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La tendenza europea e la controtendenza italiana

di Fabrizio Burattini

Per non farsi abbagliare dalla retorica dei commenti ai risultati elettorali e cercare di guardare alla sostanza delle cose, alla dinamica politica che il voto registra, occorre prendere un po’ di distanza, fare commenti un po’ meno “a caldo” di quanto un’informazione sempre più improntata all’instant new esige.

Così, tre giorni dopo il voto, quando la stampa comincia a dedicare le sue pagine anche ad altri argomenti, forse è là proprio il momento per riflettere.

Il partito dell’astensione

La prima cosa che salta agli occhi è la diffusa disaffezione per questa scadenza. Nonostante sia stato detto ai quattro venti che il parlamento europeo che è stato eletto nei giorni scorsi dovrebbe avere qualche potere in più dei precedenti, la percentuale media di partecipazione al voto nei 27 paesi chiamati alle urne supera appena il 43%.

In particolare nei paesi dell’Est europeo fagocitati dalla UE dopo il crollo dell’egemonia sovietica, la percentuale è quasi sempre al disotto del 30%, con punte del 20% nella Repubblica ceca e del 13% in Slovacchia.

Ma anche paesi storicamente più legati al quadro dell’Europa occidentale come il Regno unito, l’Olanda, il Portogallo non raggiungono il 40% di partecipazione al voto.

Quasi tutti gli altri paesi sono sotto il 50%, con pochissime eccezioni: l’Italia (58%), la Danimarca (55%), la Svezia (51%), la Grecia (56%), Malta (75%) e infine il Belgio, che però raggiunge il tasso del 90% di partecipazione solo grazie alle concomitanti elezioni politiche nazionali.

Dunque 57 elettori europei su 100 hanno deciso di non esprimere il proprio voto. Alle prime elezioni europee del 1979 partecipò il 62%. Questo è il primo dato che i risultati evidenziano. Anche per le istituzioni europee, come d’altra parte avviene per quasi tutti i parlamenti nazionali, la tendenza che di tornata in tornata si afferma sempre più è quella della disaffezione, della disattenzione, della percezione dell’ininfluenza del proprio voto.

Dunque tutti gli altri risultati, quelli sui voti ai differenti partiti e schieramenti vanno letti attraverso questa prima lente, relativizzandone la portata, in forza della presenza di un esercito di cittadine e cittadini europei di cui non è noto il pensiero politico, che spesso anzi si rifiutano di avere un pensiero politico.

La condanna delle elites dell’austerità

Detto ciò, il secondo dato che emerge dai risultati è che, anche quei 43 cittadini che hanno deciso di esprimere il proprio voto hanno spesso voluto segnalare il proprio rifiuto della politica comunitaria. Quasi ovunque i partiti di governo (indifferentemente di centro destra o di centrosinistra, comunque interpretati giustamente come i sostenitori dell’austerità) sono stati pesantemente sanzionati dagli elettori: con il 24% per il conservatore Cameron nel Regno unito, neanche il 14% per il socialista francese Hollande, il 19% per i socialdemocratici danesi, con i due partiti spagnoli che si alternano al governo (ora il Partito popolare, prima il PSOE) che, insieme, non raccolgono neanche la metà dei 45 elettori su 100 che si sono recati alle urne, il 13% al partito dei Moderati del premier svedese Reinfeldt, il 31% al partito popolare al governo di Varsavia, il 30% alla coalizione di centrosinistra al governo in Croazia (sul 25% di votanti) ...

Paradossale la situazione in Grecia dove centrodestra e centrosinistra insieme al governo di Atene raccolgono poco più del 30% tra il 56% di votanti. Analogamente in Bulgaria, dove la coalizione di centrosinistra ottiene il voto del 37% del 35% dei votanti.

Tra astenuti e voti di opposizione, dunque, si può dire che in quasi tutti i paesi la stragrande maggioranza dei cittadini ha negato il proprio sostegno ai partiti di governo, che, ovunque, con politiche analoghe, a volte uguali, gestiscono l’austerità, i tagli, le privatizzazioni, la distruzione dello stato sociale, la crisi occupazionale… Che gestiscono, in poche parole, la politica dettata dalla BCE e dalle altre istituzioni comunitarie.

La crescita della destra estrema

Occorre dire, però che questo voto di protesta, di opposizione, di rifiuto si è diretto verso partiti di opposizione di destra e di estrema destra, partiti che sfruttano il disagio sociale che dilaga in tutti i paesi del continente per propagandare e proporre soluzioni regressive, di ripiegamento nazionalistico, di rivolta contro il sistema politico consolidato e l’espressione democratica, condite da una spiccata propensione razzista contro i flussi migratori dal Sud del mondo, a volte persino antisemita, con l’effetto di dirigere la protesta in direzione di una guerra fra poveri, assolvendo implicitamente (e a volte esplicitamente) le classi dominanti continentali dalle proprie schiaccianti responsabilità.

Estrema destraQuesta ondata si esprime nel grande successo del FN di Marine Le Pen in Francia (25%), con il 20% per il Partito della Libertà austriaco, con il 9% ai neonazisti greci di Alba Dorata, con il 13% al partito dei “Veri finlandesi”, con il 15% al partito ungherese Jobbik, partito dichiaratamente neonazista, antisemita, razzista, antieuropeo, il 4% all’estrema destra belga del Vlaams Belang, il 13% al PVV olandese, in qualche modo il 7% alla “nostra” Lega Nord…

Ma questa tendenza si è espressa anche negli exploit di partiti meno aggressivi e meno ideologicamente “nostalgici”, ma comunque connotati da un forte orientamento isolazionista, come il partito dell’indipendenza britannica UKIP (27%) o come il Dansk Folkeparti (Partito Popolare Danese, con il 26%) che, assieme all’Alternativa per la Germania (7%) sostengono la cacciata dei PIGS, dei paesi del sud Europa dalla Eurozona.

Questi risultati, certamente, non esprimono ancora la tendenza alla costruzione di un diffuso movimento neofascista. Questo non accade perché questo tipo di tendenza troverebbe spazio e sostegno se risultasse utile a contrapporsi nella società e nelle piazze ad un forte movimento operaio, che, occorre dirlo, è ben lungi dall’esprimersi nella generalità dei paesi europei (forse con la sola parziale eccezione della Grecia, della Spagna e del Portogallo). E le classi dominanti stesse (che nella eventualità descritta sopra non esiterebbero a sostenere lo sviluppo di formazioni neofasciste) vedono ancora in questi partiti un rischio opposto, e cioè che il surplus di attivismo reazionario di queste organizzazioni finisca per stimolare la crescita di un movimento di risposta democratica e di classe.

Ciò non toglie, però, che la crescita e il consolidamento di formazioni come Alba Dorata, come il Front national francese, come Jobbik vanno osservati con grande preoccupazione, sia per i pericoli insiti che comportano, sia perché è molto forte il loro radicamento nei settori popolari che ormai da tempo la sinistra non riesce più a polarizzare né politicamente né elettoralmente.

Non esistono ancora studi sufficientemente approfonditi sulla composizione sociale del voto europeo. Alcuni comunque cominciano a affermare che ad esempio in Francia il 43% del voto operaio sia confluito sulle liste del FN.

Non si tratta ancora di “allarme rosso”, ma il rifiuto dell’austerità, quando in assenza di risposte di sinistra sufficientemente credibili si rivolge verso l’estrema destra, dovrebbe spingere quello che resta della sinistra verso l’assunzione di un senso di responsabilità assolutamente maggiore.

Il successo della “Lista Renzi”

L’altro dato che appare con forza è il risultato italiano fortemente in controtendenza rispetto appunto a un voto che quasi dappertutto penalizza i partiti di governo. Il PD di Matteo Renzi raggiunge la percentuale inedita del 42% e cresce, seppure di poco, anche in voti assoluti, cosa piuttosto sorprendente in un contesto come quello che abbiamo descritto.

Eppure il governo Renzi in nulla si discosta dalla politica di austerità dettata dalle classi dominanti e dalle istituzioni comunitarie, analogamente a quello che fanno tutti gli altri governi sonoramente sanzionati dal voto dei giorni scorsi.

Certo,  il PD con la sua propaganda puntava ad apparire alfiere di una politica di svolta in Europa, orientata alla “crescita”. Il vacillante decreto del bonus di 80 euro ha fatto da persuasivo testimonial vivente della “serietà” di quei propositi. Ma la parola d’ordine renziana della “revisione” dei trattati, oltre che menzognera, è anche del tutto irrealistica, dato che per rivederli occorre l’impossibile unanimità di tutti e 27 i governi.

Inoltre, il governo Renzi si è appena insediato con un’operazione di trasformismo gattopardesco: via il governo delle “larghe intese” a guida PD per sostituirlo con un governo di “intese ancora più larghe” (attraverso il coinvolgimento diretto dello stesso Berlusconi sul piano delle riforme istituzionali). Operazione condita da un’efficace campagna populistica e demagogico-mediatica volta a presentare il PD di Renzi niente affatto responsabile della politica sostenuta dal PD di D’Alema, Veltroni, Bersani e Letta…

Al successo di Renzi ha contribuito non poco l’aggressiva sicumera con cui Grillo e il suo M5S hanno condotto la loro campagna, spingendo non pochi elettori che lo avevano votato “in libera uscita” nel febbraio 2013 a tornare nel rassicurante alveo del PD. Poi la Baldanza di Renzi, unita alla propensione diffusa a salire sul carro del vincitore, hanno fatto il resto.

Però, nonostante tutti questi elementi, il successo delle liste renziane resta sorprendente. La cosa mostra quanto sia complessa ed arretrata la situazione italiana, nella quale, nonostante il piccolo successo della Lista Tsipras (di cui parleremo più avanti), continua a non esistere nessuna voce incisiva capace di fornire a settori importanti di opinione pubblica una lettura più concreta della situazione e delle responsabilità politiche e sociali.

Certo questo ruolo non è riuscito a svolgerlo Beppe Grillo e i suoi gruppi parlamentari, che, nonostante qualche non irrilevante contributo (come la campagna di qualche mese fa contro il “decreto salvabanche”) non sono riusciti a scostarsi dalla loro immagine di movimento “castiga-politici”.

Anche l’insuccesso di Grillo è dunque in controtendenza: ovunque crescono le liste di opposizione (di estrema destra, di destra e, qualche volta, anche di sinistra), mentre in Italia quello che solo 15 mesi fa era stato il fenomeno del M5S si riduce ampiamente a tutto vantaggio del principale partito di governo.

I risultati della sinistra

Qualche considerazione ancora sullo stato della sinistra europea, in un contesto nel quale le correnti socialdemocratiche (salvo il caso dell’Italia e pochi altri) escono sonoramente sconfitte da queste elezioni.

I risultati della sinistra, come è ovvio in un quadro nel quale non esistono movimenti di massa significativi che possano spingere verso una qualche convergenza a livello continentale, né significativi progetti di coordinamento politico sovranazionale che non si riduca all’apparentamento quinquennale al momento delle elezioni europee, sono diversificati in modo forte e evidente.

Si va dal quasi 33% della Grecia (Syriza più il KKE), al 17% della Spagna (Izquierda unida e Podemos) a cui occorrerebbe aggiungere il 6% degli indipendentisti di sinistra catalani, valenziani, aragonesi…), al 6% del Front de gauche francese (a cui va aggiunto un altro 1% dell’estrema sinistra), all’8% della Folkbevægelse danese, nettamente schierata contro l’euro, al 7% della Linke tedesca, al 17% in Portogallo (PCP e Bloco de esquerda).

Naturalmente il pur soddisfacente risultato della Lista Tsipras in Italia, con il suo 4%, appare tra i fanalini di coda.

Ma tutte queste liste e le altre analoghe degli altri paesi, salvo che in Grecia e in Spagna, non hanno affatto capitalizzato la crisi della socialdemocrazia. Non hanno il mordente e un progetto per apparire sufficientemente alternativi e credibili. Questa incapacità di indicare un’alternativa e la parallela crescita della destra (anche estrema) alimentano le più laceranti contraddizioni tra queste forze e spingono parecchi settori a ritagliarsi un ruolo di ala critica e radicale delle coalizioni di centrosinistra.

Occorre invece un convinto lavoro per la costruzione di un progetto politico radicale continentale che metta a frutto i punti di forza e che lavori a recuperare le situazioni più arretrate. Un coordinamento serio delle iniziative, un ambito di elaborazione e di discussione veramente sovranazionale e, soprattutto, una generale e netta presa di distanze dalla socialdemocrazia e socialiberiste.

Per un’analisi dei flussi elettorali in Italia vedi qui.

 

 

Sinistra anticapitalista