Alain Bihr su destra in Europa: Lo Stato fascista non è l’unica forma possibile di stato d’eccezione in uno scenario capitalista

HUNGARY-OATH-FAR-RIGHT-JOBBIKPubblichiamo dal sito del Npa l’intervista di Henri Wilno ad Alain Bihr, sociologo, autore di numerosi studi sulle classi sociali e il pensiero marxista. Ha pubblicato alcuni saggi sul Front national e il negazionismo, editi anche in italiano(L’avvenire di un passato. L’estrema destra in Europa: il caso del Fronte Nazionale francese, Jaca Book, 1997). Recentemente ha pubblicato “La logica misconosciuta del Capitale”, Mimesis, 2011. Il suo ultimo libro si intitola i Rapporti sociali di classe, pubblicato in francese da Editions Pages deux. Con lui, ritorniamo alla questione dello Stato, sullo sfondo la crescita dell’estrema destra.  Segnaliamo che in corso di traduzione un saggio più ampio su questo tema. A breve verrà pubblicato sul sito. 

Per te, non c’è un pericolo di destra nell’Europa di oggi. Tu scrivi che lo scenario fascista “appare piuttosto come storicamente datato e obsoleto”. Puoi spiegare il perché?

Di solito si è concordi nell’affermare che è impossibile comprendere i movimenti e i regimi fascisti che abbiamo conosciuto nell’Europa degli anni 1920-1940 al di fuori della fase storica dello sviluppo capitalistico in cui si sono manifestati. Io penso che si debba considerarli indissociabili da questa fase. Ora, questa presentava alcune caratteristiche che sono fortemente differenti dalla fase storica attuale, da tutti i punti di vista: la configurazione dei rapporti tra le classi; la restrutturazione degli apparati di Stato che si rende necessaria ad ogni cambiamento di fase; le condizioni psicosociali (la “mentalità collettiva) che presiedonio nei due casi alla mobilitazione politica degli individui.

Per limitarmi al secondo di questi tre elementi di confronto, mentre negli anni ’20-40 vi era il passaggio da uno Stato liberale a uno Stato interventista ( e anche i regimi fascisti hanno avuto questa funzione storica), oggi siamo di fronte piuttosto ad un relativo disimpegno degli Stati nei loro compiti di regolazione economica e sociale, per lo meno su scala nazionale. Mentre le riforme istituzionali dell’apparato di Stato nazionale intraprese negli anni ’20-40 hanno provocato una concentrazione del potere in seno a questo apparato, oggi si procede ad una sua demultiplicazione tra istanze sovranazionali (quelle dell’Unione europea), nazionali e infranazionali (quelle delle regioni e delle grandi metropoli).

  Tu sottolinei, tuttavia, la possibilità che si instaurino Stati d’eccezione nel contesto di crisi e di offensiva contro le classi popolari.

In effetti, lo Stato fascista non è l’unica forma possibile di stato d’eccezione in uno scenario capitalista. Dichiarare che le condizioni di possibilità del primo non sussistano più nell’Europa di oggi non significa che ogni forma di stato di eccezione sia esclusa più o meno a breve scadenza.

Malgrado la durata e la gravità della presente crisi, le borghesie europee hanno fino ad ora fatto a meno di una tale forma di Stato, perché sono riuscite a padroneggiare la situazione, conducendo le loro politiche neoliberali di gestione della crisi senza incontrare ostacoli né grandi resistenze. In futuro, tuttavia, potranno sorgere questi diversi fattori: un aggravamento dell’attuale crisi strutturale che renderebbe necessario un inasprimento in senso autoritario delle condizioni di sfruttamento e di dominio del lavoro salariato; inversamente o simultanemente, un riaffiorare della combattività del salariato, sulla base dell’unificazione tendenziale delle sue condizioni di sfruttamento e di dominio a livello mondiale, darebbe luogo su questa scala, così come a livello europeo, alla (ri)costituzione di un movimento proletario all’offensiva, costringendo la borghesia sulla difensiva; il frazionamento dello spazio mondiale ( del mercato mondiale e del sistema mondiale degli Stati) in differenti poli rivali (Europa, America del Nord, America del Sud, Cina, Asia del Sud-Est, …), favorirebbe l’esacerbazione della loro concorrenza con il rischio di conflitti militari che renderebbero necessario il ricorso alle maniere forti all’interno di ciascuno di questi poli così come alla mobilitazione della violenza contro il nemico esterno; infine, un aggravamento della crisi ecologica, rendendo invivibili interi territori in modo tale da produrre genocidi e massicce migrazioni, ridurre le terre arabili, le materie prime e le risorse energetiche, rinforzerebbe tutti i fattori precedenti creando così le condizioni per un sostegno delle popolazioni ad un regime di Stato d’eccezione presentato come provvidenziale.

E’, tuttavia, ancora difficile prevedere le forme che potrebbero assumere, in questi scenari differenti, eventuali stati d’eccezione così come i percorsi che potrebbero favorire un giorno il suo sorgere.

Secondo te il dominio borghese è così solidamente stabile che può continuare al momento con gli Stati esistenti. Ma questi non si stanno trasformando progressivamente nel quadro delle leggi, così da controllare le popolazioni?

Certamente la demultiplicazione degli Stati nel quadro dell’Unione Europea, evocata precedentemente, dà luogo a degli slittamenti, sovente impercettibili, che contribuiscono in alcuni casi a rendere ancora più formale… la democrazia formale realizzata. In questo senso i differenti Parlamenti nazionali sono diventati delle camere di ratificazione e di traduzione nelle rispettive legislazioni nazionali delle direttive della Commissione europea, adottate nella più completa opacità e ampiamente fuori dal controllo dei differenti consigli e del Parlamento europei. Questa è una via attraverso cui si potrebbe realizzare una forma di stato di eccezione in Europa, via che è già stata aperta.

Infine, la situazione attuale in Europa favorisce la crescita dei partiti di estrema destra e, a proposito del Fronte nazionale, tu non escludi che acceda al potere in coalizione con una parte della destra. Alla fine, quale è oggi la funzione di questa estrema destra?

La crescita di questi partiti è un fenomeno contraddittorio dal punto di vista delle condizioni di riproduzione del dominio borghese. Senza dubbio, captando e assecondando il risentimento di parte delle classi popolari, così come del proletariato, originato dagli effetti della crisi capitalista e delle politiche neoliberali così come dall’attuale estrema debolezza politica delle forze anticapitaliste, questi movimenti contribuiscono a rafforzare questo dominio e in questo senso sono funzionali ad esso. Essi distolgono questi settori popolari dalla lotta anticapitalista e individuano dei capri espiatori (gli immigrati, lo straniero in tutte le sue forme, reali o immaginarie) che dividono le classi popolari.

Al contempo, questi stessi movimenti non sono funzionali alle attuali condizioni di riproduzione del dominio borghese. Essi tentano, infatti, di realizzare, in ciascuno loro Stato, un blocco nazionalista composto da settori di lavoro salariato, da classe medie tradizionali e da quella parte del capitale nazionale che non può o non vuole iscrivere il suo futuro nel movimento di trasnazionalizzazione. In questo senso si oppongono a questo processo e il loro eventuale arrivo al potere, in alleanza con una parte della destra classica, potrebbe perturbare il processo di integrazione europea.

Resta,ciò nonostante, il problema del posto e del ruolo che potrebbero assumere questi movimenti nel caso prendano corpo in una forma piuttosto che in un’altra gli stati d’eccezione, se questi stati dovessero sorgere un giorno in Europa. Questi dipenderebbero fondamentalmente dalla forma con cui si realizzerebbe lo stato di eccezione.