Sulla questione salariale

Una riflessione in preparazione del seminario “Il Capitale: istruzioni per l’uso“, terzo incontro: “Salario o reddito?”, che si terrà venerdì 21 febbraio alle 18,45 in via dei Latini, 73  a Roma.

di Olmo Dalcò

L’essenza del modo di produzione capitalistico è data dalla trasformazione del lavoro in lavoro salariato e, contemporaneamente, del denaro in capitale. La vendita della forza-lavoro al capitale corrisponde alla trasformazione del lavoro astratto non-merce in lavoro salariato come merce. La forza-lavoro, come merce, si distingue dal lavoro astratto. Questa è una distinzione fondamentale del modo di produzione capitalistico, troppo spesso equivocata. A partire da qui si rinviene la separazione del lavoro, e del suo valore, in lavoro pagato e lavoro non pagato, e quindi l’origine sociale del profitto. Il lavoro pagato corrisponde al valore della forza-lavoro (e non del lavoro), il lavoro non pagato al plusvalore del capitalista. La forza-lavoro viene remunerata solo per il lavoro socialmente necessario alla sua sussistenza, secondo il tenore di vita tradizionale, ma non per il lavoro vivo che viene effettivamente consumato dal capitalista, il quale, di conseguenza, si appropria dell’eccedenza del lavoro; il lavoratore viene pagato per il suo valore, non già per il suo valore d’uso. La misura della grandezza del valore è data da un orologio: alcune ore di lavoro squillano per la propria sussistenza, le altre ore di lavoro per l’appropriazione capitalista. Questa è la sostanza dello sfruttamento, su un piano scientifico e non moralista.

Il salario rappresenta la forma monetaria del valore della forza-lavoro, cioè il prezzo della forza-lavoro, mentre il profitto rappresenta la forma monetaria del plusvalore. Nella statica comparata, all’aumentare del salario diminuisce il profitto in una relazione banalmente inversa, proprio in virtù dell’appropriazione gratuita di lavoro altrui come eccedenza. Anche nella formulazione inversa tra salario e profitto si cela la sostanza della dialettica sociale antagonista tra lavoro necessario e pluslavoro, ossia della lotta di classe. Il salario, in virtù della forma monetaria, è già reddito, il quale, a differenza, del valore, si muove nella distribuzione e non più nella produzione; allo stesso modo il denaro è già inteso in forma reddituale destinata alla circolazione e non più nella forma del capitale variabileanticipato dal capitalista per la valorizzazione. L’esistenza del salario è nella sfera della circolazione, mentre l’essenza del valore della forza-lavoro è nella produzione. A chi sostiene che il salario sia una variabile indipendente, occorre ribadire che esso innanzitutto è dipendente dalle condizioni dell’accumulazione, in secondo luogo è piuttosto dato anziché variabile, nel senso che il livello salariale oscilla e varia attorno al livello minimo della sussistenza necessaria storico-sociale. Solo la lotta di classe può rendere il salario un elemento di rottura, ben sapendo che la tendenza capitalistica è quella della riduzione crescente della quota dei salari rispetto alla quota dei profitti.

L’indagine sul salario è già dapprincipio intrisa di illusione monetaria. Esiste, pertanto, un’articolazione molteplice del salario ed è, allora, a questa variegata determinazione concretache occorre concentrare l’attenzione. Bisogna distinguere tra salario nominale, salario reale, salario materiale e salario relativo. Il salario nominale è fisso nella determinazione monetaria; ne segue che all’aumentare dei prezzi delle merci-salario diminuisce il potere d’acquisto. Il salario reale è considerato a parità di potere d’acquisto delle merci-salario; ne segue che al variare dei prezzi il salario nominale dovrebbe variare in modo da lasciare immutato il reale potere d’acquisto, anche se può comunque variare la composizione merceologica del salario di sussistenza. Il salario materiale è fisso nella composizione delle merci destinate alla sussistenza necessaria della forza-lavoro e rappresenta una forma particolare di salario reale. Il salario relativo, o proporzionale, rappresenta il rapporto tra la quota del valore scambiata alla forza-lavoro rispetto a quella che si appropria il capitalista.

La lotta per il salario minimo per legge corrisponde al perseguimento di un accrescimento del salario nominale, di sussistenza e quindi minimo per definizione. Esso è, tuttavia, un accrescimento apparente e transitorio sul piano del salario reale. Da un lato, non si tiene sufficientemente conto dell’intensità del lavoro e del logorio fisico, dall’altro l’incremento dei prezzi si tramuta facilmente in una svalutazione del salario reale. Al tempo stesso, la fissazione per legge non garantisce una lotta di classe adeguata come reazione alle azioni dei capitalisti. Il salario minimo per contrattazione collettiva rappresenta una forma superiore e maggiormente adeguata alla lotta di classe. Esso, tuttavia, non corregge, in egual maniera, i limiti propri della finalità nominale e monetaria. Generalmente, la lotta per il salario minimo finisce spesso con l’agevolare il compito ai capitalisti nel determinare il punto di riferimento del salario nominale effettivamente contrattato, minimo per definizione; non vi sarebbe conseguentemente alcuna conquista.

La lotta congiunta per accrescere il salario minimo e per la scala mobile dei salari persegue la finalità della tutela del potere d’acquisto e del salario reale. La scala mobile dei salari è necessaria al fine di garantire la fissità del salario reale e rappresenta un livello superiore della lotta di classe; tuttavia, anche questa mostra i suoi limiti rispetto al diritto di disporre di determinate categorie di merci; al tempo stesso, non tiene conto della sperequazione crescente imposta dal capitale attraverso il processo di accumulazione intensificato dalla crescita della produttività sociale del lavoro, per cui a parità di salario reale si accresce la quota di valore destinata al profitto. In altre parole, si accresce la diseguaglianza imposta dal capitale.

La lotta per tariffe e prezzi amministrati, assieme alle lotte precedenti -accrescere il salario minimo, la scala mobile dei salari, indicizzati all’inflazione non media ma piuttosto al paniere della composizione di merci-salario-, in altre parole la lotta per il salario sociale, persegue la finalità del salario materiale, forma determinata del salario reale. Il salario sociale è una forma superiore di lotta di classe, adeguata a resistere sul piano della accessibilità e disponibilità di merci-salario. La trasformazione di merci in beni-salario è una forma di lotta che contiene in sé un implicito superamento della produzione capitalistica di merci, affermando una embrionale forma di pianificazione finalizzata al valore d’uso rispetto alla forma di valore propria della merce capitalistica. Di qui, il diritto all’istruzione, alla salute, ai trasporti pubblici, all’acqua, ecc. Ciò nonostante, la finalità del salario materiale nulla garantisce in proposito alla sperequazione tra salari e profitti propria dell’accumulazione capitalistica. I salari relativi diminuiscono anche garantendo un salario sociale alla classe lavoratrice.

La lotta per una legge che determina il rapporto tra remunerazione massima, in qualsiasi forma reddituale –profitto, interesse, guadagno d’imprenditore- e remunerazione minima costituisce una forma di perseguimento della finalità del salario relativo. L’accrescimento della quota dei profitti, e non del saggio di profitto, proprio della tendenza crescente della produttività sociale del lavoro, non è più possibile; all’aumentare della massa di profitto deve per legge crescere la massa salariale. Inoltre, la lotta per la riduzione della giornata lavorativa a parità di salario materiale e di intensità di lavoro rappresenta una forma di accrescimento del salario relativo, ossia della quota dei salari rispetto alla quota dei profitti, dal punto di vista della classe lavoratrice complessiva, attratta o repulsa dalla produzione capitalistica. La lotta per il salario relativo è la forma superiore di lotta di classe, e, a sua volta, la lotta per la riduzione della giornata lavorativa ne costituisce la forma suprema.

La lotta per la riduzione della giornata lavorativa immediatamente si pone sul piano della forza-lavoro complessiva; ciò nonostante, ogni rivendicazione sociale, salario sociale e salario relativo, si pone allo stesso modo per l’intera classe lavoratrice e non potrebbe essere altrimenti. Non esiste alcuna differenza tra soldati salariati e esercito di riserva nella caserma del capitale, compreso quando si parla della questione salariale. E’ il capitale che ha interesse a frammentare e contrapporre affermando identità separate. Sul piano della dialettica queste parti si uniscono come totalità differenziata, non rimangono contrapposte nella loro distinzione. Le tesi sociologiche delle due società, dagli
oltremarxisti sino ai parvenu grillini, non fanno altro che affermare ciò che il capitale vuole sentirsi dire, indebolendo la classe lavoratrice e rafforzando il capitale secondo il più classico divide et impera. L’esercito di riserva lotta per la stessa guerra dei soldati nel campo di battaglia; la questione salariale è una, e si unisce compenetrando le parti.

Rivendicare il salario sociale vale per la forza-lavoro nella sua complessità, per i disoccupati come per i lavoratori dipendenti. La rivendicazione del reddito minimo di cittadinanza, oltre ad avere gli stessi limiti del salario minimo, è l’opposto del salario sociale e vi si contrappone sotto un duplice punto di vista: da un lato attenendosi ad una cittadinanza indifferenziata non si pone sul piano di classe della forza-lavoro, ma piuttosto si allarga ad una indistinta moltitudine; dall’altro lato essa si restringe a chi si trova momentaneamente fuori dal processo produttivo. Le conseguenze sono che: da un lato essa favorisce una redistribuzione al contrario, per mezzo della fiscalità generale che penalizza i lavoratori, all’indirizzo di una moltitudine, che comprende anche la borghesia; dall’altro essa contrappone i cosiddetti insiders ai cosiddetti outsiders, distruggendo in modo delinquente la coscienza di classe come fosse una guerra tra poveri degli ultimi contro i penultimi.

Il programma di transizione si fonda sulla scala mobile dell’orario di lavoro e sulla requisizione della proprietà capitalistica per mezzo dell’accrescimento del salario relativo; il programma minimo di classe si pone, di solito, sul piano della lotta per il salario sociale; il programma minimo del salario minimo si pone immediatamente nella sua piena e radicale fragilità di fronte all’aggressione borghese; rende, cioè, il carattere transeunte di tutte le conquiste sociali nel modo di produzione capitalistico formale oltre che sostanziale, agevolando e accelerando la capitolazione immediatamente successiva della forza-lavoro nei confronti del capitale.

Il programma di transizione della Quarta Internazione vi ha felicemente incluso la lotta per il salario relativo, sia nella forma della riduzione dell’orario di lavoro, sia nella forma della legge sul rapporto tra remunerazione massima e minima. E’, quest’ultima, una forma, non nuova, ma poco esplorata nella sinistra popolare e di classe; fermo restando il limite intrinseco di qualsivoglia lotta e conquista sociale che non può prescindere dalla considerazione ultima che qualsiasi vittoria è sostanzialmente transitoria nel modo di produzione capitalistico, eccetto una -quella del suo definitivo abbattimento, cioè l’eliminazione del lavoro come lavoro salariato e del denaro come capitale-. A questo punto facciamo parlare Marx.

Il prezzo in denaro del lavoro, il salario nominale, non coincide quindi con il salario reale, cioè con la quantità di merci che vengono effettivamente date in cambio del salario. Ma né il salario nominale, cioè la somma di denaro con la quale l’operaio si vende al capitalista, né il salario reale, cioè la quantità di merci ch’egli può comperare con questo denaro, esauriscono i rapporti contenuti nel salario. Innanzitutto il salario è determinato anche dal suo rapporto col guadagno, col profitto del capitalista. Questo è il salario proporzionale, relativo… Il salario reale esprime il prezzo del lavoro in rapporto al prezzo delle altre merci, il salario relativo, invece, esprime la parte del valore nuovamente creato che spetta al lavoro immediato, in confronto con la parte che spetta al lavoro accumulato, al capitale. [Marx, LS&C]

Il salario non è una partecipazione dell’operaio alla merce da lui prodotta. Il salario è quella parte di merce, già preesistente, con la quale il capitalista si compera una determinata forza-lavoro produttiva. Il prezzo di vendita della merce prodotta dall’operaio si suddivide per il capitalista in tre parti: primo, la reintegrazione del prezzo delle materie prime da lui anticipate e del logorio degli strumenti, macchine e altri mezzi di lavoro ugualmente anticipati da lui; secondo, la reintegrazione del salario da lui anticipato; terzo, un’eccedenza, il profitto del capitalista. Mentre la prima parte reintegra soltanto dei valori preesistenti, è evidente che tanto la reintegrazione del salario quanto l’eccedenza di profitto del capitalista vengono tratti, grosso modo, dal nuovo valore creato dal lavoro dell’operaio, e aggiunto alle materie prime. In questo senso, per confrontarli tra loro, possiamo considerare tanto il salario quanto il profitto come partecipazione al prodotto dell’operaio. [Marx, LS&C]

Il salario reale può restare immutato, anzi può anche aumentare, e ciononostante il salario relativo può diminuire… Noi vediamo dunque che, anche se rimaniamo nel quadro dei rapporti tra capitale e lavoro salariato, gli interessi del capitale e quelli del lavoro sono diametralmente opposti… Il salario relativo può diminuire anche se il salario reale sale assieme al salario nominale, cioè assieme al valore monetario del lavoro, a condizione che esso non salga nella stessa proporzione che il profitto. Se, per esempio, in epoche di buoni affari il salario aumenta del 5 per cento mentre il profitto aumenta del 30 per cento, il salario proporzionale, relativo, non è aumentato, ma diminuito… [Marx, LS&C]

Anche la situazione più favorevole per la classe operaia, un aumento quanto più rapido del capitale, per quanto possa migliorare la vita materiale dell’operaio non elimina il contrasto fra i suoi interessi e gli interessi del borghese, gli interessi del capitalista. Profitto e salario stanno, dopo come prima, in proporzione inversa. [Marx, LS&C] Nello stesso tempo la classe operaia non deve esagerare a se stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro la causa di questi effetti, che essa può soltanto frenare il movimento discendente [del salario], ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. [Marx, SPP]