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Pubblica amministrazione, la controriforma di Renzi

Per l'interesse e l'attualità della questione, pubblichiamo il testo della comunicazione sul pubblico impiego e sulla riforma della pubblica amministrazione svolta dal compagno Aurelio Macciò al convegno “Riprendere il futuro nelle nostre mani. Per ricostruire una prospettiva di emancipazione per la classe lavoratrice” organizzato da Sinistra Anticapitalista di Torino il 21 giugno. Qui si trova anche la versione stampabile PDF della comunicazione.

Comunicazione sul Pubblico impiego e sulla riforma della pubblica amministrazione

di Aurelio Macciò, del Comitato direttivo nazionale FP CGIL – “Il sindacato è un’altra cosa – Opposizione CGIL”)

1. Il Decreto “annunciato”

Una premessa

Alla data odierna, nel mentre svolgiamo questa comunicazione, i testi ufficiali e definitivi dei provvedimenti sulla cosiddetta “riforma della Pubblica Amministrazione” che sarebbero stati approvati dal Consiglio dei Ministri nella sua riunione dello scorso 13 giugno non sono ancora stati pubblicati. Ormai, a oltre una settimana di distanza, indiscrezioni che leggiamo sulla stampa dicono che, nel frattempo, gli articoli del Decreto Legge che erano inizialmente 37 sarebbero diventati 120 e che lo stesso Decreto sarebbe stato spacchettato in due.

Ma, come sappiamo, nella società mediatica ciò che appare diventa “reale”, e così si concretizza l’impatto delle “annunciazioni” e della “velocità” del giovane Presidente del Consiglio che, di per sé, diventano sinonimo di “cambiamento”.

Siamo quindi costretti, per ora, ad affidarci ai testi che circolano, non ancora ufficiali e definitivi, pur sapendo che su tutta una serie di dettagli sarà opportuno verificare quanto sarà effettivamente inserito nei testi che saranno effettivamente pubblicati.

2. Provvedimenti “straordinari di necessità e d’urgenza”

In ogni caso risulta che il Consiglio dei Ministri, così come per altri temi che ha affrontato nei mesi scorsi, per esempio per il cosiddetto “jobs act”, ha suddiviso i provvedimenti in una parte che diventa operativa da subito, attraverso un Decreto Legge, e una parte che viene affidata a un tempo successivo, attraverso la predisposizione di un Disegno di Legge con cui il Governo sarà poi delegato a emanare più Decreti Legislativi.

Secondo la Costituzione repubblicana ancora vigente (quella formale), il Governo può adottare “provvedimenti provvisori con forza di legge” – appunto denominati Decreti Legge – “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (articolo 77). Il Governo dovrebbe poi “il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere” che a loro volta dovrebbero convertirli in Legge entro sessanta giorni.

Se ne dedurrebbe pertanto che il Governo Renzi, se stiamo alla lettera della Carta costituzionale, per quanto riguarda il “jobs act”, abbia ritenuto che fosse “necessario e urgente” elevare fino a una durata di 36 mesi i contratti a termine, prevedendone la possibilità di proroga fino a ben 8 volte (misura poi “mitigata” – si fa per dire – a 5 volte nella Legge di conversione) nell’arco dei tre anni, ed eliminando il requisito della causalità, cioè senza che le aziende debbano minimamente motivare perchè si ricorre a un contratto a termine anziché a tempo indeterminato, e che abbia ritenuto “necessario e urgente”, per quanto riguarda i contratti di apprendistato, eliminare gran parte della parte precedentemente obbligatoria della formazione, ridurre al 35% della paga le ore rimanenti dedicate alla formazione, eliminare ogni vincolo per le imprese alla trasformazione dei contratti di apprendistato in contratti a tempo indeterminato. Insomma, il Governo Renzi ha ritenuto “necessario e urgente” aumentare ulteriormente la precarietà del lavoro e consentire ai padroni ulteriori opportunità di sfruttamento della forza lavoro così devastanti.

3. Il “modo innovativo di partecipazione”. Il “flop” della consultazione telematica che viene trasformato in un “grande successo”

Ma ritornando al tema della Pubblica Amministrazione, prima di andare a vedere cosa il Governo Renzi abbia inserito nei due diversi provvedimenti, cioè il Decreto Legge, immediatamente operativo, e il Disegno di Legge, occorre notare che il Governo sottolinea che questa “riforma” è anche frutto di una partecipata consultazione a cui avrebbero contribuito gli stessi dipendenti pubblici, rispondendo all’account rivoluzione@governo.it (sì, è proprio così, la rivoluzione dall’alto …) alla lettera aperta loro inviata da Matteo Renzi e da Marianna Madia, ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione (si veda qui) con l’indicazione di 44 punti “su cui il Governo intende ascoltare la voce diretta dei protagonisti a cominciare dai dipendenti pubblici”.

Madia parla di un “grande successo di questa consultazione. Abbiamo avviato un modo innovativo di partecipazione alla decisione politica che apre una riflessione per tutte le organizzazioni sociali. Grazie al contributo e alle idee dei cittadini possiamo ora varare una riforma migliore e ancora più incisiva”.

In realtà, sulle caratteristiche innovative avremmo parecchio da obiettare: si tratta della classica figura del “principe” che si rivolge direttamente per via individuale, atomizzata e telematica (ecco qui il carattere “innovativo” del supporto tecnologico …) ai singoli dipendenti pubblici, saltando così tutti i cosiddetti “corpi intermedi” della rappresentanza, a partire da quella sindacale.

Non siamo certo noi nostalgici di un sistema di concertazione subalterna, il fatto è che però da quel sistema se ne esce a destra, verso la decretazione dall’alto, e per di più mascherata da “partecipazione e condivisione” dei soggetti direttamente interessati. E’ pur vero che in realtà Renzi è in grado di esercitare il suo populismo, saltando a piè pari le organizzazioni sindacali, perché i sindacati si sono dimostrati nei fatti in questi anni “enti inutili”, inefficaci a fronteggiare le politiche di austerità e il massacro sociale.

Così, alla segretaria generale della CGIL che dichiara, nella sua relazione introduttiva al Congresso nazionale a Rimini del mese scorso, che dell’attuale presidente del Consiglio “contrastiamo e contrasteremo l’idea di un’autosufficienza del Governo, che taglia non solo l’interlocuzione con le forme di rappresentanza, ma ne nega il ruolo di partecipazione e di sostanziamento della democrazia. Una logica di autosufficienza della politica che sta determinando una torsione democratica verso la governabilità a scapito della partecipazione”, Renzi si può permettere di replicare che “il fatto che il massimo dell’elaborazione concettuale del leader Cgil sia l’attacco al governo, e non la preoccupazione per i disoccupati, è triste per i militanti della Cgil. In questo momento dovremmo preoccuparci sul creare lavoro. Certi attacchi sono tristi perché noi dalla Cgil ci aspettiamo di più. Dov’è stata in questi anni quando le cose non andavano? La disoccupazione è passata dal 7 al 13 percento e il sindacato non se n’è accorto”. E poi l’affondo. “Noi stiamo cercando di cambiare l’Italia. I sindacati vogliono dare una mano? Lo facciano. Ma devono capire che la musica è cambiata. Nel momento in cui i politici riducono i posti, i dirigenti riducono gli stipendi, anche i sindacati devono fare la loro parte, partendo dalla riduzione del monte ore dei permessi sindacali nel pubblico impiego e dall’obbligo di mettere on line le spese. Io parlo di cose concrete. Vogliono darci una mano? Lo facciano. Ma non pensino che noi stiamo ad aspettare loro. L’Italia ha già aspettato troppo”.

Così, appunto, la CGIL viene dipinta mediaticamente, non senza un insieme di ragioni, come un “ente inutile” e burocratico (“Dov’è stata in questi anni quando le cose non andavano?”), colpevole delle disoccupazione di massa, abbarbicata ai privilegi di “casta”, in particolare a difesa dei “fannulloni” del pubblico impiego. Siamo quindi al paradosso per cui le politiche moderate, quando non addirittura collaborative, della CGIL, vengono ritorte contro la CGIL stessa, come un servo sciocco dei cui servizi se ne può ormai fare a meno.

Nel clima mediatico di “regime”, nessuno poi è portato a chiedersi “dove sono stati in questi anni” – facciamo qualche esempio – il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti, dal 2002 presidente nazionale della Lega Coop, o il ministro per lo Sviluppo Economico Federica Guidi, in precedenza presidente dei Giovani di Confindustria e poi vicepresidente di Confindustria, o lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi che, da sindaco di Firenze, ha privatizzato totalmente l’azienda cittadina dei trasporti pubblici (ATAF), spezzettandola poi in tre pezzi e annullando unilateralmente tutta la precedente contrattazione integrativa.

Ma ritorniamo alla “consultazione” avvenuta tra i dipendenti pubblici che Madia sostiene essere stata così innovativa e partecipata.

Risulta che ai “44 punti” di Renzi e Madia avrebbero risposto nell’arco dei 30 giorni previsti, dal 1° al 30 maggio, in 39.343, cioè poco più dell’1 % dell’insieme dei dipendenti pubblici.

Ma non solo: circa un terzo delle risposte chiedevano “Renzi rinnova il mio contratto” (9.765 e-mail) oppure “Sblocco contratti” (3.326 e-mail), cioè erano “petizioni organizzate”. La prima è stata organizzata dai sindacati CGIL, CISL e UIL della Funzione Pubblica, e anche in questo caso dobbiamo verificare senza un grande successo, se meno di 10.000 sono i lavoratori e le lavoratrici che si sono presi la briga di inviare una e-mail in tal senso.

Complessivamente, risultano 15.618 e-mail che corrispondono a “petizioni organizzate” che hanno superato ciascuna il migliaio (oltre a quelle già citate con la richiesta di sblocco dei contratti, un’altra riguardante i segretari comunali e un’altra ancora per il “software libero e gratuito nella Pubblica Amministrazione”).

Questi dati sono indicati nel report che è stato elaborato, con il supporto di ricercatori del Dipartimento di metodi e modelli per l’economia, il territorio e la finanza dell’Univerità La Sapienza di Roma, con la sintesi dei risultati (si veda qui).

E’ quindi ipotizzabile che, al netto di queste risposte “organizzate”, quelle che rispondono effettivamente ai “44 punti” siano in realtà forse la metà delle oltre 39.000 dichiarate.

A noi pare che dovrebbe essere dichiarato il “flop” della consultazione “innovativa e partecipata”, e invece, con l’ausilio dell’apparato massmediatico, il “flop” si tramuta in un “grande successo”, per cui “con le idee dei cittadini faremo una riforma migliore”.

Nel minestrone dei “44 punti” c’erano affermazioni le più diverse, sempre condite in salsa populista, su tre gruppi di linee guida: “Il cambiamento comincia dalle persone”, “Tagli agli sprechi e riorganizzazione dell’Amministrazione”, “Gli Open Data come strumento di trasparenza. Semplificazione e digitalizzazione dei servizi”. Si andava quindi dalla “riduzione delle aziende municipalizzate” (leggi, dietro la facciata della riduzione del numero dei Consigli di Amministrazione, in realtà privatizzazione e riduzione dei servizi pubblici) all’ “obbligo di trasparenza da parte dei sindacati: ogni spesa online” (cosa c’entra con la riforma della Pubblica Amministrazione?).

4. Cosa c’è nel Decreto Legge

Ma dal fumo ideologico veniamo all’arrosto, cioè ai provvedimenti reali assunti dal Governo, sempre affidandoci per ora, come già indicato in premessa, a testi non ancora ufficiali e definitivi.

Ci limitiamo a evidenziare quello che qui ci interessa, per cui tralasciamo di elencare le norme che riguarderebbero limiti al trattenimento in servizio per i magistrati, la decurtazione degli onorari dell’Avvocatura generale dello Stato, l’abrogazione del diritto di rogito dei segretari comunali e altre misure similari, e quindi ci concentriamo qui sui provvedimenti che riguardano i “proletari” del pubblico impiego.

Ecco quindi cosa c’è nel Decreto Legge, e quindi cosa è “necessario e urgente”.

4.1. Il cosiddetto “ricambio generazionale nella Pubblica Amministrazione”

In Italia, il combinato disposto del blocco, o comunque dei forti limiti reiterati negli anni, delle assunzioni e dell’innalzamento dell’età pensionabile ha ormai determinato un grave problema strutturale nella Pubblica Amministrazione: l’alta età media di chi ci lavora. Come una qualsiasi azienda o una qualsiasi comunità, anche i servizi pubblici richiederebbero per poter funzionare al meglio una presenza equilibrata di giovani e meno giovani, che sapesse mettere insieme in maniera sinergica la capacità di innovare e la predisposizione al cambiamento più connaturata nei giovani con l’esperienza maturata sul campo dei più anziani, per loro natura più “conservatori”. Soprattutto in alcuni settori, pensiamo agli asili nido e alle scuole dell’infanzia, ai settori educativi in generale, la presenza di giovani sarebbe ancor più indispensabile.

Secondo l’ultima rilevazione che l’ARAN (l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) ha svolto in proposito, il Rapporto semestrale ARAN sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti del giugno 2013 (si veda qui), l’età media nel pubblico impiego, al netto degli appartenenti ai corpi di polizia e alle forze armate, si aggira ormai intorno ai 50 anni contro l’età media di 42,6 anni nell’insieme degli occupati in tutti i settori di lavoro (nell’industria è di 41,8 anni). In particolare, i lavoratori che hanno più di 60 anni sono oltre il 10% nel comparto dei Ministeri, l’8% in quello della Scuola, quasi il 7% nel comparto Regioni e Autonomie locali. All’inverso, in questi stessi comparti, solo lo 0,4% ha meno di 30 anni nel comparto Ministeri, l’1% nella Scuola e l’1,5% nel comparto Regioni e Autonomie locali.

Questi dati sono i più alti tra tutti i paesi OCSE. Per avere un raffronto con paesi comparabili alla realtà italiana, in Francia quasi il 6% degli occupati nella Pubblica Amministrazione ha meno di 25 anni e il 22% ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni. Anche la Gran Bretagna ha dati di poco inferiori a quelli francesi. In Italia, solo il 10,3% dei dipendenti pubblici ha meno di 35 anni, ma solo per effetto di una presenza più marcata nei settori fisiologicamente più “giovani” dei corpi di polizia, delle forze armate e dei vigili del fuoco.

I giovani si addensano invece tra le diverse forme del precariato, tanto che i precari nelle pubbliche amministrazioni vengono stimati in oltre 300.000, e poi nei tanti servizi che in questi anni sono stati esternalizzati, appaltati, privatizzati, nel mondo delle Cooperative sociali, nella sanità privata, ecc.

Quali sarebbero gli interventi strutturali per poter risalire la china di una situazione così squilibrata? Quelli che inciderebbero di più sarebbero sicuramente il ripristino integrale del turn over e delle precedenti condizioni in materia di pensioni, quanto meno quelle antecedenti alla legge Monti – Foriero, e poi grandi piani di intervento pubblico nell’istruzione, nella sanità, nel riassetto idrogeologico, ecc.

Ma ovviamente il governo Renzi di tutto ciò non si occupa, e anzi sono in atto le procedure di spending review su cui si ipotizza un taglio di 85.000 lavoratori che verrebbero posti in mobilità. Del resto, come farebbe a occuparsene se è così programmaticamente vincolato ai Trattati economici dell’Unione Europea, al pareggio di bilancio inserito in Costituzione, alla prossima futura applicazione del Fiscal Compact?

Allora si inventa la revoca dell’istituto del trattenimento in servizio, descritto come clausola attraverso cui i vecchi non permettono ai giovani l’ingresso nelle Amministrazioni pubbliche, “dimentico” delle centinaia di migliaia di lavoratori che sono stati invece trattenuti in servizio non per propria volontà ma per effetto dell’innalzamento dell’età e dei requisiti per andare in pensione.

Un tempo i dipendenti pubblici potevano richiedere di poter restare al lavoro ancora due anni oltre i limiti massimi di età previsti per il collocamento a riposo (65 anni), e quindi fino a 67 anni. Ma dal 2008 tale possibilità non è più di potestà del singolo lavoratore e la richiesta è sottoposta al giudizio discrezionale della rispettiva Amministrazione, che può accogliere l’istanza “in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti”.

Tanto più con i tagli operati nelle risorse destinate a tutte le Amministrazioni pubbliche e la conseguente riduzione della spesa per il personale, ormai negli ultimi anni l’istituto del trattenimento in servizio ha sempre più assunto un carattere eccezionale.

Inoltre l’età per il maturare della pensione di vecchiaia è già oggi di 66 anni e 3 mesi (nel pubblico impiego è già così anche per le lavoratrici) e dal 2016 aumenterà, secondo diverse stime, ancora presumibilmente di altri 4 mesi per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, e così innalzando ogni 3 anni (dal 2019 ogni 2 anni). La pensione anticipata (ex-pensione di anzianità), in linea di tendenza, va verso la sparizione: già oggi, per accedervi, occorre aver maturato un requisito contributivo di 42 anni e 6 mesi per gli uomini e di 41 anni e 6 mesi per le donne, ma anche questo requisito è sottoposto all’adeguamento triennale alla speranza di vita – come abbiamo già detto sopra, di ipotizzabili ulteriori 4 mesi dal 2016 – che diventerà poi a scadenza biennale a partire dal 2019.

E comunque già oggi le Amministrazioni, anche per problemi di contenimento della spesa per il personale, procedono alla risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro al maturare dei requisiti per la pensione anticipata e comunque ai 65 anni di età, come peraltro pressantemente invitate in tal senso dallo stesso ministro per la Pubblica Amministrazione e per la Semplificazione nella circolare n. 2 dell’8 marzo 2012 sui “limiti massimi per la permanenza in servizio nelle pubbliche amministrazioni” (si veda qui).

La circolare è firmata da Filippo Patroni Griffi, ministro nel governo Monti, e quindi un predecessore dell’attuale ministro Madia, ma è ovviamente tuttora in vigore e applicata.

In queste condizioni, quanti sono ormai (e, in linea di tendenza, lo saranno sempre meno nel futuro) i lavoratori e le lavoratrici del pubblico impiego che richiederanno di trattenersi in servizio oltre il maturare dei requisiti per poter andare in pensione?

E’ vero, ci sono norme per ulteriori modalità di trattenimento in servizio, fino a 70 anni e anche oltre, per alcune categorie (magistrati, avvocati dello stato, militari, docenti universitari, ecc.), ma quanto inciderà nella sostanza una revoca della possibilità di richiedere il trattenimento in servizio? Renzi e Madia dichiarano che si libereranno così 15.000 posti nel prossimo triennio. I sindacati di categoria di CGIL, CISL e UIL affermano che questa cifra “è pura fantascienza” e indicano sicuramente in molto meno di 5.000 i posti che forse potrebbero liberarsi. In questo caso, non abbiamo davvero dubbi su chi abbia ragione.

4.2. Continua il blocco del turn over

Da anni sono stati imposti diversi vincoli ad assunzioni a tempo indeterminato nel pubblico impiego che hanno prodotto nel tempo da un lato consistenti riduzioni di personale nei diversi comparti delle pubbliche amministrazioni, dall’altro riduzioni di servizi, esternalizzazioni, precarietà sotto diverse forme.

Nel 2013, ad esempio, le amministrazioni hanno potuto assumere tutt’al più un nuovo numero di dipendenti pari al 20 per cento di quelli che hanno lasciato lo stesso Ente nell’anno precedente.

Il Decreto Legge cambia questo tipo di vincolo, che da limite numerico diventa di limite di spesa. I limiti a nuove assunzioni non saranno più basati sul numero di personale, ma sulle risorse spese per il loro stipendio. Ma anche per il 2014 il limite percentuale resterà ancorato al 20%, vale a dire che sarà possibile assumere nuovi dipendenti a tempo indeterminato per un totale di spesa pari al 20 per cento di quella che serviva per pagare i dipendenti che hanno lasciato quell’amministrazione nel 2013. Il costo dei nuovi assunti è in genere inferiore a quello di chi lascia un’amministrazione, così in questo modo si avrebbe un leggerissimo allentamento nei vincoli imposti alle assunzioni, ma il numero degli occupati continuerà comunque ancora a diminuire.

La percentuale del 20% crescerà poi al 40 per cento nel 2015, al 60 per cento nel 2016, all’80 per cento per l’anno 2017 e infine al 100 per cento a decorrere dall’anno 2018 (mentre per corpi di polizia, vigili del fuoco e per tutto il settore della scuola ci sono specifiche normative). Che significa un “… vedremo”, ci sarà tutto il tempo per ripristinare percentuali più basse, tanto più che dal 2016 diventerà operativo il baratro dell’austerità perpetua del Fiscal Compact.

In ogni caso viene programmata una riduzione dell’occupazione nel pubblico impiego fino ad almeno al 2018.

E poi occorre intrecciare tutto ciò con l’attuazione della spending review, cioè con un taglio agli organici che produrrà, secondo le stime di Carlo Cottarelli, il commissario straordinario alla spending review, ben 85.000 esuberi. Se così stanno le cose, anche queste poche nuove assunzioni dove saranno effettivamente possibili?

Già oggi vi sono parecchie migliaia giovani vincitori di concorso che non possono essere assunti per via dei tagli agli organici che nel frattempo sono stati operati, in particolare nelle Amministrazioni centrali (Ministeri, Enti pubblici non economici come l’INPS, Enti di ricerca, ecc.), con una riduzione del 10% delle piante organiche per il personale non dirigenziale e del 20% per i dirigenti.

Tra vincitori e idonei di concorsi pubblici, si stima che nel complesso della Pubblica Amministrazione siano tra i 70.000 e i 100.000 coloro che, pur avendone diritto, restano in attesa di essere chiamati per un posto di lavoro che sulla carta avrebbero già dovuto occupare. Il fenomeno è ormai talmente esteso che il Dipartimento della Funzione Pubblica, per mettervi un qualche ordine, ha avviato in proposito un monitoraggio, attraverso procedure con cui si è rivolto a tutte le pubbliche amministrazioni, per riuscire a conoscere esattamente quanti siano.

4.3. La mobilità obbligatoria e quella “volontaria”, con decurtazioni salariali e demansionamento

Tutte le sedi delle amministrazioni pubbliche collocate nel territorio dello stesso Comune costituiranno una medesima unità produttiva, ai sensi dell’articolo 2103 del Codice civile, così come è stato definito dallo Statuto dei lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300) che prescrive che un lavoratore “non può essere trasferito da una unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive”. Ma quanto prescritto dallo Statuto dei lavoratori verrà aggirato attraverso l’ulteriore passaggio definito nel Decreto Legge, per cui “parimenti costituiscono medesima unità produttiva le sedi collocate a una distanza non superiore ai cinquanta chilometri dalla sede in cui il dipendente è adibito”. Significa che saranno possibili trasferimenti obbligatori e forzati, entro una distanza di 50 chilometri, verso amministrazioni che si trovino in carenza di organico. E’ la distanza che c’è tra Milano e Bergamo o tra Genova e Savona o ancora tra Bologna e Modena, ma non è detto che i percorsi, che già comportano costi e disagi per le persone e le famiglie, in particolare per chi abbia a che fare con la cura di bambini o l’assistenza ad anziani, siano tutti così lineari. La stessa distanza di 50 chilometri può esservi tra Torino e un piccolo comune di montagna o comunque tra diverse località, pensiamo in tante zone del Meridione o della Sardegna, raggiungibili con i mezzi pubblici con parecchie difficoltà.

Oltre a tutti gli altri disagi, il trasferimento verso altre amministrazioni potrà rappresentare anche decurtazioni reali di stipendio se le Amministrazioni in cui si sarà forzatamente trasferiti avranno condizioni contrattuali inferiori nella contrattazione di secondo livello, nel salario accessorio e nella applicazione di diverse indennità.

Sarà poi possibile, per il personale in “disponibilità”, cioè tra chi venga dichiarato in esubero per via dei tagli agli organici operati con la spending review, richiedere di poter essere trasferiti in Amministrazioni dove si trovino eventualmente posti vacanti, ma con una qualifica inferiore, e quindi con una posizione economica e stipendiale inferiore, “al fine di ampliare le occasioni di ricollocazione”. Per evitare di finire direttamente licenziato dopo due anni, sarà così possibile una mobilità “volontaria”, con decurtazione salariale e del percorso professionale acquisito.

In questo caso opererà non un aggiramento, come nel caso della mobilità obbligatoria, ma direttamente una deroga a quanto stabilito, in fatto di attribuzione di mansioni, dall’articolo 2103 del Codice civile laddove si afferma che “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione”.

Vogliamo ancora sottolineare come tale articolo del Codice civile corrisponda a quanto è stato definito con lo Statuto dei lavoratori che lo sostituì integralmente, attraverso l’articolo 13 (“Mansioni del lavoratore”), che fa parte del Titolo I che ha come titolo “Della libertà e dignità del lavoratore”. Non è l’unico punto, come vedremo tra poco, per cui nel pubblico impiego si scende addirittura al di sotto del “minimo sindacale” definito dalla Legge 300 del 1970.

Certo, lo sappiamo, ormai sono purtroppo sempre più numerose le situazioni dove lo Statuto dei lavoratori viene aggirato e ormai vi sono ampie opportunità di deroga, attraverso l’Accordo interconfederale del 28 giugno 2011 o, ancor più, con il successivo articolo 8 della Legge 14 settembre 2011, n. 148 (la cosiddetta “Legge Sacconi”), a contratti nazionali di lavoro e addirittura a leggi della Repubblica in materia di lavoro, ma in questo caso siamo addirittura in presenza di deroghe non più attraverso la parvenza di accordi sindacali ma per Decreto Legge, dall’alto, in maniera del tutto unilaterale.

4.4.1. Il taglio del 50 % per distacchi e permessi sindacali

In tutti i settori di lavoro, pubblici e privati, lo Statuto dei lavoratori garantisce la possibilità di usufruire dell’istituto della aspettativa sindacale con cui un dirigente sindacale, su richiesta della propria organizzazione sindacale, può essere posto in aspettativa senza stipendio, cioè con la sola conservazione del posto di lavoro, mentre lo stipendio gli deve essere garantito dal sindacato di appartenenza, attraverso le quote sindacali pagate dagli/dalle iscritti/e.

Nel pubblico impiego esiste però anche l’istituto del distacco sindacale con il quale viene assicurata non solo la conservazione del posto di lavoro ma anche il mantenimento della retribuzione da parte della Amministrazione di provenienza, con l’equiparazione a tutti gli effetti al servizio prestato salvo che per il maturare delle ferie. In questi casi, pertanto, il sindacalista distaccato dal posto di lavoro continua a ricevere lo stipendio dalla propria Amministrazione e non attraverso le quote sindacali pagate dagli/dalle iscritti/e, se non per eventuali integrazioni definite sulla base di modalità o regolamenti vigenti all’interno delle diverse organizzazioni sindacali.

Si tratta di una prerogativa sindacale quanto meno discutibile visto che, diversamente dai settori privati, siamo in presenza di sindacalisti che vengono pagati dalle Amministrazioni anziché con le quote sindacali degli/delle iscritti/e. Certo, anche altre categorie hanno entrate aggiuntive, dalle “quote di assistenza contrattuale” che vengono definite in sempre più numerosi rinnovi contrattuali alla presenza negli Enti Bilaterali e nei Fondi pensionistici, con retribuzioni per i sindacalisti che fanno parte dei Consigli di Amministrazione che però, per regolamenti e Statuti interni, dovrebbero versare quanto ricevuto alle rispettive organizzazioni sindacali.

Ma la cosa diventa ancor più discutibile perché a suo tempo, nella prima metà degli anni ’90, quando con i governi Amato e Ciampi vennero drasticamente ridotte le agibilità sindacali precedentemente esistenti nel pubblico impiego, le organizzazioni sindacali scelsero di contrattare la possibilità di mantenere l’istituto del distacco sindacale, prerogativa presente solo nel pubblico impiego, anche a prezzo di un forte ridimensionamento dei permessi per i delegati sui posti di lavoro.

Così oggi le organizzazioni sindacali non si trovano nella condizione di poter avere le carte in regola per opporsi alla effettiva e reale penalizzazione dell’attività sindacale dei delegati sui posti di lavoro, con il dimezzamento di permessi sindacali in una situazione che già oggi è ben al di sotto delle agibilità previste dallo Statuto dei lavoratori e che, con il Decreto legge, viene ulteriormente compressa.

Ma, fuori dalla mitologia per cui l’attività sindacale dei delegati sindacali dei “fannulloni” peserebbe così enormemente sui cittadini e sui servizi pubblici, con il governo Renzi non siamo di fronte alla prima riduzione di distacchi e permessi sindacali.

4.4.2. La progressiva estinzione delle agibilità sindacali per i delegati sindacali del pubblico impiego negli ultimi 20 anni

Negli ultimi 20 anni la riduzione delle prerogative sindacali nel pubblico impiego è stata parecchio consistente, riducendosi oggi, con il Decreto Legge, anche mettendo insieme sia distacchi che permessi, ben al di sotto di quanto sarebbe previsto dallo Statuto dei lavoratori.

Ecco come ci siamo arrivati.

Nel 1993 il contingente complessivo dei distacchi sindacali nel pubblico impiego ammontava a 5.167 e il monte ore complessivo dei permessi sindacali a 3.942.994 ore. Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 27 ottobre 1994, n. 770 distacchi e permessi sindacali furono dimezzati e ridotti rispettivamente a 2.584 distacchi e a 1.971.497 ore annue di permessi sindacali.

Ma già con il Contratto Collettivo Nazionale Quadro (CCNQ) sulle prerogative sindacali del 7 agosto 1998 sottoscritto tra l’ARAN e tutte le Confederazioni sindacali aventi titolo (CGIL, CISL e UIL, ma anche UGL, diversi sindacati autonomi come CISAL e CONFSAL, e RdB CUB, l’antesignana dell’attuale USB) il complessivo contingente dei permessi sindacali, quelli utilizzati nei posti di lavoro, definito in 90 minuti annui per dipendente, venivano ridotti del 10% per essere trasformati in altri 289 distacchi per le organizzazioni sindacali. Inoltre, degli 81 minuti a dipendente residui, soltanto 30 minuti venivano assegnati ai delegati delle RSU e 51 ai delegati delle organizzazioni sindacali per la partecipazione alle riunioni dei rispettivi organismi dirigenti.

Poi, con il successivo CCNQ del 18 dicembre 2002 l’ARAN e le suddette Confederazioni sindacali si accordavano per restringere il numero di ore di permesso per i delegati delle organizzazioni sindacali a 41 minuti a dipendente e a 33 nel comparto Scuola, utilizzando questa restrizione in favore di un corrispettivo di altri 635 distacchi.

Successivamente si definirono ulteriori tagli, sia nei distacchi che nei permessi sindacali, con la riduzione del 15%, ad esclusione dei comparti della Sanità pubblica e delle Regioni e Autonomie Locali, operata nel 2009 dal governo Berlusconi, con il Decreto dell’allora ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta. In particolare, i permessi sindacali a disposizione dei delegati delle RSU scendevano così ulteriormente, ad eccezione dei comparti Sanità e Regioni e Autonomie Locali, a 25 minuti e 30 secondi annui a dipendente. Ma con un nuovo accordo, il CCNQ del 9 ottobre 2009 veniva definita la possibilità, a discrezione delle singole organizzazioni sindacali, di tramutare ulteriori permessi per i delegati in distacchi per sindacalisti a tempo pieno, fino al 37% del monte complessivo (il 53% nel comparto Scuola). Quasi tutte le organizzazioni sindacali (non solo CGIL, CISL e UIL, ma anche sindacati autonomi e USB) accedevano a questa possibilità per cui da quelli che erano i 90 minuti a dipendente a disposizione dei delegati sui posti di lavoro si è arrivati così a ridurli a 71 minuti a dipendente (di cui 30 ai delegati RSU) per i comparti Sanità e Regioni e Autonomie Locali, a 57 minuti e 30 secondi a dipendente (di cui 25 minuti e 30 secondi ai delegati RSU) per gli altri comparti, e nel comparto Scuola addirittura a 49 minuti e 30 secondi a dipendente (di cui 25 minuti e 30 secondi ai delegati RSU).

Adesso, con il Decreto Legge, distacchi e permessi verranno ancora dimezzati, a partire dal prossimo 1° agosto (ma sembra che la data sarà spostata, per problemi di carattere tecnico, al 1° settembre).

In questo modo i delegati di una RSU di un Ministero o di una scuola avranno complessivamente a disposizione per loro attività sindacale 12 minuti e 45 secondi a dipendente, mentre nei comparti Sanità e Regioni eAutonomie Locali si arriverà a complessivi 15 minuti annui a dipendente. Per esempio, una RSU di un Ente che ha 100 dipendenti di ruolo (i lavoratori precari non rientrano nel conteggio) avrà a disposizione 21 ore e 15 secondi annui, cioè mediamente meno di una giornata di lavoro all’anno per ogni delegato.

E si tenga presente che nell’attività sindacale vengono anche conteggiati in tanti posti di lavoro gli incontri di contrattazione con le direzioni aziendali …

Per fare un confronto con quanto sarebbe garantito dallo Statuto dei lavoratori, ai delegati RSU spetterebbe almeno 1 ora a dipendente e quindi una stessa RSU di una azienda di 100 lavoratori avrebbe a disposizione nell’anno 100 ore di permessi sindacali. Così, per effetto del Decreto Legge del governo Renzi, che non è solo il presidente del Consiglio dei Ministri ma è anche il segretario del Partito Democratico, nel pubblico impiego si arriverà ad avere appena un quinto del “minimo sindacale” previsto dalla legge 300 / 1970.

Parliamo di “minimo sindacale” perché in diversi CCNL si sono conquistati nel tempo ulteriori agibilità. Per esempio, nel contratto nazionale dei metalmeccanici si arriva a 1 ora e 30 minuti annui a dipendente, e quindi la stessa RSU di una azienda metalmeccanica con 100 lavoratori ha a disposizione 150 ore annue, più di 7 volte di quanto avrà una RSU di un Ministero o di una scuola. Ma in tanti accordi aziendali di secondo livello si sono conquistati ulteriori spazi: per fare anche qui un esempio, nel gruppo Fincantieri le RSU hanno un monte ore di permessi sindacali per 8 ore annue a dipendente, che permette di avere anche degli “esentati”, cioè delegati sindacali a tempo pieno o per lunghi periodi dell’anno.

Lo Statuto dei lavoratori, inoltre, garantisce un minimo di ulteriori 24 ore a trimestre, cioè complessivamente 96 ore annuali, a disposizione di tutti i delegati e i lavoratori che fanno parte di organismi dirigenti territoriali e nazionali delle organizzazioni sindacali, di categoria e confederali, per poter garantire la partecipazione alle riunioni di tali organismi. Come abbiamo visto, nel pubblico impiego anche questa tipologia di permessi sindacali sono stati erosi nel tempo a tutto vantaggio dei distacchi sindacali pagati dagli Enti.

4.4.3. Una proposta forte e “pulita” che le organizzazioni sindacali non sono in grado di fare propria

Ci fermiamo qua, dopo tutta questa lunga sequenza di numeri.

Ciò che colpisce è però che tutto quanto enumerato sopra venga oscurato agli occhi della cosiddetta opinione pubblica, a cui viene invece veicolato il messaggio per cui nel pubblico impiego ci sarebbe una enormità di dispendiosi costi per i cittadini per pagare i sindacalisti dei “fannulloni”.

Al contempo, come abbiamo già detto, le organizzazioni sindacali non hanno però per niente le carte in regola per poter elevare qualche protesta, avendo negli anni contrattato riduzioni dei permessi sindacali per i delegati sui posti di lavoro in cambio di distacchi di sindacalisti pagati dagli Enti, e quindi sono invece alle prese in questi giorni con riunioni interne per vedere come riuscire a far fronte a una situazione in cui non pochi saranno i sindacalisti che si troveranno costretti a rientrare al lavoro. Per dare un’idea della dimensione del fenomeno, la sola FP CGIL ha oggi 527,5 sindacalisti (di cui 80 a vario titolo alla Confederazione CGIL) che usufruiscono del distacco sindacale: dovranno scendere a 263,75.

In realtà, per controbattere ai provvedimenti del governo, ci sarebbe la possibilità di lanciare un’idea forte e “pulita”, e anche di semplice buon senso, quella cioè di sfidare il governo Renzi a garantire quanto meno i “minimi sindacali” previsti nello Statuto dei lavoratori sui permessi sindacali per i posti di lavoro, rinunciando unilateralmente all’istituto dei distacchi, ma nessuna organizzazione sindacale, come abbiamo spiegato, si trova nelle condizioni di poter mettere in campo una proposta “choc” di questo genere.

4.5. La decretazione dall’alto e le deroghe legislative e di fatto allo Statuto dei lavoratori

Nel Decreto Legge ci sono poi tante altre cose: nuove norme sui dirigenti, soppressione di Enti e uffici, norme diverse su diversi Enti, dalle Scuole di formazione alle Camere di Commercio, ecc.

Quello che qui ci interessa però rilevare è che tutto quanto sopra descritto viene definito non solo sotto la forma della decretazione d’urgenza ma anche che tutto avviene con una decretazione dall’alto, al di fuori di qualsiasi confronto o contrattazione sindacale, pur incidendo i provvedimenti su tante materie che sono oggetto di norme contenute nei CCNL o in altri accordi sindacali e, come abbiamo dimostrato, derogando ampiamente, per via legislativa o per via di fatto, da diritti che sarebbero tutelati dallo Statuto dei lavoratori, con la mobilità obbligatoria, il demansionamento “volontario”, la penalizzazione per l’attività sindacale sui posti di lavoro.

Nell’articolo che riguarda la mobilità obbligatoria e “volontaria” lo si scrive espressamente: “Sono nulli gli accordi, gli atti o le clausole dei contratti collettivi in contrasto con le disposizioni …”.

Aggiungiamo, per renderci meglio conto dei tempi in cui viviamo e dell’arretramento intervenuto nei rapporti di forza tra le classi, che nel nostro immaginario lo Statuto dei lavoratori viene spesso visto come una trincea, una sorta di “Bibbia invalicabile”, come le Tavole della Legge scolpite nella pietra da Mosè. Sarà allora utile ricordare che nel 1970 questa “Bibbia invalicabile” fu votata con l’avallo dell’allora centrosinistra, costituito da DC, PSI, PSDI e PRI, ma con l’astensione dei gruppi parlamentari della sinistra (PCI, PSIUP, Sinistra indipendente, Manifesto) che criticavano la Legge 300 / 1970 in vari aspetti, ad esempio perché non tutela anche i lavoratori delle imprese al disotto dei 16 dipendenti, perché non vi sono previste sanzioni a carico delle aziende che non rispettano la legge stessa oppure perché non viene prevista agibilità (bacheche, esposizione di giornali di partito, ecc.) anche per la organizzazione dei partiti politici. Cosa, quest’ultima, davvero impensabile oggi, non solo per la ben scarsa reputazione che accomuna i partiti, ma quando ormai siamo arrivati a una situazione in cui addirittura la FIOM, al pari di un qualsiasi piccolo sindacato di base, si è vista escludere, e non solo nell’universo FIAT, dalle agibilità sindacali, dal poter indire assemblee retribuite durante l’orario di lavoro e persino dalla affissione di bacheche sindacali in fabbrica.

5. Cosa c’è nel Disegno di Legge del Governo

Il Disegno di Legge, che nel linguaggio renziano viene denominato “Repubblica semplice”, consisterà in una complessiva “delega al Governo per la riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, dovrebbe contenere 8 deleghe legislative da esercitare da parte del Governo prevalentemente nei dodici mesi successivi all’approvazione della legge.

Un insieme di interventi che comporterà riduzione di uffici, in particolare viene prevista una consistente riduzione delle Prefetture, riarticolandoli prevalentemente su un livello regionale, con una gestione unitaria dei servizi strumentali delle pubbliche amministrazioni, mentre altri interventi tenderanno alla semplificazione burocratica e amministrativa.

Questa prossima fase di cosiddette “razionalizzazioni”, riduzioni e accorpamenti sarà quella in cui maggiormente si applicheranno i provvedimenti contenuti nel Decreto Legge sulla mobilità obbligatoria e su quella “volontaria”, con esuberi, riduzioni salariali e demansionamenti.

Ovviamente, non siamo certo noi per una conservazione delle status quo, è ovvio che sarebbe opportuna, per ridurre costi e sprechi, ad esempio una unificazione di centri di acquisto e la diminuzione di stazioni appaltanti nella Pubblica Amministrazione, ma la domanda che si pone è: il personale che necessariamente venga “risparmiato” per “razionalizzazioni” e accorpamenti di questo tipo sarà opportunamente impiegato in altri settori degli stessi Enti, a beneficio dei servizi da erogare per i cittadini, oppure, più verosimilmente, sarà dichiarato “in esubero”?

E’ poi prevista la riforma della dirigenza pubblica. Su questa materia, in parte anche con misure che dovrebbero essere già contenute nel Decreto Legge, si punta ad aumentare il livello di discrezionalità politica nella scelta dei dirigenti pubblici, anche attraverso una maggiore quota di utilizzo dello spoilsystem, cioè di incarichi dirigenziali conferiti nelle regioni e nelle Autonomie Locali, oltre che nella Sanità, dalle maggioranze politiche che si affermano localmente.

Verranno infine elaborati Testi Unici sul lavoro pubblico, sulle società partecipate, sulle Conferenze dei servizi, sui controlli amministrativi e sulle Camere di Commercio.

Insomma, nessuna provvedimento che possa certo far pensare a una diminuzione dei tempi di attesa per poter accedere a visite mediche specialistiche di cui si abbia necessità o a un aumento nella possibilità di soddisfare le richieste di accoglienza di bambini in asili nido pubblici.

6. Cosa non c’è nei provvedimenti del Governo

Nella “riforma della Pubblica Amministrazione” mancheranno invece diverse cose.

6.1. Non c’è il contratto: continua il blocco dei rinnovi contrattuali

Innanzi tutto mancherà il rinnovo dei contratti di lavoro in tutto il pubblico impiego. Siamo ormai nel quinto anno consecutivo di blocco contrattuale imposto per via legislativa.

Rispetto al 2009 i valori nominali dei salari di fatto sono addirittura diminuiti, essendo state ridotte le risorse per il salario accessorio, cioè per le quote di salario che sono oggetto della contrattazione decentrata di secondo livello, ridotti i buoni pasto giornalieri a un massimo di 7 euro, ecc.

Secondo la Legge di stabilità per il 2014 viene previsto il permanere del blocco contrattuale fino al 2017, cioè per un periodo enorme, pari a 8 anni.

Il 28 maggio dello scorso anno, in occasione dell’audizione presso le Commissioni I e IX della Camera dei Deputati, riunite per esaminare il provvedimento legislativo del Governo Letta in materia di proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti, la CGIL presentò un documento da cui si possono ricavare parecchie informazioni sulla reale entità del blocco contrattuale che pesa su lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego (si veda qui).

Il combinato disposto del blocco contrattuale e del blocco del turn over, con una progressiva diminuzione di occupati nelle pubbliche amministrazioni, fa retrocedere il volume dei redditi da lavoro dipendente nel complesso delle pubbliche amministrazioni dai 172 miliardi di euro nel 2010 a una previsione di 161,9 nel 2014, con una contrazione del volume degli stipendi nominali pari al 5,9%.

Secondo le stime della CGIL, si può ipotizzare una perdita salariale pro-capite dal 2010 al 2014 di circa 260 euro mensili a regime e una perdita complessiva di massa salariale intorno ai 4.100 euro, considerando solo il mancato adeguamento delle retribuzioni alla crescita del costo della vita.

Inoltre l’ARAN sostiene che fino al 2010 la minore crescita delle retribuzioni era dovuta al calo degli occupati, mentre dal 2011 la diminuzione “secca” è determinata anche dall’effetto della riduzione delle retribuzioni pro-capite. Infatti nel 2011 si registra una dinamica retributiva pro-capite negativa dello 0,8% relativa alle retribuzioni di fatto.

Nel documento della CGIL si sottolinea come “si tratta di una riduzione imponente”.

In verità, a questa “riduzione imponente” andrebbero ulteriormente aggiunti altri effetti conseguenti che renderebbero ancora più vasta ed estesa la riduzione complessiva e che in tale documento non vengono contabilizzati. Ci riferiamo ai devastanti effetti sul calcolo dei TFR o TFS dei dipendenti pubblici e ancor più sul calcolo della pensione, in questo caso con effetti di durata illimitata, fino alla permanenza in vita del pensionato pubblico e oltre, nel caso di pensioni di reversibilità.

In ogni caso, nel documento si sostiene che “ancora una volta si evince un accanimento nei confronti dei pubblici dipendenti che non potrà che vedere una nostra risposta articolata e ferma”. Qualcuno è riuscito a vederla, questa “risposta articolata e ferma”?

Una “risposta articolata e ferma” richiederebbe l’avvio di una larga mobilitazione, ma il fatto è che CGIL, CISL e UIL, in 5 anni di blocco contrattuale, per essere almeno credibili, avrebbero dovuto almeno produrre uno straccio di elaborazione di piattaforme contrattuali per il rinnovo dei CCNL nei vari comparti del pubblico impiego, cosa che non hanno ancora fatto, né tanto meno le hanno presentate al Governo, all’ARAN e alle altre controparti pubbliche.

Negli altri paesi del Sud Europa, dalla Grecia alla Spagna e al Portogallo, dove vi sono stati ancor più pesanti provvedimenti di taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici, le organizzazioni sindacali di quei paesi (e non si può certo dire che UGT e Comisiones Obreras siano sindacati particolarmente conflittuali …) hanno organizzato scioperi generali e mobilitazioni, quanto meno per far sapere la loro contrarietà e quella dei lavoratori pubblici che intendono rappresentare.

Anche per questa via riscontriamo come le organizzazioni sindacali del nostro paese si trovino alla retroguardia, tra i sindacati europei, nella capacità di risposta ai pesantissimi attacchi che subiscono lavoratori e lavoratrici.

Si pensi che da diverse parti si ipotizza addirittura la possibilità di rinnovi contrattuali nei comparti pubblici solo sulla parte normativa, e quindi solo per adeguare i CCNL ai cambiamenti operati in questi anni dai diversi Governi in materia di lavoro pubblico.

6.2. Non c’è l’occupazione: continua la diminuzione dell’occupazione nei servizi pubblici e l’estensione della precarietà. ObiettivI: Welfare minimo e privatizzazioni

Nel documento della CGIL che abbiamo già citato si evidenzia poi come “analoga tendenza alla contrazione si verifica sul numero dei dipendenti pubblici, per i quali nel periodo dal 2007 al 2011 vi è stata una riduzione intorno alle 150.000 unità (-4,3%, da 3.580.000 a 3.400.000), mentre si ipotizza una ulteriore riduzione intorno alle 100.000 unità annue per il 2012 e 2013 (-3% su base annua), al netto degli interventi derivanti dalla spending review che riguardano tutte le amministrazioni pubbliche ad eccezione della Scuola”.

Più precisamente, se verifichiamo la situazione sui dati statistici più recenti forniti dall’ARAN (si veda qui) possiamo verificare come tra il 2006 e il 2012, ultimo anno di cui vengono fornite rilevazioni, il totale generale degli occupati nella Pubblica Amministrazione passa da 3.627.139 a 3.343.999, con un arretramento pari al 7,8% che nei comparti contrattualizzati (se si escludono cioè i corpi di polizia, le forze armate, i magistrati, i docenti universitari e altre categorie minori di personale non contrattualizzato) arriva all’8,2%.

La linea di tendenza non si è certo arrestata nel corso del 2013 e di quest’anno, per cui si può stimare che siano intorno ai 350.000 i posti di lavoro perduti nell’insieme dell’impiego pubblico negli ultimi 7/8 anni.

Inoltre l’area della precarietà “ufficiale” si estende fino a 307.287 lavoratori e lavoratrici, di cui quasi la metà (140.557) si addensano nel comparto della Scuola.

La tendenza alla contrazione occupazionale, come abbiamo visto in precedenza, viene confermata nei provvedimenti inseriti nel Decreto Legge che, combinandosi con gli effetti prodotti dalla spending review, è prevedibile che tenda ancor più ad accentuarsi nel prossimo futuro. Ricordiamo che Cottarelli ha indicato un programma che comporterà tagli alla spesa pubblica per 7 miliardi di euro nel 2014, che diventeranno 18,3 miliardi nel 2015 e 33,4 miliardi nel 2016, con una prospettiva di 85.000 esuberi.

E’ del tutto evidente come una contrazione occupazionale così imponente sia direttamente funzionale ai veri obiettivi dell’insieme di quelle che vengono definite come “riforme”: è il disegno di un Welfare minimo, con le conseguenze che già vediamo nel sistema dell’istruzione, della sanità, dei servizi pubblici in generale, sulla loro quantità e qualità, con estese esternalizzazioni e privatizzazioni. Ma il taglio di risorse per il settore pubblico, a cascata, produce anche conseguenze sull’area sempre più estesa dei settori del “privato sociale”, in termini di maggiore sfruttamento, bassi salari, minori diritti e tutele, qualità dei servizi.

C’è infine da sfatare il mito secondo cui in Italia sarebbero troppi i dipendenti pubblici. In una ricerca Eurispes del settembre 2012, commissionata dalla UIL PA e raccolta nel volume “Dalla spending review al ritorno del Principe. La Pubblica Amministrazione come presidio di democrazia” edito da Datanews, viene confrontato il rapporto tra il numero dei lavoratori nel pubblico impiego e il totale dei residenti nei diversi paesi europei. Rispetto ad altre nazioni di consistenza analoga alla nostra, mentre in Italia vi sono 58 dipendenti pubblici ogni 1.000 abitanti, in Francia ve ne sono 94, in Gran Bretagna 92, in Spagna 65 e solo in Germania ve ne sono un po’ meno (54). In Svezia, per fare un altro paragone, vi sono 135 dipendenti pubblici ogni 1.000 abitanti. E l’Italia è l’unico paese europeo che negli ultimi 10 anni ha visto ridursi il numero dei dipendenti pubblici.

7. Le flebili risposte sindacali e ciò che occorrerebbe

Per ricordare quanto abbiamo in precedenza detto della Costituzione, perché sia possibile emanare da parte del Governo dei Decreti Legge occorre che si sia in presenza di “casi straordinari di necessità e d’urgenza”. Ecco, per rispondere adeguatamente al Governo occorrerebbe appunto una capacità di risposta “straordinaria, necessaria e urgente” a questo ulteriore attacco al lavoro pubblico e alla qualità e quantità dei servizi pubblici.

Ci troviamo invece di fronte a risposte di parte sindacale che sono del tutto inadeguate.

Il segretario generale della CISL Raffaele Bonanni, pur dichiarando di non condividere i contenuti della “riforma” della Pubblica Amministrazione, ha comunque escluso che vengano proclamati scioperi al riguardo: “la nostra protesta sarà gandhiana”, ha dichiarato … davvero un riferimento imbarazzante al grande Mahatma …

La CGIL, pur dichiarando “delusione e sconcerto per una riforma annunciata come epocale”, “senza quel coraggio innovativo molto annunciato e fino ad oggi poco attuato”, e che “risulta chiaro come anche con questo provvedimento si continui ad identificare la P.A. da riformare con il lavoro pubblico da colpire”, indica per ora solo che la CGIL è pronta a dare “al Parlamento il contributo per cambiare un provvedimento che non riforma. Quel contributo che il Governo non ha ricercato e non ha voluto”.

Ma se il livello di conflitto che verrà messo in campo dalla CGIL sarà analogo a quello già visto con il Decreto Legge sul jobs act, con critiche anche in larga parte condivisibili ma nessuna iniziativa reale tra e con i lavoratori e nelle piazze, nemmeno con un po’ di presidi e volantinaggi, la più grande Confederazione del nostro paese si ridurrà a commentare ciò che avviene e a non mettere in campo nessuna iniziativa davvero efficace.

Del resto lo abbiamo già detto in precedenza, le organizzazioni sindacali non hanno le carte in regola per poter davvero contrastare questi provvedimenti, avendo una scarsa credibilità in particolare su blocco contrattuale e distacchi sindacali.

In sé, bene ha fatto USB a proclamare uno sciopero generale del pubblico impiego per lo scorso giovedì 19 giugno. Che la “riforma” sarebbe stata definita dal Governo con la riunione del Consiglio dei Ministri il 13 giugno era stato già annunciato da tempo e USB ha così scelto una data appena a ridosso. Alcune migliaia di lavoratori pubblici sono così scesi in piazza in diverse manifestazioni che si sono svolte nei principali capoluoghi regionali.

Ma occorre anche dire che lo sciopero non è stato certo “generale”. Pur essendo stata comunque una prima risposta di lotta e mobilitazione contro i provvedimenti del Governo, a mio avviso sarebbe piuttosto necessaria una ben diversa costruzione di scadenze di lotta, a partire da un coinvolgimento unitario di tanti e tante delegati e delegate che fanno riferimento a sigle sindacali diverse, di intere RSU, per concretizzare progetti di lotta e di mobilitazione la più ampia possibile.

Sarebbe poi necessaria una capacità di coinvolgimento degli altri lavoratori dei settori privati e dell’utenza popolare che usufruisce dei servizi pubblici se, come abbiamo visto, si tratta di un attacco sì al lavoro pubblico ma insieme con l’obiettivo da un lato di una ulteriore diminuzione del servizio pubblico e dall’altro di maggiori opportunità di profitti, con esternalizzazioni e privatizzazioni.

Ma premessa a questa mobilitazione è l’informazione, o per meglio dire la controinformazione, innanzi tutto verso lavoratori pubblici, e poi verso i lavoratori degli altri settori e l’utenza popolare dei servizi, per demistificare Renzi e svelare i suoi reali progetti di “cambiamento”.

Torino, sabato 21 giugno 2014