La dinamica del capitalismo mondiale

Questo testo è un contributo alla riflessione sull’evoluzione della situazione geopolitica globale e sui tre aspetti principali della dinamica del capitale globalizzato.

La dinamica del capitale mondializzato presenta molte sfaccettature. In questo testo abbiamo deciso di privilegiarne tre: le trasformazioni internazionali dei flussi di investimento, le conseguenze per i salariati del rischio legato alla produzione e al flusso delle merci, la finanziarizzazione.

Occorre sottolineare che l’evoluzione del settore produttivo (dell’“economia reale”) procede in simbiosi con la finanziarizzazione e ne è condizionata. La finanza non è un parassita che prospera su un corpo sano.

1.Capitali non provenienti dal “Primo Mondo”  sono ormai diventati i protagonisti degli investimenti internazionali.

Secondo il rapporto 2014 sugli investimenti internazionali (investimenti diretti internazionali -IDE) della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (United Nations Conference on Trade and Development, anche UNCTAD), i paesi considerati “in sviluppo” e “in transizione” hanno investito nel 2013, 553 miliardi di dollari, il 39% delle risorse mondiali degli IDE; all’inizio degli anni 2000 erano solo il 12%. Dopo gli USA e il Giappone, la Cina è saldamente il terzo paese investitore internazionale (con 101 miliardi di $ di IDE, contro i 136 miliardi del Giappone e i 338 miliardi degli Stati Uniti). Gli IDE provenienti dalla Cina sono quasi pari agli IDE che entrano in Cina (124 miliardi nel 2013). Per avere un’idea della reale importanza della Cina, occorre tener conto dei flussi di Hong Kong (non inclusi nelle cifre precedenti): Gli IDE in uscita da Hong Kong ammontavano nel 2013 a 92 miliardi di dollari (4° posto mondiale) a fronte di entrate per  77 miliardi di dollari. A proposito degli IDE provenienti dalla Cina, il rapporto precisa che nel 2013, le “uscite di IDE hanno segnato una progressione del 15%, a 101 miliardi di dollari, grazie ad un certo numero di mega transazioni nei paesi sviluppati. Tra due o tre anni, le uscite in IDE dalla Cina dovrebbero superare le sue entrate.”

Oltre agli enfatizzati investimenti della penisola arabica (si tratta di fatto dell’utilizzazione della rendita petrolifera), i gruppi nati da potenze economiche emergenti (la Cina, ma anche, su scala minore, l’India, il Brasile, la Turchia, ecc.) contribuiscono a rimodellare la struttura economica internazionale. Occorre precisare che qui si tratta non di investimenti finanziari volatili, ma di investimenti a lungo termine nelle imprese. È in questo tipo di operazioni che Lenin individuava uno dei criteri che definiscono l’imperialismo. Per fare un esempio, ci limitamo a segnalare che uno dei pilastri del dominio americano in America latina, la United Fruit Company (diventata Chiquita) è passata al Brasile. Di fatto, ciò a cui si assiste oggi non è solamente uno spostamento della produzione manifatturiera mondiale (un fenomeno di per sé in aumento), ma una riconfigurazione progressiva del capitalismo internazionale. Questa evoluzione è solo agli inizi: se è in aumento  il flusso di investimenti provenienti dalla Cina, lo stock d’investimenti  cinesi all’estero è globalmente limitato rispetto allo stock d’investimento straniero in Cina. Nel 2012, l’Unione europea ha investito in Cina 15,5 miliardi di euro e ne ha ricevuti 7,7 miliardi; a fine 2012, lo stock d’IDE di provenienza dalla Cina ammontava a 28,8 miliardi di euro, mentre lo stock degli investimenti europei in Cina ammontava a 118,1 miliardi di euro (ma, pur partendo dal basso, i primi sono in forte aumento).

 

Evidentemente sarebbe   necessario studiare più approfonditamente il target settoriale e geografico degli investimenti esteri della Cina e degli altri paesi “in via di sviluppo” o “in transizione” e gli artefici di questi investimenti (per quanto concerne la Cina sono importanti entità pubbliche che procacciano gli IDE). Come, nel caso dell’industria cinese, è anche importante determinare il suo grado di supremazia nel settore delle  tecnologie più sviluppate.

 

2.Sempre più vengono imposti ai salariati tutti i rischi legati alla produzione e al deflusso delle merci.

Si vuol proteggere il capitale dagli imprevisti e assicurargli un reddito minimo garantito per riprendere la definizione di Fréderic Lordon (il famoso  15% di redditività finanziaria) anche nei periodi di congiuntura cattiva per le aziende.

Dapprima, con l’ aumento della precarizzazione dei salari in quei paesi dove è stata conquistata la garanzia di posti di lavoro stabili; poi con l’aumento, incoraggiato dalle politiche pubbliche, di contratti precari, a tempo limitato o di pseudo statuti di lavoratore indipendente.  Dal 2008, nel Regno Unito, il numero di lavoratori indipendenti è letteralmente esploso, raggiungendo nel 2014 il 15% del totale degli impieghi.

A livello internazionale, si assiste poi alla concorrenza tra lavoratori (di fatto, il numero dei salariati inseriti nel mercato del lavoro è notevolmente aumentato con la fine del blocco dell’Est e il ritorno della Cina al capitalismo), in particolare sotto il forte impulso delle imprese dei paesi dominanti tradizionali.

Occorre qui correggere la visione secondo cui i produttori dei nuovi centri industriali asiatici invaderebbero i mercati dei paesi a reddito elevato, grazie ad una presunta legge di vasi comunicanti per il semplice fatto che i loro costi di produzione sono più bassi. I prodotti cinesi, come quelli del Bangladesh, quelli cambogiani, ecc. generalmente non arrivano nei grandi centri di consumo dei paesi sviluppati, grazie ad una strategia delle industrie locali: fino ad ora non dispongono di mezzi per raggiungere direttamente gli acquirenti ed anche per adattarsi alle specificità dei mercati (anche se ciò inizia ad essere meno vero per alcuni tipi di beni provenienti dalla Cina e, anche se meno, per l’India ed il Brasile)

Le grandi catene di distribuzione dei paesi sviluppati importano, per smaltirli, prodotti di cui definiscono le caratteristiche. Negli Stati Uniti, per esempio, è Walmart che stabilisce l’arrivo massiccio di prodotti a basso prezzo importati (secondo la pubblicazione Ramsès del 2010, l’80% dei prodotti venduti da questa catena di supermercati americani sono fabbricati in Cina). Ditte analoghe esistono anche in Europa. E’ solamente in alcune regioni del Terzo Mondo (in particolare in Africa) che commercianti di origine cinese forniscono prodotti cinesi facendo concorrenza alla produzione locale. Altre ditte, partendo da prodotti e prototipi elaborati nei centri di ricerca americani, europei o giapponesi ed anche sudcoreani, fanno fabbricare prodotti sotto loro stretta sorveglianza: come, per esempio, la Nike o la Apple in Cina. Alcune ditte industriali o di servizio di paesi avanzati ricorrono ad input che permettono loro di ridurre i costi: questi input, materiali in un primo tempo, sono però anche immateriali, come le prestazioni informatiche, soprattutto indiane o di call center  in diverse lingue.

Sempre più di frequente, le disposizioni interne alle imprese e le direttive per i loro rapporti con gli appalti, nascono con una logica di concorrenza obbligata. Settori diversi di una impresa vengono messi in concorrenza tra di loro per la realizzazione di un investimento, il lancio di un prodotto o per fornire una prestazione, sia se operano in paesi diversi, oppure all’interno dello stesso paese: come nella produzione di automobili per l’attribuzione di nuovi modelli. Questa evoluzione spiega la citazione di Franck Don, delegato centrale del sindacato U.S. CFTC presso il PSA Peugeot Citroën e AllurGroup: “Le fabbriche automobilistiche lavorano come dei cantieri navali: un’ ordinazione procura lavoro, poi bisogna attendere e sperare di vincere il prossimo contratto. Non avevamo questo tipo di cultura nell’automobile” ( citato  da “L’Usine nouvelle” del  5.11.2014)

 

3. La finanziarizzazione. Lo sviluppo del capitale fittizio, consustazionale al capitalismo moderno, ha raggiunto in questi ultimi anni proporzioni considerevoli.

Il capitale fittizio nella sua essenza corrisponde ad impegni di pagamento su una produzione futura o, altrimenti detto, all’accumulazione di diritti di prelievo su valori non ancora prodotti (utilizziamo le definizioni contenute nel libro di Cédric Durand “Le capital fictif, Comment la finance s’approprie notreavenir”, Les prairies ordinaires, 2014)

Marx ha individuato tre forme di capitale fittizio: la moneta di credito, i titoli del debito pubblico e le azioni.

Il capitale fittizio dipende direttamente dal ritmo reale dell’accumulazione (e può contribuire ad accelerarla), ma contemporaneamente acquista un’esistenza autonoma: tutti i suoi crediti e titoli possono circolare  (e le azioni possono essere rivendute in Borsa) anche se la produzione non è ancora effettiva. Alcune cifre sull’importanza del capitale fittizio (partendo dai calcoli di Cédric Durand) per gli 11 paesi capitalisti più ricchi:

– il  credito al settore privato non finanziario è passato  nel 2007 dal 71% al 174% del PIL (con la crisi ha avuto un periodo di stagnazione o di riflusso, secondo i paesi).

– Negli anni 70, fino al 2012, il debito pubblico dei paesi ricchi passa in media dal 30 a circa il 90% del PIL.

– La capitalizzazione in borsa (titoli emessi dalle imprese) è progredita sul lungo periodo (con forti disuguaglianze tra i paesi, soprattutto dall’inizio degli anni 2000).

– In totale, le varie forme di capitale fittizio, per le quali esistono solo pochi dati, negli 11 paesi capitalisti più sviluppati, raggiungerebbero il 340% del PIL.

In anni recenti si sono sviluppate forme più sofisticate di capitale fittizio, che si situano ancor più lontano dal processo produttivo ed operano con i derivati delle forme precedenti. Si amplia il divario tra prestatore iniziale e debitore: i titoli di credito vengono raggruppati e venduti sotto forma di titoli che possono poi circolare. La somma del capitale fittizio può avere poi proporzioni smisurate rispetto all’effettivo potenziale produttivo.

Lo “shadow banking” (non sottomesso a regolamentazione bancaria) ha uno sviluppo esuberante. Secondo il Consiglio di Stabilità Finanziaria (FSB), alla fine del 2013, questa finanza parallela rappresentava un attivo di 75.000 miliardi di dollari, cioè il 50 % del sistema  bancario ed un quarto del totale degli attivi finanziari. Il “shadow banking”, con circa il 120% del PIL dei paesi coperti dallo studio, si avvicina dunque al suo picco storico, vicino ai 124% raggiunti prima della crisi, nel 2007…Di fatto, le banche convenzionali e il “shadow banking” sono strettamente legati; il “shadow banking” è  nato per volontà delle banche allo scopo di aggirare la regolamentazione e non potrebbe esistere senza le garanzie e le liquidità bancarie.

L’esplosione del capitale fittizio sta crescendo vertiginosamente rispetto alla produzione di merci. I profitti finanziari aumentano e non sono fittizi: corrispondono ad un potere d’acquisto, a diritti sulla ricchezza prodotta. La finanza non crea valore e i profitti finanziari corrispondono a trasferimenti di reddito da attività produttrici di valori.

Gli interessi pagati sul debito pubblico sono un salasso sui redditi del lavoro o del capitale.  I prestiti alle imprese permettono di accaparrare una parte dei profitti del settore produttivo: è così anche per i dividendi delle azioni. I guadagni in capitale (differenze tra i prezzi di vendita e di acquisto di un titolo) non corrispondono ad un’intercettazione di valore del settore produttivo, ma sono il risultato di una variazione del prezzo di un elemento del capitale fittizio (si parla qui di plusvalore realizzato con la vendita di un titolo, e non di un plusvalore potenziale). Questi guadagni in capitale possono anche essere nulli (i guadagni di uno corrispondono alle perdite di altri); se sono positivi per un certo periodo e per una categoria di attivi fittizi, vuol dire che il mercato di questi attivi ha attirato i capitali-moneta disponibili (risparmi, capitali importati, crediti bancari) oppure che i mercati sono stati sostenuti dall’intervento delle banche centrali (vedi la politica recente della Riserva federale americana).

In generale,  l’autonomia della finanza è solamente relativa: le sue fluttuazioni possono allontanarsi dall’economia reale ma non possono prescindere dall’obbligo di estrarne un plusvalore. La stabilità dei mercati finanziari dipende dalla garanzia che vengano mantenuti gli impegni . La validità degli impegni presi si materializza nei profitti finanziari. Durante la crisi attuale, dopo aver constatato la sua gravità, la maggiore preoccupazione dei governi e delle banche centrali è stata quella di garantire la continuità dei profitti finanziari per evitare che le banche affondassero  e crollasse la piramide dei titoli in circolazione (dopo il fallimento della banca Lehman Brothers). Le politiche di austerità  di bilancio hanno lo scopo di rassicurare i mercati che il debito pubblico verrà pagato.

La finanziarizzazione ha sostenuto la crescita sostenendo il consumo, sicuramente negli Stati Uniti e, in una certa misura, concedendo anche risorse supplementari alle imprese. Ma il suo sovrasviluppo ne accentua le contraddizioni, come si sono manifestate dopo il 2007 (crisi dei subprimes, crisi bancarie, imprese di debito pubblico in Europa). I poteri pubblici si sono subito attivati. (Stati, Banche centrali). Il capitale fittizio ha sicuramente bisogno di questi interventi per regolarizzare e garantire i profitti finanziari. Ma gli interventi delle banche centrali, visto che forniscono ai mercati una liquidità quasi gratuita, alimentano quei comportamenti speculativi che produrranno futuri scossoni.