Fiscal Compact, Troika e privatizzazioni: nuovi pericoli per i lavoratori italiani ed europei

Contributo di Manuel M. Buccarella Sinistra Anticapitalista Lecce

No alla vendita delle aziende pubbliche. Servizi pubblici e di qualità per tutte e tutti. Nazionalizzazione di Ilva e Fiat. Difendiamo il lavoro, l'occupazione e i servizi.

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In questi giorni il commissario Ue agli affari economici, Olli Rehn, ha ribadito l’invito all’Italia ad accelerare le riforme, soprattutto in tema di lavoro e privatizzazioni. Dalla partita privatizzazioni e riforma del mercato del lavoro la Commissione Ue si attende la produzione di risorse economiche necessarie ad attenuare il peso del debito pubblico, con l’auspicio, per il governo Letta, che la stessa Commissione autorizzi entro fine febbraio il nostro Paese a spendere almeno 3 miliardi di euro in investimenti pubblici produttivi, da destinare cioè alla “crescita”.

 

 

1. Il ruolo di Poste Italiane e Cassa Depositi e Prestiti nell’economia italiana

 

 

Quanto alle privatizzazioni, queste vanno lette, purtroppo, come vere e proprie dismissioni di aziende in mano pubblica o di loro consistenti quote (il 40 percento, per ora, di Poste Italiane S.p.A., ed il 49 percento di Enav S.p.A.), ad un prezzo penalizzante per lo Stato e, dunque per la collettività. Dall’alienazione del 40 percento di Poste Italiane (quota valutata tra i dieci ed i dodici miliardi di euro), il governo si attende di incassare appena tra i quattro ed i 4,8 miliardi; il 49 percento di Enav è stato valutato invece 1,8-2 miliardi di euro, a fronte di un controvalore atteso pari ad un miliardo di euro. Insomma Letta e Saccomanni si stanno preparando ai saldi di fine stagione, offrendo su di un piatto di argento ai privati aziende in buona salute, come le Poste, e che prestano servizi pubblici essenziali, che bene farebbero, depurati di inefficienze e corruttele, a continuare ad essere gestite dalla mano pubblica. Per di più, e non a caso, l’art. 43 della Costituzione Italiana dispone che, “a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire (…) allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese,che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

 

Non va sottaciuto, inoltre, che Poste Italiane, con il denaro raccolto dalle varie filiali ed agenzie sparse su tutto il territorio nazionale, va a costituire una consistente dotazione in favore di Cassa Depositi e Prestiti, che controlla direttamente o per conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, società strategiche per l’economia del Belpaese, come le stesse Poste Italiane.CDP è azionista di riferimento del Fondo Strategico Italiano (FSI) che opera acquisendo quote di imprese di “rilevante interesse nazionale”, in equilibrio economico-finanziario e con prospettive significative di redditività e di sviluppo. CDP è inoltre il principale azionista di ENI SpaTERNA Spa e SNAM Spa. Possiede il 100% di SACE Spa, il 76% di SIMEST spa, il 100% di FINTECNA Spa. Cassa Depositi e Prestiti utilizza la raccolta postale per finanziare le società partecipate e per sostenere la crescita del Paese: finanzia parte consistente degli investimenti delle Pubbliche Amministrazioni, come i mutui contratti a condizioni agevolate dagli enti locali, mette a disposizione del sistema bancario la provvista necessaria per concedere finanziamenti a condizioni migliori rispetto a quelle di mercato per famiglie ed imprese; circostanza quest’ultima di non poco momento, considerato che in questi ultimi anni le banche hanno praticamente chiuso i rubinetti del credito (credit crunch), per cui parte significativa dei finanziamenti erogati dagli intermediari attinge dalla provvista Cdp. Ciò fa comprendere ancor di più, ove ve ne fosse bisogno, quale disastro costituirebbe per l’Italia ed i lavoratori la privatizzazione di Poste Italiane!

 

Saccomanni dice di voler privatizzare le Poste per ridurre il debito pubblico, mentre è evidente come il debito pubblico sia solo l’alibi per permettere la privatizzazione di un servizio pubblico universale. La vendita del 40% di Poste Italiane porterebbe infatti il debito pubblico da 2.068 a 2.064 miliardi, e nel contempo eliminerebbe un’entrata annuale stabile di almeno 400 milioni/anno (essendo l’utile di Poste Italiane pari a 1 mld) (Marco Bersani, Lo smantellamento del servizio postale per quattro soldi, http://comune-info.net/2014/01/il-postino-smettera-di-sunare/).

 

 

2. Il Fiscal Compact

 

 

Le prossime aziende che aspettano di essere privatizzate sono Grandi Stazioni S.p.A., Eni S.p.A., Sace S.p.A., Stm S.p.A., Fincantieri S.p.A. Se pensiamo all’importanza ed al fatturato di imprese come Eni, Fincantieri, Stm, ci rendiamo facilmente conto di quali e quanti rischi stiano correndo l’Italia ed i lavoratori italiani a causa della Troika (Commissione Ue, Bce, Fondo Monetario internazionale) e delle politiche di austerity imposte.

 

Il punto è che quando Olli Rehn parla, ovvero “ribadisce un invito”, significa che comanda e sta dettando delle istruzioni praticamente vincolanti. Tale condizione non dipende da una qualche particolare autorevolezza della persona, quanto dal Patto di bilancio europeo o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, conosciuto anche con l’anglicismo Fiscal compact. Trattasi di un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 stati membri dell’Unione europea, entrato in vigore il 1º gennaio 2013. Il patto contiene una serie di regole, chiamate “regole d’oro”, che sono vincolanti nell’UE per il principio dell’equilibrio di bilancio. Ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, tutti gli Stati membri dell’Unione Europea hanno firmato il trattato.

 

Nel 1997 i paesi aderenti all’UE avevano adottato regole (Patto di stabilità e crescita) che avrebbero regolato i criteri di bilancio pubblico all’indomani dell’introduzione dell’euro. Tale accordo era stato raggiunto con l’idea che la partecipazione all’Unione monetaria avrebbe contenuto i costi di indebitamento e, di conseguenza, la possibilità di finanziare il deficit faceva emergere il problema di porre un limite ai disavanzi tra gli Stati. L’accordo poneva quindi limiti al deficit (entro un massimale del 3%) e alla percentuale di indebitamento sul Pil (che doveva rimanere nel limite del 60%), anche se quest’ultima non era imposta come vincolante al pari della prima.

 

Nella primavera 2010 la Germania spinse gli altri Stati membri ad inasprire le regole sul raggiungimento del pareggio di bilancio: questo comportò una rigorosissima applicazione del requisito riguardante il rapporto deficit/PIL inferiore al 3%. Nel febbraio 2011 la Germania e la Francia proposero il Patto di competitività, volto a rafforzare il coordinamento economico nella zona euro; tale proposta è stata approvata anche dalla Spagna.

 

Il 9 dicembre 2011, nel Consiglio europeo, tutti i 17 membri della zona euro hanno concordato le linee fondamentali del Trattato di stabilità fiscale che irrigidisce i parametri riguardanti il rapporto deficit/PIL e quello debito/PIL. Il 30 gennaio 2012 il Consiglio Europeo, con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, ha approvato il nuovo patto fiscale.

 

L’accordo prevede per i paesi contraenti, secondo i parametri di Maastricht fissati dal Trattato CE, l’inserimento, in ciascun ordinamento statale (con norme di rango costituzionale, o comunque nella legislazione nazionale ordinaria), di diverse clausole o vincoli tra le quali:

 

1. l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3, c. 1),

 

2. l’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche

 

3. significativa riduzione del debito pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del 60% sul PIL nell’arco di un ventennio (artt. 3 e 4).

 

4. l’impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea (art. 6);

 

5. l’impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL e, per i paesi il cui debito pubblico è inferiore al 60% del PIL, l’1%;

 

6. l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità;

 

7. l’obbligo per ogni stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati.

 

 

3. Die Linke

 

 

Nella Repubblica Federale Tedesca, fortunatamente, le cose sono andate un po’ diversamente, grazie all’iniziativa di Die Linke che, presentando ricorso alla Corte Costituzionale Federale, ha ottenuto forti limitazioni alla vincolatività delle norme del fiscal compact nell’ordinamento e sul bilancio nazionale tedesco. La Corte, infatti, ha stabilito che il Bundestag non può mettere in atto procedure permanenti da cui derivi l’assunzione di responsabilità per le decisioni volontarie di altri Stati membri e che per la ratifica del patto di bilancio in Parlamento occorre la maggioranza dei due terzi, prevista per le leggi costituzionali. A settembre del 2013, inoltre, un’altra sentenza aveva stabilito che la gestione del bilancio da parte del Bundestag non può essere alienata a favore di alcuna istituzione europea. Evidentemente l’Italia, invece, è figlia di un Dio minore rispetto alla Germania.

 

 

4. Deficit e crescita economica

 

 

Il vincolo del 3 percento in tema di rapporto deficit/Pil non ha fondamento né giustificazione scientifica in termini di equilibrio del bilancio di uno Stato membro; fu individuato infatti da Francia e Germania in quanto corrispondente o prossimo al rapporto sussistente in quei Paesi all’atto della firma del Trattato di Maastricht nel 1992.

 

Molti sono gli economisti, soprattutto quelli di scuola keynesiana, che non concordano sui vincoli imposti dal patto di bilancio. premi Nobel per l’economia Kenneth ArrowPeter DiamondWilliam SharpeEric Maskin e Robert Solow, in un appello rivolto al presidente Obama (http://www.cbpp.org/files/7-19-11bud-pr-sig.pdf) hanno affermato che “inserire nella costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida”. Nell’appello si afferma che “anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché gli incrementi degli investimenti a elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo”.Si afferma inoltre che “un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessità, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza” (http://web.rifondazione.it/home/index.php/prima-pagina/4812-lappello-dei-premi-nobel-contro-il-pareggio-di-bilancio).

 

Critico anche l’economista e premio Nobel Paul Krugman, il quale ritiene che l’inserimento in costituzione del vincolo di pareggio del bilancio possa portare alla dissoluzione dello stato sociale (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/14/cinque-nobel-pareggio-bilancio-camicia-forza-economica-sbagliato-metterlo-nella/197071/). Si può altresì argomentare che è semmai l’aumento del debito pubblico a non impoverire le generazioni future, dal momento che maggiore spesa pubblica oggi comporta maggiori redditi disponibili e maggiore disponibilità per lasciti ereditari (Guglielmo Forges Davanzati, LE POLITICHE DI AUSTERITA’ E LA CRISI DELL’UNIONE MONETARIA EUROPEA: UNA PROSPETTIVA CRITICA). La spesa pubblica (all’estremo, anche se “improduttiva”) ha effetti espansivi per almeno due ragioni, ben note. In primo luogo, per l’attivarsi del meccanismo keynesiano stando al quale la spesa pubblica, accrescendo la domanda aggregata, accresce l’occupazione e la produzione, con effetti moltiplicativi. In secondo luogo, perché, in quanto amplia i mercati di sbocco, migliora le aspettative imprenditoriali e incentiva gli investimenti.privati(http://mesharpe.metapress.com/app/home/contribution.asp?referrer=parent&backto=issue,5,10;journal,16,43;linkingpublicationresults,1:109348,1).

 

“L’esperienza italiana degli ultimi decenni mostra che quanto più si è cercato di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL, tanto più questo rapporto è aumentato e tanto più – per decisioni puramente politiche – si è trasferito l’onere dell’aggiustamento sulle generazioni successive, in una spirale perversa che ha generato il progressivo inarrestabile impoverimento (in ordine di tempo) dei lavoratori, delle classi medie, delle piccole e medie imprese e, infine, della forza-lavoro giovanile. Ciò è accaduto sostanzialmente a ragione del fatto che si è cercato di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL esclusivamente riducendo la spesa pubblica e/o aumentando la tassazione. Ne è seguita la caduta della domanda e dell’occupazione, con conseguenti inevitabili effetti negativi sul tasso di crescita. La conseguente riduzione della base imponibile ha reso sempre più difficile reperire risorse per pagare il debito. Non si è trovata altra strada se non aumentare la pressione fiscale, peraltro rendendo sempre meno progressiva la tassazione e, dunque, facendo gravare l’onere sempre più sulle fasce di reddito più basse. In tal senso, dovrebbe essere ormai chiaro che è la riduzione del tasso di crescita ad accrescere il debito, non il contrario” (Guglielmo Forges Davanzati, cit.).

 

Altre soluzioni di politica economica sono percorribili, peraltro con maggiore efficacia. La c.d. “Abenomics” giapponese (http://keynesblog.com/2013/01/22/il-giappone-keynesiano-di-shinzo-abe/) – ovvero l’attuazione di un’aggressiva politica fiscale (e monetaria) espansiva, nell’ordine di 85 miliardi di euro come primo stanziamento, con una stima di crescita del 2% su base annua – costituisce la conferma più recente del fatto che il deficit spending può essere ancora considerato una strategia pienamente efficace almeno in funzione anti-ciclica.

 

A proposito di debito pubblico e politiche di emissione di titoli rappresentativi del debito pubblico, che l’accordo sul fiscal compact costringe nelle strette maglie della “collaborazione” dello Stato nazionale con Il Consiglio Ue e la Commissione Ue, Karl H. Marx così si esprimeva:“il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usuraio” (Karl H. Marx, 1980 [1867], Editori Riuniti, p.817).

 

Secondo Marx, l’emissione di titoli del debito pubblico produce un duplice effetto positivo per i capitalisti:

 

1) essa crea “una classe di gente oziosa, vivente di rendita”, favorendo una modalità di accumulazione basata sullo scambio di denaro contro denaro (D-D’) senza l’intermediazione del processo produttivo (D-M-D’). Essendo il salario fissato al livello di sussistenza, non si ammette che i lavoratori possano acquistare titoli di Stato.

 

2) al tempo stesso, i maggiori profitti derivanti dalla spesa pubblica mettono le imprese nella condizione – per loro favorevole – di essere meno dipendenti dal sistema bancario, ovvero di poter effettuare investimenti attingendo ai propri fondi interni. Inoltre, per Marx, escludendo l’eventualità che il debito possa essere monetizzato, il rimborso non può che avvenire mediante tassazione.

 

Si osservi che l’aumento della spesa pubblica (e del debito pubblico) accresce i profitti monetari, in assenza di aumento del saggio di plusvalore. Se ciò non produce effetti inflazionistici, il salario reale resta costante (Guglielmo Forges Davanzati, cit.).

 

 

5. Rapporti con la Costituzione Italiana

 

 

Se non formalmente, perlomeno nella sostanza le principali disposizioni contenute nel Fiscal Compact contraddicono, a parere di chi scrive, alcune fondamentali norme della Costituzione della Repubblica Italiana. In particolare vanno ravvisate frizioni con l’art. 11 Cost., che dispone quanto segue:L’Italia (…) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Siamo certi che le politiche comunitarie in tema di bilancio degli Stati membri rispondano all’esigenza di assicurare, in senso lato, la pace e la giustizia tra le Nazioni? Il fiscal compact ed i poteri attribuiti alla Commissione Ue ed alla Troika consentono, alla luce di quanto si sta verificando soprattutto nella periferia dell’Unione, pace e giustizia? Infine, l’incremento della base imponibile e delle imposte indirette, che colpiscono soprattutto i ceti medio-bassi, cui i diversi governi avvicendatisi negli ultimi anni hanno fatto ricorso nell’illusoria convinzione di ridurre il debito pubblico e dunque di riportare il rapporto deficit/Pil nell’alveo del 3 percento, non viola forse l’art. 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, per la conseguente erosione del reddito disponibile?