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LA QUESTIONE DELLO STATO DI ECCEZIONE OGGI IN EUROPA

Dopo l’intervista  sul rischio di stato di eccezione nella crisi sull’onda crescente dell’ estrema destra in Europa (clicca qui per rileggere l’intervista), pubblichiamo l’ampio e importante articolo del sociologo francese Alain Bhir, autore di numerosi studi sulle classi sociali e il pensiero marxista ( clicca di seguito la versione in Pdf:LA QUESTIONE DELLO STATO )

 

 

di Alain Bhir

 

Il capitalismo non è oggi ancora uscito dalla crisi strutturale in cui è entrato alla metà degli anni Settanta, a tutti gli effetti la crisi più lunga della sua storia plurisecolare. L’applicazione metodica sia da parte della grande maggioranza degli Stati (parliamo di Stati centrali) che dalle istanze di governo sovranazionali (FMI, WTO, Banca mondiale ecc…) di politiche neoliberiste (liberalizzazione internazionale della circolazione dei capitali in tutte le loro forme, conseguente riorganizzazione dei principali centri dell’accumulazione capitalista a livello mondiale in direzione di alcune aree fino ad allora semiperiferiche o addirittura periferiche, deregolamentazione dei mercati nazionali che hanno privato gli Stati dei loro tradizionali strumenti di politica economica, rottura del compromesso fordista negli Stati centrali e rimessa in discussione brutale o crescente delle conquiste dei salariati in quel quadro) ha certamente consentito a partire dagli anni Ottanta di ristabilire significativamente la redditività del capitale, per lo meno in seno ai grandi gruppi industrial-finanziari operativi sul mercato mondiale. Ma queste politiche hanno anche instaurato un regime di accumulazione a dominante finanziaria e dalla regolazione statale debole e fondamentalmente instabile, al cui interno la corsa all’accumulazione si scontra periodicamente con l’insufficienza della domanda finale (a causa di una crescita insufficiente, di stagnazione o addirittura di regressione dei salari reali). Nei fatti, hanno anche dato origine sia a una non meno periodica crescita vorticosa della speculazione (espansione del capitale fittizio come sostituto della crescita asfittica del capitale reale), sia alla creazione di bolle poi esplose in sonori crac. A tal proposito la cosiddetta crisi dei mutui subprime (2007-2009) è stato solo il primo episodio di questo processo. Ogni volta, il salvataggio della parte del capitale finanziario in pericolo è stata effettuata a scapito delle finanze pubbliche, la cui situazione ha subito un drammatico peggioramento, e del capitale reale, conducendo a nuove ondate di licenziamenti e nuove aggressioni contro i salariati (livello del salario diretto e indiretto, condizioni dell’ assunzione, condizioni di lavoro). Gli effetti dell’austerità di bilancio si è quindi combinata all’austerità salariale con la conseguenza di aggravare la crisi cronica di realizzazione, dovuta all’insufficienza della domanda finale, in un perfetto circolo vizioso che prepara a sua volta i futuri episodi della crisi di bilancio e finanziaria e, di conseguenza, la necessità del capitale, imprese e governi, di attaccare ancora più duramente i salariati e, più in generale, i settori popolari, deprimendo ancor più le loro condizioni di esistenza e reprimendo più duramente ogni loro resistenza.

In queste condizioni, non è assurdo sollevare la questione dello Stato di eccezione, intendendo con questa espressione una forma o un regime dello Stato capitalista che, pur mantenendo tutta la struttura giuridica necessaria al processo di riproduzione del capitale (in particolare la garanzia della proprietà privata, il vincolo all’esecuzione degli obblighi contrattuali per gli agenti economici e sociali, l’arbitrato dei conflitti tra soggetti di diritto, la punizione delle infrazioni all’ordine giuridico, ecc…), sospende o addirittura annulla completamente tanto gli elementi di questa struttura che pongano diritti civili (i diritti del cittadino: libertà di informazione e di espressione, di movimento e di riunione, di associazione e manifestazione, ecc…) quanto le forme della democrazia rappresentativa che ne sanciscono la validità.

Attaccano quindi le pratiche di lotta e le forme di organizzazione delle classi dominate basate su questi stessi elementi, nella misura in cui siano suscettibili di ostacolare le politiche condotte nell’interesse dei dominanti, proibendone e reprimendone in maniera più o meno feroce l’espressione e instaurando così forme autoritarie, violente, finanche barbare, di rapporti tra governanti e governati (sorveglianza poliziesca sistematica, arresti arbitrari, pratiche di tortura, carcerazione senza processo o in seguito a un simulacro di processo, detenzione dura in campi di concentramento, ecc…), il tutto con l’obbiettivo di spezzare ogni opposizione attiva e di prevenirne la formazione terrorizzando la popolazione. Forma o regime di Stato che si legittima normalmente con la creazione di qualche pericolo immaginario (la sovversione, la rivoluzione, l’invasione straniera, la decadenza morale, ecc…) e di qualche capro espiatorio, endogeno o esogeno, forma o regime che non possono essere perpetrati che attraverso un rafforzamento o anche un’autonomizzazione degli apparati repressivi dello Stato (polizia ed esercito) e una partecipazione al potere di forze politiche di estrema destra, ivi compreso all’occorrenza ai posti più rilevanti della scena politica e di governo.

Fatte queste precisazioni, l’obbiettivo di questo articolo è limitato. Non pretende di rispondere all’insieme delle questioni che solleva la prospettiva della nascita di regimi di Stato di eccezione in Europa in un futuro più o meno prossimo. Si tratta qui semplicemente di delimitare e strutturare la cornice in cui conviene inquadrare questi problemi evitando la trappola di analogie storiche che rispondono in anticipo alla questione prima ancora di averla realmente presa in esame.

 

 

  1. VERSO UN NEOFASCISMO?

 

Nel contesto dellacrisi strutturale che il capitalismo ha conosciuto in Europa negli anni 1920 e 1930, il fascismo ha costituito un tipo di regime che rispondeva a condizioni e caratteristiche sociologiche, politiche e ideologiche molto particolari. È probabile che l’attuale crisi strutturale, della quale abbiamo ricordato alcuni tratti, dia origine a regimi di eccezione dello stesso tipo? La risposta che si dà più spesso alla domanda è positiva, mentre il confronto tra le due situazioni mette in evidenza più differenze che identità e somiglianze. La questione sarà qui esaminata a tre livelli: quello dei rapporti di classe, quello del dispositivo istituzionale, quello della «mentalità collettiva».

 

I rapporti di classe

 

Il fascismo è stato il prodotto di una congiuntura molto particolare della lotta di classe caratterizzata dal fallimento dell’ascesa rivoluzionaria del proletariato all’indomani della Prima Guerra Mondiale, quindi ridotto sulla difensiva, e insieme da una crisi di egemonia della borghesia legata alla transizione dal capitalismo detto concorrenziale al capitalismo detto monopolistico e alla crescente contraddizione tra gli interessi del capitale monopolistico (nei fatti oligopolistico) e quelli del capitale non monopolistico, infine da una relativa autonomizzazione e una radicalizzazione politica delle classi medie tradizionali (piccoli e medi contadini, piccola borghesia e piccolo capitale), in parte legata ai due fattori precedenti. In un contesto di crisi strutturale (legata alla transizione dal capitalismo «concorrenziale» al capitalismo «monopolistico») e di esacerbazione dei conflitti interimperialisti in Europa, i regimi fascisti hanno costituito una soluzione temporanea e transitoria alla crisi di dominazione della bnorghesia che le ha permesso di liquidare quel che restava del movimento operaio organizzato e insieme di rifondare il blocco saldato attorno all’alleanza tra la borghesia e le classi medie tradizionali sotto l’egemonia del grande capitale monopolistico mentre la marcia in avanti di quest’ultimo continuava a compromettere le posizioni socioeconomiche delle prime, e infine di offrire alle classi popolari qualche «compenso» immaginario e simbolico, ma anche molto reale nelle avventure militariste, almeno finché sono state vittoriose.

Le differenze con la congiuntura attuale in Europa saltano immediatamente agli occhi, anche se il confronto fa apparire anche qualche elemento di identità o di somiglianza. In primo luogo, la borghesia non ha, per ora, alcun bisogno di instaurare una qualsiasi forma di regime di eccezione. Il movimento operaio è stato messo al passo dal modo in cui la dinamica della crisi attuale, aggravata dalle politiche neoliberiste, ha colpito le forme strategiche, organizzative e ideologiche nelle quali si era lasciato imprigionare nel quadro del compromesso fordista del dopoguerra. Peggio ancora, quel che resta del movimento operaio di modello socialdemocratico, si è per lo più trasformato in ripetitore della politica borghese di gestione della crisi. Quindi, o direttamente o per l’intermediario dei suoi rappresentanti titolati, la classe dominante compie oggi la ristrutturazione dei suoi modi precedenti di sfruttamento e di dominazione, senza avere incontrato una resistenza significativa da parte di un proletariato, per ora ampiamente disorientato e abbattuto, in grado di ostacolare il perseguimento dei suoi obiettivi strategici. Non ha dunque alcuna necessità di procedere alla distruzione violenta di quel che resta del movimento operaio, rimettendo in discussione per questo scopo il quadro dello Stato di diritto.

 

In secondo luogo, oggi manca anche una crisi maggiore di egemonia della borghesia in Europa. Senza dubbio, a causa dell’evoluzione transnazionale di una parte del grande capitale industriale e finanziario, si è manifestata una tensione crescente tra gli interessi di quest’ ultimo, che si colloca sul mercato mondiale, e quelli della parte del capitale che continua a operare essenzialmente nell’ambito del mercato nazionale e a essere dipendente dalle politiche economiche nazionali di sostegno e di preservazione di tale mercato. E per le stesse ragioni, gli interessi del grande capitale transnazionale si scontrano sempre più con quelli delle classi medie tradizionali, anch’esse confinate nelle frontiere del mercato nazionale o anche dei mercati locali o regionali. Là dove il blocco sociale che assicurava l’egemonia della grande borghesia monopolista era costituito essenzialmente dall’alleanza tra quest’ultima, il capitale non monopolistico e le classi medie tradizionali, (era il caso della Francia fino alla metà degli anni 1970), la disgregazione di tale alleanza per effetto dello sviluppo transnazionale ha indebolito nella stessa misura i partiti di destra e di centro che costituivano tradizionalmente l’ossatura di tale blocco. Ma si è trovata un’alternativa nella costituzione di un nuovo blocco egemonico fondato essenzialmente sull’alleanza tra il grande capitale monopolistico transnazionale e la classe del funzionariato (i funzionari medi e superiori che operano nelle imprese, nell’apparato dello Stato, nella società civile), dei quali i partiti socialdemocratici, convertiti al neoliberismo, costituiscono i migliori rappresentanti e difensori. Un «bell’» esempio lo ha fornito l’evoluzione della sinistra francese, (Partito Socialista in testa) che conduce alla normalizzazione della vita politica francese, ormai ridotta all’alternanza regolare al potere di coalizioni a volte di destra a volte di sinistra, che cooperano nel quadro di successive «coabitazioni» e si oppongono solo sull’arte e il modo di gestire la società nel quadro, ormai ritenuto intangibile, delimitato dagli interessi della frazione egemonica della classe dominante, legata al processo transnazionale. Ma la parallela evoluzione dei partiti di sinistra in Spagna, in Italia, nella stessa Grecia deriva essenzialmente dallo stesso processo.

In terzo luogo, e in conseguenza di quanto precede, l’autonomia e la radicalizzazione politiche alle quali possono pretendere oggi le classi medie tradizionali e la parte del capitale che non può né vuole intraprendere il percorso transnazionale si trovano particolarmente limitate. Senza dubbio, la rottura di antiche alleanze egemoniche, l’indebolimento o anche la scomparsa di formazioni politiche che le hanno rappresentate, hanno liberato sulla scena politica uno spazio di autonomizzazione per queste diverse forze sociali. Il (ri)emergere dall’inizio degli anni 1980, in diversi Stati europei, di forze di estrema destra che non rivendicano in genere una filiazione fascista vi trova uno dei suoi motori sociopolitici fondamentali, mentre l’altro è fornito dalla crisi politica e ideologica del movimento operaio, che lascia interi settori del proletariato senza rappresentanza, organizzazione né mezzi di difesa collettivi di fronte all’offensiva neoliberista che li destina alla precarietà e alla disoccupazione, all’austerità salariale e alla perdita di conquiste sociali precedenti, alla povertà e alla miseria, alla disperazione e al risentimento. Ma la dinamica stessa del processo transnazionale, se può alimentare la radicalizzazione di queste forze sociali e la loro unificazione in un blocco sociale nazionalista e populista che cerca di opporsi ai suoi effetti economici e sociali, rende manifestamente impossibile la conclusione di una nuova alleanza tra loro e il grande capitale, senza la quale l’instaurazione di regimi fascisti è inconcepibile, e le formazioni nazional-populiste hanno scarse probabilità di impadronirsi del potere e ancora meno di mantenervisi.

Senza dubbio, i movimenti fascisti degli anni 1920 sono riusciti a stringere un’alleanza di questo tipo in un contesto analogo di acuta contraddizione tra gli interessi di queste diverse classi. Ma per superare gli ostacoli è stata necessaria la doppia pressione sulla classe dominante di una crisi di egemonia insuperabile in un quadro democratico, e della necessità di ricorrere a un regime di eccezione per distruggere totalmente il movimento operaio. Precisamente la doppia pressione che per ora manca.

 

L’apparato dello Stato

Nel contesto delle società europee occidentali degli anni 1920 e 1930, tutti i regimi politici, quali che siano state le loro differenze, hanno dovuto compiere la stessa opera fondamentale: perfezionare la transizione dal capitalismo «concorrenziale» al capitalismo «monopolistico», e risolvere la prima crisi strutturale di questo, in parte legata a tale transizione. A questo fine hanno dovuto procedere a una profonda riforma dello Stato, costituita dal suo crescente intervento nella vita economica e sociale, e da una accresciuta concentrazione di potere all’interno dello stesso apparato statale. In una parola hanno dovuto assicurare la transizione dallo «Stato circoscritto» (o Stato liberale), semplice garante del processo di riproduzione del capitale, allo «Stato inserito», promosso al rango di vero gestore di tale processo (del quale lo Stato keynesiano-fordista ha fornito il modello classico).

I regimi fascisti non hanno fatto per niente eccezione alla regola. La loro funzione storica sarà stata di svolgere questo compito politico nei paesi nei quali non si è potuto svolgere sotto forme democratiche. È l’aspetto generalmente più misconosciuto, perché il meno ufficialmente dichiarato e il meno spettacolare, di regimi peraltro ricchi di gesti plateali, dove il grottesco competeva con il mostruoso. In questo senso, gli aspetti apparentemente più irrazionali di questi regimi si saranno in definitiva dimostrati funzionali. La loro statolatria avrà servito la transizione alle forme statali di regolazione del capitalismo «monopolista» non meno di quanto abbia fatto l’ideale del Welfare State [Stato assistenziale] alla stessa epoca nei paesi anglosassoni. Quanto al loro esacerbato nazionalismo, avrà accompagnato il ripiegamento protezionista, o anche autarchico, dell’insieme delle formazioni capitaliste sviluppate, preludio a una fase pluridecennale di sviluppo autocentrato dei capitalismi centrali.

Se questa è stata, vista a posteriori, la funzione storica essenziale dei regimi fascisti, si misura anche la distanza che separa la situazione sociale e istituzionale nella quale questi sono sorti da quella nella quale si trova attualmente il capitalismo europeo. Il problema che quest’ultimo si trova attualmente di fronte è, in un certo senso, esattamente l’opposto di quello che gli si poneva nel periodo tra le due guerre. Mentre a quell’epoca si trattava di passare da uno Stato liberale a uno Stato interventista, oggi si tratta di organizzare un relativo disimpegno dello Stato dai suoi compiti di regolazione economica e sociale , almeno in ambito nazionale; da qui precisamente, il ritorno in forza del liberalismo. Mentre le riforme istituzionali dell’apparato statale nazionale avviate negli anni 1930 hanno portato a una concentrazione del potere all’interno di questo apparato, oggi si tratta di procedere a una sua suddivisione tra istanze sovranazionali (quelle dell’Unione Europea), nazionali e infranazionali (quelle delle regioni e delle grandi metropoli). In un contesto simile, il riferimento nazionalista è tanto meno pertinente in quanto si assiste a un divorzio crescente tra lo spazio nazionale e lo spazio di sovranità dello Stato, quello in cui svolge la sua attività e fonda la sua legittimità.

In una parola, le questioni istituzionali della crisi e della ristrutturazione che attraversa oggi l’Europa, non sono per niente identiche, e neanche solo simili, a quelle che l’instaurazione dei regimi fascisti ha permesso di affrontare negli anni 1920 e 1930. Anche in questo senso, una pura e semplice riedizione del fascismo sembra problematica, per non dire impossibile.

 

La crisi simbolica

Sotto il rapporto delle condizione psicopolitiche, la situazione attuale sembra meno lontana da quella che ha dato origine ai movimenti e regimi fascisti. Negli anni 1920 e 1930 come oggi, tali condizioni affondano le loro radici in quella che ho chiamato la crisi simbolica. Per crisi simbolica intendo l’incapacità cronica del capitalismo di elaborare e mantenere un quadro simbolico (un quadro stabile e coerente di riferimenti: di idee, di ideali, di norme, e di valori) che permetta agli individui di dare un senso alla propria esistenza. Nello stesso tempo però, la dinamica di questa crisi, che da allora si è ancora notevolmente estesa ed aggravata, ha fatto emergere una nuova «mentalità collettiva». Se questa non rende radicalmente impossibile una mobilitazione politica di tipo fascista, gli oppone malgrado tutto seri ostacoli.

Le analisi della scuola di Francoforte avevano già in parte messo in luce il legame esistente tra l’emergere della «personalità autoritaria» (Adorno), base psicopolitica del fascismo, e certi aspetti della crisi simbolica, in particolare la distruzione delle autorità tradizionali (famiglia patriarcale, Chiesa, ordini professionali, ecc.). La «paura della libertà» (Fromm) e la propensione alla sottomissione volontaria sulle quali si era appoggiata la mobilitazione di massa fascista (Reich) si nutrivano in particolare dell’angoscia di abbandono, nata dallo sconvolgimento di queste strutture autoritarie. Oggi, questa stessa angoscia è generata più ampiamente dall’allentamento del legame sociale e dalla destrutturazione dell’ordine simbolico.

Ma precisamente, questo processo, se in un senso crea le condizioni di possibilità di una mentalità di estrema destra (in particolare alimentando il risentimento, che ne costituisce il nocciolo), allo stesso tempo genera delle controtendenze. Così, la crisi simbolica si accompagna al discredito dell’insieme dei miti fondatori della modernità, generando il discredito dell’insieme delle «grandi narrazioni» politico-filosofiche, poco propizio alla mobilitazione di parte, soprattutto sotto la forma totalitaria del fascismo. Questa crisi ha a che fare, a titolo di causa e insieme di effetto, con l’emergere di un’individualità autoreferenziale, che si pone a misura di tutte le cose, e non riconosce altro valore che la realizzazione edonista di sé, poco incline di conseguenza a sottomettersi alle discipline collettive e ancor meno al sacrificio di sé, in questo senso piuttosto antiautoritaria. Questo individualismo «liberal-libertario» e gaudente, puro prodotto della socializzazione contemporanea che porta il segno della crisi simbolica, che ha integrato alcuni dei valori nati dalla «rivoluzione sessuale» e dai movimenti femministi, sembra proprio, in un certo senso, collocarsi agli antipodi della personalità autoritaria propizia alla mobilitazione fascista.

Evidentemente, questa individualità autoreferenziale presenta molte incrinature. A cominciare da un deficit di coerenza identitaria e un intenso bisogno di sicurezza che non la mettono al riparo dalla tentazione autoritaria quando si moltiplicano le minacce esterne, reali o immaginarie. Anzi, tutt’altro. Ma almeno rende questa tentazione meno seducente e psicologicamente più costosa, e offre punti di ancoraggio alla resistenza che si può cercare di opporle.

Si vede dunque che a questo livello l’attuale crisi culturale produce effetti ambivalenti e contraddittori. Da un lato, crea condizioni favorevoli alla ricezione di una tematica (in)securitaria, decadentistica e xenofoba, che non può che spianare la strada ai movimenti di estrema destra. Ma dall’altro, e simultaneamente, il tipo di individualità che accompagna, a titolo insieme di causa ed effetto, questo processo di crisi simbolica, si presenta come un ostacolo alla mobilitazione politica in generale, e ancor più all’irreggimentazione fascista. Anche se le sue incrinature non rendono neanche impossibile la tentazione del ricorso a una stretta identitaria e autoritaria, quando le condizioni sociali di esistenza diventano più dure.

 

2. LE CONDIZIONI DI UN EVENTUALE STATO DI ECCEZIONE IN EUROPA OGGI.

 

L’insieme delle analisi precedenti sembra indicare che attualmente in Europa non ci sono le condizioni di un processo di fascistizzazione del potere di Stato. Anzi, i caratteri specifici della crisi strutturale che il capitalismo conosce attualmente, rendono altamente improbabile la formazione a termine di tali condizioni e quindi la riedizione del copione fascista. In questo senso, esso appare storicamente datato e caratterizzato. Anche qui la storia non è destinata a ripetersi.

Ma il fascismo non è il solo regime di Stato di eccezione al quale possa ricorrere una borghesia che si senta minacciata nei suoi interessi vitali o che, semplicemente, sia tenuta in scacco nella sua opera di ristrutturazione dei rapporti di sfruttamento e dominazione. Ce lo ricordano le molteplici dittature militari ed esperienze bonapartiste che hanno punteggiato lo sviluppo storico mondiale del capitalismo.

Se, malgrado la durata e la gravità della crisi attuale, le borghesie europee hanno finora potuto risparmiarsi tali regimi, è perché sono rimaste per l’essenziale padrone della situazione, conducendo le loro politiche neoliberiste di gestione della crisi senza incontrare ostacoli né resistenze importanti. Cerchiamo però di determinare quali fattori potrebbero invece spingerle sulla via di un indurimento autoritario della loro dominazione. Con l’evoluzione transnazionale del capitale, il centro di gravità delle preoccupazioni della frazione egemonica della borghesia si è incontestabilmente spostato dallo spazio nazionale allo spazio mondiale. È a questo livello che deve e dovrà sempre più fronteggiare le sfide e i problemi più gravi per perpetuare la sua dominazione. Tra questi ultimi, alcuni racchiudono potenziali di destabilizzazione dell’ordine capitalista mondiale e dell’ordine interno ai differenti Stati europei. La lista che forniamo di seguito non pretende di essere esaustiva, e questi diversi fattori possono perfettamente combinarsi in parte tra loro.

In caso di aggravamento dell’attuale crisi strutturale (un’esacerbazione delle contraddizioni della riproduzione del capitale, o della sovrapproduzione del capitale sotto tutte le sue forme) sotto l’effetto della continuazione delle politiche neoliberiste, sarebbe senza dubbio necessario indurire ancor più le condizioni di sfruttamento e di dominazione capitalisti nelle vecchie formazioni centrali, compresa l’Europa. Ciò porterebbe le borghesie ad attaccare ancora molto più duramente di quanto non abbiano fatto finora il loro proletariato. La rimessa in discussione dei risultati materiali, istituzionali, culturali delle conquiste delle lotte precedenti, per l’essenziali quelli dell’epoca fordista, per ora limitata e sviluppata in modo ineguale secondo i diversi settori di classe, dovrebbe in tal caso prendere una forma più radicale, incompatibile con il mantenimento delle forme democratiche della sua dominazione.

In un contesto di crisi aggravata del capitalismo, un eventuale rinnovamento della combattività del proletariato, sulla base dell’unificazione tendenziale delle condizioni del suo sfruttamento e della sua subordinazione su scala mondiale, e di conseguenza della (ri)costituzione di un movimento proletario offensivo su quella scala, compreso nelle formazioni europee, che ponesse la borghesia sulla difensiva e compromettesse la continuazione di una politica conforme ai suoi interessi, non potrebbe non produrre per reazione l’indurimento autoritario della sua dominazione. Questa minaccia interna contribuirebbe senza dubbio a riavvicinare le une alle altre, l’insieme delle classi possidenti (borghesia e classi medie tradizionali) in un blocco reazionario e controrivoluzionario.

La dinamica propria all’evoluzione transnazionale del capitale, e l’aggravamento della crisi strutturale che la mina, potrebbero portare a un frazionamento dello spazio mondiale (del mercato mondiale e del sistema mondiale di Stati) in diversi poli concorrenti e rivali (Europa, America del Nord, America del Sud, Cina, Sudest Asiatico. Ecc.), versione attualizzata delle tradizionali contraddizioni interimperialiste. L’esacerbazione della concorrenza tra questi poli potrebbe condurre a rischi di scontro militare o anche a scontri effettivi, tra loro, rendendo quindi necessario il ricorso tanto alla maniera forte all’interno di ciascuno di questi poli, quanto alla mobilitazione della violenza verso l’esterno (i poli rivali). Il ricorso alla maniera forte potrebbe in particolare essere reso necessario nei poli (per ipotesi il polo europeo) che si trovassero in posizione sfavorevole in questa rivalità crescente, costringendo le loro borghesie a indurire le condizioni interne del loro sfruttamento e della loro dominazione e trascinandole sulla via di una mobilitazione identitaria delle classi popolari attorno a regimi forti. Insomma, un scenario che ricorda in qualche nodo quello immaginato da George Orwell in 1984.

Una destabilizzazione su grande scala della periferia vicina all’Europa (l’Africa del Nord, il Vicino Oriente, o l’Europa Orientale), con minacce immediate sulle sue frontiere (ad esempio sotto forma di un afflusso massiccio di rifugiati, o di più guerre civili) potrebbe produrre lo stesso tipo di effetti. Già ora, certe evoluzioni vanno in questo senso, sotto l’effetto delle «rivoluzioni arabe», della spinta islamista lungo l’arco che va dal Sahel all’Asia centrale, dell’abbandono nel quale è sprofondata una grande parte della popolazione africana. Anche in questo caso, le borghesie europee potrebbero cercare la propria salvezza nella mobilitazione nazionalista (o «europeista» o «occidentalista»), e guerresca dell’insieme delle «loro» popolazioni, raccolte attorno a regimi di Stato di eccezione che giustificano la loro eccezionalità con la salvezza che assicurrebbero loro.

Infine, è chiaro che l’aggravamento della crisi ecologica, che rende invivibili interi territori, producendovi genocidi e migrazioni di massa, rarefacendo terre arabili, materie prime e fonti di energia, facendole rincarare ed esacerbando la lotta concorrenziale per la loro appropriazione rafforzerebbe tutti i fattori precedenti (aggravamento della crisi strutturale del capitalismo, necessità dell’indurimento delle condizioni di sfruttamento e di dominazione capitalisti, rivalità crescente tra i diversi poli dell’accumulazione mondiale), disponendo le popolazioni a sostenere regimi di Stato di eccezione presentati come quelli che offrono una via provvidenziale. Copione spesso presentato come quello dell’«ecofascismo».

 

A mo’ di conclusione

 

Resta evidentemente da determinare quali forme (istituzionali e ideologiche) tali regimi di Stato di eccezione potrebbero prendere, senza dubbio molteplici e variabili secondo l’importanza relativa dei diversi fattori che darebbero loro origine, ma anche della posizione relativa nella configurazione mondiale degli spazi nei quali nascerebbero. È senza dubbio difficile prevederlo, ma la discussione collettiva potrà forse avanzare su questa via, come in quella dell’esame critico delle proposizioni precedenti.

Accontentiamoci di notare che l’analisi delle condizioni nelle quali tali regimi potrebbero sorgere lascia chiaramente intendere che l’indurimento autoritario della dominazione borghese potrebbe avvenire, in ogni caso, solo al livello di questi sistemi continentali di Stati in via di costituzione su scala mondiale, e per quanto ci riguarda nell’Unione Europea, e non più nei loro Stati membri presi isolatamente. Anche per questo la situazione attuale differisce da quella che ha visto sorgere il fascismo europeo in ordine sparso nel periodo tra le due guerre.

In questi sistemi continentali, le condizioni di esercizio della dominazione borghese sono decisi sempre meno a livello dei diversi Stati membri e sempre più nelle istanze sovranazionali che li sovrastano e li tengono sotto tutela. Ed è sotto la sferza della «troika» ( Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale) che operano oggi i governi europei. Il che permette di svuotare di ogni sostanza la democrazia rappresentativa (parlamentare) quale si è storicamente sviluppata come forma politica classica della dominazione borghese, trasformando il parlamento nazionale in una semplice camera di registrazione delle decisioni «troikiane», istituendo così di fatto già una forma di regime di Stato di eccezione che viene avanti surrettiziamente senza dire il proprio nome. Oggi è in particolare il caso della Grecia, che fa di quest’ultima un laboratorio che merita un esame particolare.

 

Alain Bihr

Gennaio 2014