Bosnia, scene di lotta di classe
Segnaliamo due articoli sulla Bosnia, attraversata dallo scorso mese da ingenti mobilitazioni sociali. Tutto è partito il 5 febbraio a Tuzla, quando i lavoratori di cinque fabbriche hanno deciso di unire le loro lotte contro la chiusura dei rispettivi stabilimenti. Le mobilitazioni proseguivano da mesi,sempre separatamente. Alcune fabbriche erano state occupate dai lavoratori per impedire la rimozione dei macchinari. Anche grazie all’aiuto di un gruppo di studenti di sinistra hanno preso coraggio e hanno deciso di indire una manifestazione che è riuscita a coinvolgere la popolazione locale.
Il malcontento nei confronti di un sistema capitalistico fortemente corrotto e mafioso che ha imposto le politiche del FMI e dell’Unione Europea ha trovato quindi uno sbocco politico nella rivolta operaia che mette l’accento sulla catastrofe economiche che tocca tutti i bosniaci e che mette in crisi il modello etnocratico uscito dalla pace di Dayton.
A Tuzla, il primo ministro cantonale è stato costretto alle dimissioni. Le mobilitazioni si sono infine estese in tutto il paese. Al centro delle rivendicazioni la lotta contro le privatizzazioni, contro la chiusura delle fabbriche, la nazionalizzazione sotto controllo operaio e l’autogestione.
Nel corso della lotta la popolazione si è organizzata nei Plenum, sorta di consigli, espressione dell’autorganizzazione della lotta in corso.
Tra i prossimi appuntamenti ci sarà una grande manifestazione a Sarajevo. Un segnale positivo di fronte alle nubi grigie che avvolgono l’Europa in questi giorni. (ndr.)
La sollevazione del popolo: una rottura con la Bosnia di Dayton?
Andreja Zivkovic *, 17 febbraio 2014
Mercoledì 5 febbraio sono iniziate delle manifestazioni operaie, che si sono velocemente estese alle altre città della Bosnia.
Torna la guerra nelle città della Bosnia. Non le guerre nazionaliste e separatiste degli anni 1990, né la guerra fredda dei dirigenti nazionalisti in una federazione divisa su basi etniche e sotto la supervisione di un Alto Rappresentante delle Grandi Potenze d’ispirazione coloniale; ma una guerra sociale, una sollevazione del popolo.
A partire dalla rivolta dei lavoratori di Tuzla contro le privatizzazioni che rovinano l’industria, lavoratori arrabbiati, giovani disoccupati ed ex combattenti hanno incendiato macchine e locali del governo da tutte le parti della Federazione Bosniaca, per solidarietà e per esigere le dimissioni degli eletti federali e cantonali. La scritta «chi semina la fame raccoglie la collera» riassume il messaggio mandato così alla classe politica di una società priva di lavoro (per gli under 24, la disoccupazione ha raggiunto il tasso incredibile del 63%), una classe che si spartisce il bottino burocratico, aumentato dal saccheggio dell’ex settore pubblico, con una piccola classe di nuovi magnati degli affari.
Come un lampo in un cielo buio, questa rivolta illumina i rapporti di potere reali nella federazione.
Neocolonialismo e neoliberismo
In un’intervista rilasciata alla TV austriaca, Valentin Inzko, Alto Rappresentante delle potenze occidentali, ha ammonito: «…se persistono gli atti di teppismo, si potrà chiedere alle truppe dell’EUFOR (UE) di intervenire» (1). Come un’eco, il direttore di un’agenzia statale incaricata del coordinamento delle unità di polizia nella federazione della Bosnia, Himzo Selimović, si è dimesso dopo aver riconosciuto che la polizia non era in grado di assicurare la sicurezza dei membri della Presidenza bosniaca, ed ha chiesto alla comunità internazionale ed all’UE di valutare il dispiegamento di forze militari internazionali se questi eventi dovessero ripetersi (2).
Mentre le dichiarazioni d’Inzko e di Selimović rivelavano che l’UE è il vero potere che si nasconde dietro allo Stato, Milorad Dodik, presidente della Repubblica serba di Bosnia (RS), si è congratulato con i cittadini dell’entità serba perché non hanno ceduto alla provocazione dei movimenti di protesta che agitano la Federazione, confermando fino a che punto il nazionalismo, strutturalmente iscritto nelle istituzioni ereditate da Dayton, permette di dividere per meglio governare (3). Nel frattempo, Aleksandar Vučić, vicepresidente del governo serbo, ha pregato i rappresentanti politici della RS di scegliere la moderazione, prova lampante delle ambizioni espansionistiche persistenti nella élite politica serba, ma anche della solidarietà di classe fondamentale della élite politica bosniaca, di solito incapace di raggiungere il minimo accordo, neanche sull’esistenza della Federazione; solidarietà che si esercita contro i popoli della Bosnia.
Le privatizzazioni non sono gli unici progetti che le classi politiche della Bosnia e dell’UE, assieme, si premurano di difendere: impongono da cinque anni l’attuazione di un piano di austerità del FMI che mira a fare pagare la crisi economica ai lavoratori delle due entità federate. Conformemente ai due accordi «stand-by» (Stand-By Arrangemens) [prestito ordinario del FMI] le spese sono state congelate, gli stipendi del settore pubblico hanno subito parecchie riduzioni, il consumo è crollato, la crescita è a terra e il debito pubblico estero è raddoppiato per raggiungere il 32% del PIB. Mentre di solito il governo federale è incapace di accordarsi sulla minima misura, l’anno scorso e per il periodo 2014-2016 ha adottato un «quadro fiscale globale» ispirato alle direttive del FMI, che fissa degli obiettivi di bilancio per le entità federate e ratifica un insieme di tagli in nome della riduzione del deficit di bilancio, in modo che oramai l’austerità neoneoliberista sia al di sopra di qualsiasi messa in discussione democratica durante le prossime elezioni. E poiché anche l’ultimo rapporto del FMI riconosce che niente di tutto ciò permetterà di ristabilire la crescita e gli introiti fiscali, sono in preparazione misure per rialzare l’età legale della pensione, aumentare la flessibilità della mano d’opera e proseguire le privatizzazioni (4).
Le riforme neoliberiste non vinceranno la crisi, non faranno altro che peggiorarla. Come nel resto dei Balcani e della periferia europea, il modello economico applicato si basa sull’apertura ai capitali stranieri. Fino al 2008, questo afflusso di capitali alimentava una crescita basata sull’importazione e l’indebitamento dei consumatori, mentre distruggeva l’industria e preparava l’attuale crisi del debito. Da una parte, la sopravvalutazione e l’indicizzazione della moneta bosniaca sull’euro hanno permesso di ottenere i prestiti necessari al pagamento delle importazioni; ma dall’altro hanno frenato gli investimenti nell’economia reale e reso poco competitive le esportazioni (5). Siccome l’economia dipende interamente da fonti di crescita esterne e la crisi finanziaria dei mercati emergenti scatenata dall’Argentina avrà senza dubbio ripercussioni nell’Eurozona, la Bosnia si trova ormai ad una svolta.
L’elite politica è unita nella determinazione di imporre riforme neoliberiste che sono state richieste tassativamente come condizioni d’ingresso nell’Unione europea. Si ritrova di fronte ad una insurrezione popolare che potrebbe estendersi alla RS, e forse all’insieme dei Balcani. Se si dimostra incapace di superare la crisi, che è anche una crisi di legittimità dello schema federale, l’elite ricomincerà, come negli anni 1990, a suonare sulla corda nazionalista con lo scopo di rimanere al potere; in tale ipotesi, la federazione potrebbe crollare, aprendo un’altra volta la via ad un intervento delle grandi potenze e alle lotte nazionaliste nell’intera regione.
Questo è il motivo preciso ricorrente che dobbiamo tenere a mente per capire l’attuale crisi politica e le condizioni necessarie a qualsiasi alternativa durevole suscitata dall’insurrezione.
L’eredità jugoslava: integrazione al mercato, disintegrazione nazionalista e interventismo delle grandi potenze
Non si può considerare la guerra degli anni 1990 fuori dal contesto di disintegrazione della Jugoslavia provocata dalla crisi del debito degli anni 1980. In quel decennio, la Jugoslavia fu posta sotto la tutela del FMI e sottomessa in anteprima alla terapia d’urto e al programma di liberalizzazione del mercato che sarebbero diventate la norma nell’Europa orientale post-sovietica degli anni 1990. Il FMI impose la chiusura delle industrie inefficienti e la fine delle sovvenzioni che andavano dalle Repubbliche e regioni più ricche a quelle più povere. Di fronte a un diffuso malcontento dei lavoratori e, più tardi, a minacciose ondate di scioperi in tutte le Repubbliche, le élite politiche di ogni repubblica, cominciando dalla Serbia sotto la direzione di Milošević, hanno scatenato un’ondata di nazionalismo per conservare il potere.
Per imporre la disciplina di mercato necessaria al rimborso del debito, il FMI e la CEE avevano preteso la ricentralizzazione della federazione jugoslava. La CEE faceva balenare, a mo’ di «carota», l’integrazione nella costruzione europea in caso di successo delle riforme. In pratica, la CEE era quindi allineata sulle posizioni di Milošević e del nazionalismo della «Grande Serbia», che mirava a migliorare la competitività dell’economia serba con una ricentralizzazione jugoslava. Ma la promessa dell’integrazione europea incoraggiò pure le ricche Repubbliche del Nord della Jugoslavia, la cui strategia di competitività consisteva nello sbarazzarsi del Sud impoverito e nel raggiungere la CEE. Da questo punto di vista, l’integrazione europea ha potuto accelerare la disintegrazione nazionalistica della federazione jugoslava (6).
Le potenze occidentali erano divise sulla questione della sopravvivenza della Jugoslavia. Quando la Germania appoggiò i separatisti delle Repubbliche occidentali della Jugoslavia (Slovenia e Croazia), la Bosnia si trovò destabilizzata durante il contrattacco della Serbia, alleata alla Croazia per una spartizione della Jugoslavia. Le potenze europee stimolarono queste brame con una serie di protocolli di pace che prendevano atto dei fatti di pulizia etnica, fino all’entrata in scena degli Stati Uniti, che trassero profitto delle divisioni europee per estendere il loro dominio nel vuoto creatosi dal riflusso dell’influenza russa, con un intervento militare a fianco della coalizione croata-musulmana che avevano creato per porre fine alla guerra.
Geopolitica della questione nazionale nella Bosnia di Dayton
La Bosnia emersa dall’accordo di pace di Dayton è un protettorato neocoloniale occidentale, la cui politica è ampiamente dettata dagli Stati Uniti e dall’UE. Il paese è diviso in due: la Federazione e la RS. Non si possono prendere decisioni senza il consenso delle due entità. Tuttavia persiste un regime neocoloniale, diretto dall’Alto Rappresentante internazionale per la Bosnia-Erzegovina, la cui unica legittimità è l’affermazione che per preservare una Bosnia-Erzegovina è necessaria una coercizione esterna. Invece è la struttura federale imposta dalle grandi potenze a Dayton, senza nessuna consultazione democratica, a creare le condizioni di una nuova concorrenza nazionalista e a rinnovare costantemente la necessità del protettorato come potere esecutivo reale e come garante dell’integrità territoriale.
Nella Costituzione, i molteplici punti di vista sui quali può esercitarsi un «veto etnico» e i meccanismi complessi di spartizione del potere significano che i politici nazionalisti possono paralizzare il governo federale a volontà, qualunque sia l’oggetto del dibattito. Ad esempio, durante gli ultimi due anni la Bosnia-Erzegovina si è ritrovata senza un governo reale, fatto che aveva già causato le proteste di massa dello scorso giugno a Sarajevo affinché venisse approvata una legge, troppe volte rimandata, che garantisse ai bambini l’accesso ai servizi sanitari e sociali elementari. Inoltre, queste istituzioni rappresentano i cittadini unicamente in qualità di membri di uno dei tre popoli che costituiscono la Repubblica, li costringono ad identificarsi con l’uno dei tre gruppi etnici e creano così un sistema di partiti su basi nazionaliste. La paralisi che ne risulta apre uno spazio all’azione allo stesso tempo legislativa ed esecutiva dell’Alto Rappresentante, inasprendo allo stesso tempo le tensioni nazionaliste e la crisi di legittimità del sistema politico.
In reazione alla crisi, le potenze occidentali hanno cercato di riformare radicalmente l’accordo di Dayton, ma nel senso di una preservazione dell’unità della Bosnia tramite la sua integrazione nell’UE e nella NATO. Cercano di ricentralizzare la federazione, per abolire in pratica l’autonomia della RS e così ostacolare il ritorno della Russia, nella nuova veste di superpotenza energetica, sulla scena regionale. Nella continuità dell’imposizione di una «indipendenza» del Kosovo da parte degli Stati Uniti nel 2008, e del veto della Russia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il conflitto tra le grandi potenze ridistribuisce ancora una volta le carte del gioco nazionalista. Mentre l’élite bosniaca aveva finito per accettare Dayton, oramai sostiene la ricentralizzazione della federazione; e mentre l’élite serba della Bosnia era inizialmente contraria a Dayton, oramai oscilla tra una difesa di Dayton e un riavvicinamento alla Russia per tenere viva la possibilità di una secessione.
Se l’ingerenza delle grandi potenze con il suo carico di divisioni segna una continuità con gli anni 1990, la somiglianza è ancora più inquietante sul piano dell’economia politica. UE e FMI martellano che la ricentralizzazione è il complemento necessario delle riforme economiche. La parola d’ordine neoliberista, come nel passato, è «troppo governo», che pesa eccessivamente sull’economia e blocca la costruzione del tipo di mercato integrato che attrae gli investitori stranieri. Come negli anni 1980, i politici nazionalisti appoggiano queste riforme di mercato; rimangono divisi soltanto sulla ricentralizzazione dei poteri fiscali. Nello stesso tempo, alla paralisi del sistema politico si somma l’incapacità delle riforme neoliberiste a superare la crisi economica e sociale. Dato che queste enormi pressioni economiche e militari esterne si scontrano e si fondono con le lotte nazionaliste, di nuovo sono presenti le condizioni per la disintegrazione.
Andare avanti: porre fine al protettorato, difendere l’uguaglianza dei popoli bosniaci, sostenere l’insurrezione dei lavoratori!
Qualsiasi progetto alternativo in nome del progresso deve confrontarsi con la barbarie all’opera nella situazione attuale. Fino adesso le proteste hanno avuto basi solo classistiche, quasi senza segno di contagio nazionalista. In effetti la loro debolezza politica visibile sta altrove: si tratta dell’appello, lanciato dai lavoratori di Tuzla ed ampiamente ripreso, per la costituzione di un governo non di parte e tecnocratico, governo che, nel quadro del protettorato, sarebbe inevitabilmente combattuto fra il veto nazionalista e il diktat dell’Alto Rappresentante e del FMI. Però il problema maggiore sta nel fatto che le proteste non hanno raggiunto la RS, anche se non si deve sottostimare l’importanza di un assembramento di solidarietà di 300 persone a Banja Luka. La forza del sistema di Dayton sta nel dividere per meglio governare, impedendo questo tipo di solidarietà di classe interetnica. Così, le proteste contro il piano di austerità del FMI non sono mai state coordinate; gli scioperi generali del settore pubblico del 2009 e del 2013 sono stati limitati, rispettivamente, alla Federazione e alla RS. La collera di classe generalizzata dei lavoratori contro l’élite politica può ugualmente essere manipolata e trasformata nel suo contrario, un sostegno all’integrazione nell’UE come soluzione alla «corruzione» e alla sconfitta delle «riforme», come è successo di recente durante le mobilitazioni in Bulgaria. In questo modo, il sistema in vigore genera senza tregua una corrente che oscilla naturalmente fra nazionalismo e sostegno al protettorato e all’intervento delle grandi potenze, mentre genera sempre più crisi e disperazione.
L’uscita da questo circolo vizioso si troverà collegando la lotta sociale contro la classe politica nazionalista con una lotta democratica per rovesciare il «protettorato» imperialistico.
Se torniamo all’inizio del nostro ragionamento, il movimento sociale si scontra con un blocco politico che include l’UE, l’Alto Rappresentante, il FMI, tutti i politici nazionalisti delle varie entità, ed anche i governi di Belgrado e di Zagabria. Per indebolire questa alleanza, deve richiedere l’abrogazione dell’accordo del FMI, l’espulsione dell’Alto Rappresentante e dell’EUFOR, e il rifiuto di qualsiasi modifica del sistema di Dayton che non si basi su di un accordo fra i popoli stessi. Se il movimento riesce a costruire un’opposizione pratica all’ingerenza imperialistica e alla dipendenza economica, allora sarà capace di smascherare l’ipocrisia dei nazionalisti. Perché non costituiscono una politica antimperialista né il sostegno a Dayton, né la sua denuncia da parte delle élite nazionaliste: si tratta sempre di un sostegno all’intervento della Russia o degli Stati Uniti e dell’UE; e sempre di una richiesta a proseguire la distruzione neoliberista.
Su queste basi il movimento può legittimamente difendere i diritti di tutte le nazioni, incluse le minoranze, come i Rom, che non sono rappresentate nel regime di Dayton. Collegando la questione sociale alla questione nazionale – mostrando che le disuguaglianze di classe non possono essere contestate se il movimento operaio rimane diviso in termini di nazionalità e se rinuncia a difendere il diritto di libera associazione di tutte le nazionalità contro ogni forma di coercizione – si potranno fare i primi passi per superare la sfiducia fra i popoli e per creare un movimento per l’unità del movimento operaio. Per andare avanti, la sinistra deve dimostrare che l’uguaglianza sociale è inseparabile dall’uguaglianza nazionale, e che non si può realizzare nessuna delle due senza lotta internazionale contro l’alleanza fra i nazionalisti dell’intera regione e le grandi potenze rivali (7). ■
* Andreja Živković è sociologo e membro di Marx21 in Serbia. Specialista della storia delle rivoluzioni e del socialismo nei Balkani, è autore di un capitolo sull’economia politica del debito in The Rebel Peninsula : Radical Politics after Jugoslavia (a cura di Srecko Horvat ed Igor Stiks, Verso, 2014, di prossima pubblicazione). Questo testo è inizialmente uscito in inglese sulla piattaforma anglofona LeftEast del sito criticatac.ro. Nella traduzione dall’inglese di Mathieu Bonzom, è stato pubblicato sul sito della rivista Contretemps : http://www.contretemps.eu.
Note
1. Altri esempi di minacce dello stesso tipo nella stampa dell’Austria (paese di origine dell’attuale Alto Rappresentante – NdT Mathieu Bonzom) su: http://www.novinite.com/articles/158040/EU+to+Consider+Intervention+in+Bosnia+if+Tension+Escalates
2. V. «Sarajevo : 1621». . http://balkans.aljazeera.net/vijesti/demonstranti-se-razisli-uspostavljen-saobracaj
3. Dall’accordo di pace di Dayton (14 dicembre 1995), la Repubblica di Bosnia-Erzegovina è composta da due entità non indipendenti, la Federazione della Bosnia-Erzegovina e la Repubblica serba di Bosnia (abbreviazione corrente: RS). La Federazione è inoltre incaricata di rappresentare l’insieme della Repubblica sulla scena internazionale. V. anche più avanti (NdT Mathieu Bonzom).
4.V. «Bosnia and Herzegovina: Fourth Review Under the Stand-By Arrangement and Request for Modification and Waivers of Applicability of Performance Criteria», Rapporto per paese N° 13/321, 1° Novembre 2013. . http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2013/cr13321.pdf
5. V. Andreja Živković, «From the market… to the market : The debt economy after Yugoslavia», in Srecko Horvat et Igor Stiks (dir.), The Rebel Peninsula : Radical Politics after Yugoslavia, Verso, di prossima pubblicazione (2014).
6. Per una storia della «lunga durata» dell’integrazione europea della Jugolasvia e dell’ex-Jugoslavia, V. Andreja Živković, «The future lasts a long time : a short history of European integration in ex-Yugoslavia», 25 ottobre 2013. . http://www.criticatac.ro/lefteast/the-future-lasts-a-long-time-a- short-history-of-european-integration-in-the-ex-yugoslavia-2/
7. A proposito di una tale alternativa internazionalista oggi, V. Andreja Živković e Matija Medenica, The Balkans for the Peoples of the Balkans.(Prossimamente in francese sul nostro sito NdT). http://www.criticatac.ro/lefteast/balkans-for-the-peoples-of-the-balkans/
Trad. A. Marie Mouni
Mate Kapovic[i]
Sono passate due settimane da quando è cominciata la ribellione bosniaca. Uno degli sviluppi più positivi del movimento di protesta in Bosnia è la nascita di assemblee democratiche dirette. Presentiamo di seguito le poste in gioco della democrazia diretta oggi.
Zagabria, 22 febbraio 2014
Un recente sondaggio ha rilevato che l’88% dell’insieme della popolazione in Bosnia-Erzegovina appoggia la protesta. Questa continua, ma ormai con manifestazioni pacifiche e, d’un tratto, l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa non è più così grande, anche se questi movimenti rimangono argomento di discussioni importanti in tutta la regione. Ad ogni modo, probabilmente ora il centro nevralgico del movimento di protesta si è spostato all’interno dei “plenum di democrazia diretta” che sono emersi nel paese.”
I plenum
Le assemblee generali, nelle loro diverse forme, costituiscono da tempo l’espressione dell’autorganizzazione in democrazia diretta degli oppressi in tempi di rivolta, di rivoluzione, di sciopero, o di ribellione (ad esempio, tra il 1905 e il 1917 al momento della rivoluzione in Russia, nel 1936 in Catalogna, o nel 1956 in Ungheria). Una versione primitiva di queste forme di assemblea generale era già presente nell’antica Atene, quando una serie di “teorici dell’ Utopia” hanno immaginato una sorta di agorà permanente nei loro progetti della futura società democratica.
L’improvviso spuntare di assemblee in gran parte della Bosnia-Erzegovina ha davvero colto tutti di sorpresa. Potremmo anche dire che i plenum siano di per sé, per il momento, il principale sviluppo positivo di questo movimento di protesta. Il primo plenum è apparso a Tuzla, centro e punto di partenza del movimento di protesta, dove i manifestanti erano i più organizzati e i più strutturati fin dall’inizio. Dopodiché, hanno cominciato ad apparirne anche in altre città, prendendo Tuzla come esempio.
Attualmente esistono assemblee nelle città di Sarajevo (la capitale), Tuzla, Zenica, Mostar, Travnik, Brčko, Goražde, Konjic, Cazin, Donji Vakuf, Fojnica, Orašje e Bugojno. Mentre scriviamo, si svolgono sedute regolari, al cui interno la gente discute problemi politici e redige rivendicazioni nei confronti del governo (la più diffusa è la revisione dei piani di privatizzazione, poi diversi obiettivi sociali, la soppressione dei privilegi della casta politica, ecc.). Vi son anche tentativi riusciti di coordinare a livello centrale i plenum esistenti, per sviluppare obiettivi generali e non esclusivamente locali. Un primo plenum congiunto è in progetto a Sarajevo, con la presenza di delegazioni delle assemblee generali locali.
Non è la prima volta che nella regione si utilizza il termine “plenum” in questa concreta accezione, riferendosi ad assemblee generali di democrazia diretta. La prima volta che lo si è usato in questo senso fu durante la grossa ondata di occupazione delle università in Croazia nel 2009. La stessa denominazione è comparsa in seguito, nel 2010, in occasione delle occupazioni universitarie in Germania e in Austria (benché non sia chiaramente appurato un nesso diretto con il movimento studentesco croato e possa trattarsi di una sorprendente coincidenza), come durante i movimenti d’occupazione studentesca in Slovenia e in Serbia nel 2011 (che erano, quanto a loro, direttamente influenzati dal movimento studentesco croato).
I protestatari che organizzano i plenum in Bosnia-Erzegovina dichiarano pubblicamente di utilizzare l’esperienza del movimento studentesco croato e il loro manuale su “Come-fare-un’-assemblea-generale”, il cosiddetto “The Occupation Cookbook”. Naturalmente, questi plenum sono anche molto simili alle assemblee generali di cui tutti sono stati testimoni nel 2011, in occasione del movimento “Occupy Wall-Street”. Da questo punto di vista, si possono chiaramente individuare meccanismi comuni a questo tipo di organizzazione orizzontale in ogni parte del mondo, e che ha radici antiche rinvigoritesi negli ultimi tempi.
Che fare?
In Bosnia-Erzegovine il plenum si è sicuramente rivelato un metodo estremamente utile per organizzare i protestatari e articolarne le rivendicazioni. Negli ultimi giorni si intravedono segni di evoluzione dei plenum, via via che se ne fa più complessa la struttura. Infatti, esattamente come durante il movimento studentesco croato o durante Occupy Wall Streeet, il Plenum di Tuzla ha organizzato gruppi di lavoro, che affrontano argomenti specifici, a imitazione dei ministeri del cantone di Tuzla: l’istruzione, la scienza, la cultura e lo sport, lo sviluppo e l’imprenditoria, l’assetto del territorio e la protezione dell’ambiente, il coordinamento con i lavoratori, le cure sanitarie, l’amministrazione della giustizia, l’industria, l’energia e le miniere, gli affari interni, l’agricoltura, la gestione delle acque e dei boschi, il commercio, il turismo, le comunicazioni e i trasporti, la politica e il lavoro sociale, le finanze, i problemi dei veterani di guerra e quelli legali.
Tuttavia, i plenum non sono esenti da errori. In primo luogo, sono sicuramente un utile strumento di organizzazione di coloro che protestano, ma non sono rappresentativi dell’insieme della popolazione. In Bosnia-Erzegovina vi sono plenum che radunano 1000 persone in assemblea. Ma 1000 persone a Sarajevo non possono rappresentare l’intera città, che conta 300.000 abitanti. Per non dire del fatto che i plenum credono a volte di rappresentare non solo la città ma anche il cantone, mentre per chi vive fuori dal centro urbano recarsi al plenum può essere costoso in termini di tempo e di denaro. Certamente, anche se tutti fossero in grado di partecipare, sarebbe difficile svolgere un’assemblea generale con 10.000 persone. Ad esempio, tenendo conto del fatto che la democrazia borghese ha anch’essa molte lacune e resta e resterà una forma molto limitata di democrazia, occorre pur sempre fare della democrazia diretta la forma più estesa e partecipativa possibile. I plenum unificati a livello delle città o dei cantoni sono un eccellente punto di partenza per organizzare il movimento di protesta, ma non possono rappresentare la soluzione finale. Vi sono già adesso plenum nelle città minori (come Cazin, Fojnica o Donji Vakuf), che non sono centri di cantoni e che affrontano questioni più locali (e senza una visione generale di politica cantonale), ma non sembra esservi coordinamento in senso stretto tra i plenum ai vari livelli (il che non è necessariamente una sorpresa, a questo stadio di sviluppo dei plenum).
Ci son in ballo un certo numero di problemi. Uno è sapere come i plenum manterranno il loro numero di partecipanti dopo le rivolte (che prima o poi finiranno) e quando avranno perso la loro aura di novità. Questo sembra essere stato uno dei principali problemi del movimento degli studenti croati, i cui plenum sono progressivamente diminuiti una volta concluse le occupazioni e alla fine hanno pian piano smesso di funzionare, in qualche caso dopo alcuni anni – va notato, tuttavia, che almeno in certe università i plenum continuano a esistere in qualche modo, visto che si possono sempre riconvocare se necessario. Il futuro dei plenum in Bosnia dipende in parte dal loro successo. Qualche vittoria è già stata conseguita: ad esempio, a Tuzla i politici hanno ceduto di fronte alla rivendicazione del plenum, rinunciando a una parte dei loro privilegi (un anno di stipendio dopo aver lasciato l’incarico). Resta comunque difficile pretendere che vi sia per sempre una massiccia presenza alle assemblee. La gente ha i propri centri di interesse e deve pur sempre continuare a lavorare per vivere (se si è abbastanza fortunati da avercelo un lavoro, visto che il tasso di disoccupazione è al 45%). Non si può davvero pretendere che una persona, dopo 8 ore (o più) di lavoro giornaliero impieghi anche qualche altra ora in assemblea (se vogliamo davvero raggiungere un determinato grado di democrazia diretta, occorrerà naturalmente strappare una riduzione dell’orario lavorativo). Inoltre, non è realistico pensare che tutti potranno decidere tutto, in qualsiasi momento. Il problema chiave è che una democrazia diretta deve dare a tutti la possibilità di decidere direttamente alcune questioni (se è quello che vogliono fare). Si dovrebbe dunque potere, in teoria, votare tutto direttamente, ma nella pratica lo si farà solo quando si vorrà, o se ci saranno importanti decisioni da prendere.
Nella democrazia rappresentativa borghese, in genere, è impossibile (eccezioni come la Svizzera, che pratica frequenti referendum, sono piuttosto rare), perché a prendere la maggior parte delle decisioni sono rappresentanti eletti che fanno grosso modo quello che vogliono nel corso del loro mandato. In un sistema di democrazia diretta, la differenza sta soprattutto nel fatto che i rappresentanti eletti non possono realmente fare quel che vogliono, o prendere le decisioni a proprio piacimento (tranne decisioni marginali o tecniche, sugli affari correnti), ma devono agire in base a mandati imperativi, vale a dire a decisioni generali prese dall’assemblea e che non possono che applicare per quello che sono. Questi “rappresentanti” dovrebbero essere piuttosto una sorta di amministratori revocabili in qualsiasi momento (di nuovo, per decisione dell’assemblea generale, per referendum o altro strumento di democrazia diretta) se la gente non ne approva il lavoro. Quante decisioni sarebbero lasciate al “pilota automatico amministrativo” (se fossimo contenti del suo lavoro) e quante verrebbero assunte da tutti a livello locale, delle città, delle regioni e del paese, è una questione di scelta, di circostanze concrete e di necessità politiche.
Il plenum dovrebbe forse essere istituzionalizzato?
L’origine della legittimità politica delle assemblee generali è chiara. È il semplice fatto che tutte le persone sono insieme, in assemblee completamente aperte, dove tutti possono parlare e votare alle stesse condizioni per decidere della propria vita. Il plenum quindi non richiede la legittimazione di chicchessia, se la prende e basta. Attualmente, i plenum di Bosnia-Erzegovina non hanno potere legale ufficiale, ma la loro influenza sta soprattutto nella paura del governo che sprezzarne le rivendicazioni possa indurre a proteste violente, che metterebbero a fuoco gli edifici governativi in tutto il paese.
La grande questione resta quella di sapere se i plenum riusciranno a superare quello che sono per il momento (il corpo organizzato della protesta), per diventare strutture permanenti di decisione politica. Riusciranno a continuare a funzionare dopo la protesta? Altro problema è sapere se il loro futuro funzionamento potenziale sarà informale (come è ora), come una sorta di struttura politica parallela non ufficiale che articola gli interessi dei “99%”, o se diventeranno una sorta di struttura politica ufficiale e legale (il che per ora sembra poco probabile). Molta gente è entusiasta dei plenum in Bosnia-Erzegovina e vi partecipa quotidianamente. Comunque non sembra esservi richiesta di un riconoscimento ufficiale dei plenum attraverso la legge o perche sia assegnato loro un potere istituzionale (per non parlare del mancato appello a plenum organizzati sui luoghi di lavoro).
Al di là delle rivendicazioni di democrazia diretta in forma generale (senza entrare nel dettaglio del modo in cui dovrebbe funzionare), sarebbe bene che i plenum di Bosnia-Erzegovina si sviluppassero oltre il livello locale (sotto il livello dei plenum che esistono attualmente nelle città e nei cantoni) e al di là del livello dello Stato (al di sopra del livello che c’è attualmente nelle città e nei cantoni). Non c’è bisogno di precipitare prematuramente le cose, perché i plenum sono ancora una novità politica. Ma potremmo comunque cominciare a prendere in considerazione il modo di organizzare localmente le assemblee generali (al livello delle comunità locali, dei comuni, dei distretti, ecc.), a coordinarli al livello delle città e dei cantoni e a sostituire i plenum delle città unificate, attualmente esistenti ma non veramente rappresentativi).
Naturalmente il problema è quello della fattibilità di questi plenum più piccoli. È molto probabile che non vi sia abbastanza interesse a partecipare a plenum più piccoli e locali, e quindi occorrerebbe forse continuare a cercare di organizzarli in attesa che nasca dal basso un interesse organico per questi. Il passo successivo sarebbe cercare di coordinare e anche di federare se possibile i plenum a livello di tutto il paese. Come già detto, ci sono tentativi in corso per cercare di coordinare tutti i plenum cittadini o cantonali già esistenti, il che è realmente un importante punto di partenza. Evidentemente, una cosa di questa portata non si potrà realizzare in un paio di giorni e sarà comunque complicata. La “democrazia assembleare” sarà chiaramente complicata, a livello sia locale sia centrale, così come anche il sistema rappresentativo è davvero complicato. Il sistema potrebbe funzionare in tanti modi diversi e in combinazione con altre forme di democrazia diretta, ad esempio referendum a vari livelli – di comuni locali o del paese nel suo complesso. È altrettanto chiaro che occorrerà fare parecchie esperienze per cercar di trovare il modo migliore di far funzionare questo genere di processo decisionale.
In ogni caso, se si vuole che i plenum della Bosnia-Erzegovina sopravvivano, questo genere di esperienze sembra indispensabile. Un modo per cominciare potrebbe essere per ora cercare di organizzare tanti più plenum locali possibili e tentare di abbozzare conclusioni comuni e/o obiettivi comuni per l’insieme del paese. Questo tipo di sistema dovrebbe affrontare discussioni locali su un certo numero di temi importanti e poi cercare di trovare conclusioni comuni e/o obiettivi comuni all’intero paese. Dovrebbe essere tutto fuorché perfetto, almeno all’inizio, ma sarebbe comunque più democratico di tutti i modelli di processo decisionale esistenti nella democrazia rappresentativa borghese (o nel parlamentarismo capitalista, come lo chiama Alain Badiou).
Comunque, non possiamo che sperare che un appello all’“istituzionalizzazione” dei plenum (o della democrazia diretta in genere) sia incluso nelle future rivendicazioni del movimento. Ovviamente, non c’è da essere neanche troppo ingenui od ottimisti, ma questo vale anche per il pessimismo sterile, da evitare. Per ora, uno degli esponenti dei protestatari di Tuzla ha dichiarato in un’intervista di non credere che i plenum possano funzionare a livello di tutto il paese, ma che è probabile che si possa trovare il modo, in futuro, di rendere ciascuno in grado di svolgere un ruolo analogo nel processo decisionale anche a livello dello Stato. In verità, tuttavia, la tecnica per questo esiste già e si chiama Internet, di cui si è già dimostrata l’importanza per organizzare finora la protesta e le assemblee.
Benché sia evidentemente impossibile dar vita con Internet alla possibilità per tutto il paese di partecipare a una gigantesca assemblea generale (che sarebbe comunque ingestibile), può comunque aiutare a coordinare plenum separati ad ogni livello. Con la tecnologia di cui ora disponiamo, non è necessario inviare le decisioni dei plenum tramite corrieri o delegati come accadeva nella Russia del 1917 o in Catalogna nel 1936. Internet può aiutarci nel prendere decisioni referendarie. Se è già possibile organizzare “e-voting” nel quadro della democrazia rappresentativa borghese, e si possono trasferire in tutta sicurezza i dati da un fondo bancario all’altro, perché sarebbe impossibile votare per “e-referendum” e coordinare democraticamente le domande e le decisioni delle assemblee generali dei vari livelli via Internet?
Inutile dire che non occorre neanche tuffarsi nel feticismo ideologico, ma è ridicolo muoversi come se fossimo ancora nel 1871. Se vincono le forze antisistema, dovranno essere più moderne di quanto non sia stato il potere vigente.
Ormai la tecnologia c’è, il problema sta nel modo in cui la si utilizza per rendere più democratica la nostra società. Naturalmente, uno dei problemi più grossi da risolvere sarà quello di gestire coloro che vogliono approfittare della situazione attuale, vale a dire l’oligarchia politica e capitalistica. La democrazia diretta deve di certo contrapporsi frontalmente a tutti gli interessi materiali privati ed è indubbio che questi resisteranno con forza (e già lo stanno facendo).
Democrazia diretta e capitalismo
È chiaro che la democrazia diretta non è un fine in sé. La lotta per una società più democratica è necessariamente legata a quella per l’equità e la giustizia sociale (tra le altre), e alla lotta anticapitalista. Avere soltanto un sistema di democrazia, ma con i beni, le risorse e i mezzi di comunicazione ancora nelle mani della classe capitalista e l’egemonia liberista ancora intatta non consentirebbe di arrivare a un cambiamento effettivo. Così come la “democrazia” che abbiamo ora è pervertita e subordinata ai bisogni di conservazione dello statu quo, anche la democrazia diretta potrebbe essere sviata. Lo si può vedere nei casi della Svizzera e della California, che organizzano regolarmente referendum, ma in cui gli interessi del capitalismo sono ancora saldamente protetti grazie all’appropriazione da parte sua dei principali mezzi di comunicazione di massa e grazie alle risorse indispensabili per fare campagne che influenzino il grande pubblico, ecc. Si può prendere ad esempio il referendum durante il quale i californiani hanno deciso di votare “no” al’etichettatura degli Ogm nel 2012 (voto cui ha largamente contribuito la campagna per il “no” pagata 45 milioni di dollari dalla Monsanto), o il voto contro la limitazione dei livelli salariali in Svizzera nel 2013 (anche lì, grazie a una feroce campagna finanziata dall’“1%”).
Il capitalismo, che per definizione non è che corruzione legale, è incompatibile con una vera democrazia. Anche la conservazione di una società non-capitalista, come dimostrano le esperienze del socialismo reale nel XX secolo, è impossibile senza una sorta di democrazia (diretta) che sia in grado di prevenire l’accentramento del potere – così come è impossibile avere una società non capitalista in un paese solo. Per questo, la lotta per la democrazia diretta deve necessariamente essere connessa all’anticapitalismo, e le assemblee generali non andrebbero rivendicate solo per le città i comuni e il paese, ma anche per le imprese, le fabbriche e gli uffici.
Naturalmente, in Bosnia-Erzegovina il problema è che la ribellione non è dichiaratamente anticapitalista. Vi sono presenti molti sentimenti inconsapevolmente e spontaneamente anticapitalisti (ad esempio nei dibattiti sulle privatizzazioni), ma si è ancora ben lungi dal costituire un movimento anticapitalista cosciente. Al tempo stesso, questo non vuol dire che battersi per la democrazia diretta in Bosnia-Erzegovina sia una perdita di tempo, perché le pratiche di democrazia diretta sono per loro stessa essenza parte di una lotta più vasta e anticapitalista.
È inutile precisare che non possiamo predire il futuro. Solo due settimane fa era impossibile immaginare che assemblee generali sarebbero emerse in tuta la Bosnia-Erzegovina. Per il momento, è assolutamente irrealistico aspettarsi qualsiasi rapido sviluppo di una stabile infrastruttura politica basata sulle assemblee generali, una specie di democrazia dei plenum (sia pure informale) in Bosnia-Erzegovina. Ma non c’è bisogno di precipitare le cose. L’approfondirsi del processo democratico potrebbe vederlo evolvere in una lotta per la giustizia economica e sociale. Allo stesso modo, lo sviluppo dei plenum non significa che vadano trascurate altre forme di organizzazione (ad esempio sindacati combattivi e altre diverse forme di iniziative antisistema informali, o gli stessi partiti anticapitalisti).
In ogni caso, anche se in questo momento in Bosnia-Erzegovina tutto si dovesse fermare, abbiamo realizzato parecchie cose. Bisogna ricordarsi che i maggiori cambiamenti sociali e politici non avvengono in un giorno e che le reali trasformazioni progressiste sono sempre difficili e scomposte, con molti passi falsi, tentativi ed errori. Tuttavia, in ogni caso, la sinistra internazionale deve prestare particolare attenzione a questo paese, perché vi stanno accadendo cose di grande importanza. Cose che non sono importanti soltanto per i cittadini del paese e dell’area, ma per il mondo stesso – come fonte d’ispirazione e per capire come dobbiamo batterci per un mondo migliore.
[i]Docente presso l’Università di Zagabria (Croazia) e militante politico di sinistra. L’articolo è uscito in inglese nel sito http://roarmag.org, La traduzione dalla versione francese di Inprecor è di Titti Pierini,