alto», sia «a chi sta in basso».
Memorandum
Nel caso della Grecia, la classe dirigente locale, in risposta al problema del debito, ha co-organizzato, insieme ai creditori, un’estrema offensiva per schiacciare le conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici. E quest’offensiva ha un nome in codice: il Memorandum. Ed ha un campo d’applicazione: l’Europa. È dunque importante per la classi dominanti avere successo nel loro primo esperimento, il più avanzato: quello fatto in Grecia.
Naturalmente, questa politica comporta danni collaterali. Così, anche qualche frangia delle classi dirigenti ne ha sofferto. Al tempo stesso, il principale riformatore, il PASOK, creato nel 1974, è stato schiacciato. Simultaneamente, c’è il rischio che dei partiti fascisti accrescano le loro forze e possano addirittura raggiungere in determinati paesi posizioni di governo. Tuttavia i capitalisti, per il momento, non sono preoccupati da queste formazioni. Ciò che li preoccupa è garantire, nel quadro di una relativa stabilità sociale, il mantenimento e l’espansione dei loro profitti. I nazisti non sono i loro nemici. I nemici sono coloro che si oppongono agli obiettivi delle classi dominanti.
Syriza esprime un fronte politico che ha portato avanti, con successo, una resistenza rispetto ai memoranda. In questo indirizzo generale di resistenza sono confluiti diversi elementi della sinistra: una sinistra democratica, una sinistra riformista di tonalità socialdemocratica storica, riformisti provenienti dall’eurocomunismo, forze centriste (tra riformisti e rivoluzionari), forze della sinistra radicale, i cui riferimenti storici pescano in certi aspetti dello stalinismo o del maoismo, e forze ribelli che rientrano in una continuità ragionata con il leninismo e il trotskismo.
Il punto di vista politico che è stato predominate in Syriza è la versione di una riforma che si colloca all’interno del capitalismo. E questo comporta che ci si inserisca nella scelta strategica del capitale greco, che resiste all’integrazione in un’Unione europea neoliberista e nell’Eurozona. Le riforme cui punta Syriza e le sue finalità dichiarate, se venissero applicate, arrecherebbero sicuramente un enorme sollievo alle masse popolari. Non sarebbero «briciole», come sostiene il Partito comunista (KKE) insieme ad altre forze. Ma costituirebbe una svolta senza precedenti rispetto all’austerità (e all’autoritarismo antidemocratico che l’accompagna) agli occhi di una parte essenziale degli abitanti di altri paesi capitalisti.
Ma il governo pensa che l’avversario non sia disposto a trattare su niente. Ritiene che, sul terreno della politica interna, non può far niente senza l’approvazione della trojka, che è ormai diventata un quartetto (BCE, FMI. UE più l’Eurogruppo). Lo stesso progetto per rispondere alla crisi umanitaria, ridotto a un sesto, è stato giudicato un «atto unilaterale» da Schäuble.
Purtroppo, non c’è solo questo. In una recentissima assemblea plenaria di Syriza, di cui faccio parte, un compagno è venuto a lamentarsi da me perché, nel mio intervento, ho chiesto l’immediato cambiamento dei dirigenti delle banche. Il compagno mi ha detto: «Ma il cambiamento di Sturnaras [presidente della Banca nazionale greca] è impossibile perché ha l’appoggio della BCE. Se lo facessimo, non sarebbe solo un atto unilaterale, ma sarebbe un atto rivoluzionario». Anche la minima riforma nel sistema attuale, ben più della sostituzione dell’amministratore della Banca di Grecia con qualcuno che non fosse associato agli ambienti bancari legati allo Stato, sarebbe un atto quasi rivoluzionario. Un analogo atto rivoluzionario potrebbe essere: assumere il controllo di tutte le banche sistemiche; acquisire il controllo del sistema giuridico; fornire gratuitamente l’energia elettrica a tutti colo che ne hanno veramente bisogno; tassare la ricchezza reale; e magari anche abolire i 5 euro per accedere alle cure ospedaliere; garantire il ristabilimento a 751 euro del salario minimo e, più in generale, gli obiettivi di Salonicco annunciati da Tsipras il 14 settembre 2014. Tutto questo verrebbe considerato dai creditori e dalla classe dirigente greca una dichiarazione di guerra.
A un bivio
La direzione di Syriza e il governo Tsipras scoprono quel che hanno scoperto i riformatori classici sopra richiamati: risulta che la maggior parte delle riforme programmate, nelle attuali condizioni, richiedono cambiamenti con una dinamica rivoluzionaria. Syriza e governo devono quindi decidere la strada da scegliere. Se insistono sulle rivendicazioni proposte, saranno costretti a entrare in conflitto con i creditori e i loro alleati locali. Se lo faranno in tempo – ed è l’unica scelta – avranno un largo appoggio popolare, sufficiente a rivolgersi al popolo e chiederne il sostegno maggioritario. Avranno anche quello di milioni di persone in Europa, e non solo. Solo allora potrebbero mettere a frutto il presunto tempo guadagnato con l’accordo di febbraio con l’Eurogruppo. Da questo verrebbe la probabilità di una convergenza con altre forze radicali in Europa. Tutto questo non implica una rivoluzione, ma una sorta di invito realistico a una prospettiva del genere.
Se il governo non insiste a applicare il nocciolo con carattere di classe delle rivendicazioni di Salonicco, e rinvia questo programma a un futuro imprecisato o, peggio, lo lascia definitivamente cadere, quand’anche avesse guadagnato un po’ di tempo, non avrà effetto perché la disillusione minerebbe la prospettiva di vittoria delle altre forze radicali in Europa.
Se Syriza partecipa a un governo di unità nazionale, avrà smarrito il cuore della sua prospettiva riformista. Come hanno dimostrato le esperienze dolorose sia del PASOK sia di DIMAR (Sinistra democratica uscita da Syriza), il sistema economico, sociale e politico non accetta le riforme popolari, neanche quelle limitate promesse grazie alla partecipazione a un governo di unità nazionale.
Non esiste una zona grigia intermedia. O Syriza si impegnerà in decisioni unilaterali – prendere cioè, di fatto, misure rivoluzionarie – o sarà il suicidio.