Contro l’Europa del Fiscal Compact, per un’alternativa politica e sociale. Risoluzione del CN di Sinistra Anticapitalista

Si è svolto lo scorso weekend il Coordinamento nazionale di Sinistra Anticapitalista con una ampia partecipazione nazionale ed una approfondita discussione che ha affrontato tre temi:

  • un primo bilancio delle campagne politiche ed organizzative decise in novembre;
  • lo sviluppo dei rapporti e delle attività comuni con le altre forze della sinistra anticapitalista in Europa, a partire dalla Grecia e dalla Francia;
  • la situazione politica e sociale in Europa e in Italia con uno specifico riferimento anche alle prossime elezioni europee.

Il Coordinamento prendendo atto dello sviluppo positivo della campagna di sottoscrizione in corso ha approvato una mozione politica complessiva e un ordine del giorno tematico sul centenario della prima guerra mondiale su cui è stata decisa una specifica campagna.

Leggi anche l’Ordine del giorno sul centenario della “Grande Guerra”

Risoluzione del Coordinamento nazionale del 18/19 gennaio 2014

La metaforfosi dell’Europa capitalista

Con la svolta neoliberale impressa negli anni Ottanta del Novecento dalla politica dell’amministrazione Reagan negli USA e, soprattutto, da quella del governo Thatcher in Gran Bretagna, l’orientamento e la stessa impostazione ideologica dell’Unione europea hanno cambiato di segno.

Negli anni 50 i primi tentativi di dare un volto comune ai differenti stati europei attraverso la fondazione della CEE avevano come scopo quello di tentare di sottrarre gli stati del vecchio continente alla totale subalternità all’imperialismo americano e di creare una massa critica sul piano economico e su quello politico capace di competere, come altro imperialismo, con quello USA, anche se, di fronte alla cosiddetta “minaccia sovietica”, restavano totalmente dipendenti dalla potenza militare statunitense.

Fu per tutti questi motivi e per fugare ogni possibile rinnovarsi di rischi di belligeranza (anche tenuto conto della incertezza dei confini post bellici, vedi il caso della Ruhr e dello stesso Sud Tirolo) con il trattato di Roma venne costituita nel 1957 la Comunità economica europea, attorno all’asse tra la Francia e la Germania.

Questa istituzione si caratterizzò subito per una marcata e voluta differenziazione politica e sociale non solo, ovviamente, nei confronti dei sistemi in vigore nell’Unione sovietica e negli stati satellite dell’Est Europa, ma anche nei confronti del modello statunitense, attraverso una sottolineatura della capacità di intervento pubblico in economia (necessario anche al fine di una ricostruzione dell’apparato produttivo che nessun singolo capitalista sarebbe stato in grado di garantire) e attraverso la sbandierata proposizione di un “modello europeo” di stato sociale, con forti tinte universalistiche e redistributive.

Si trattava di rispondere alla pressione e alle lotte di una classe lavoratrice sempre più forte, strutturalmente per l’aumento quantitativo e qualitativo legato allo sviluppo economico, politicamente per la formazione di sempre più numerosi quadri di avanguardia su posizioni di classe radicali.

L’obiettivo era anche quello di contrapporre al modello orientale una “società del benessere” fondata su un forte sviluppo economico, diffusi servizi sociali gratuiti (o quasi) e una discreta libertà democratica.

Questo modello non ha retto di fronte al venir meno delle condizioni su cui si era basato: il crollo del sistema sovietico non imponeva più i costi ingenti dello stato sociale e della democrazia, il rallentamento e poi l’inversione dello sviluppo economico spingeva la borghesia a sottrarre risorse all’intervento pubblico, l’inasprirsi della concorrenza internazionale esigeva un ferreo controllo sui costi e in particolare quello del lavoro, e, soprattutto, le prime sconfitte importanti del movimento dei lavoratori, al termine della grande ascesa degli anni 60 e 70, consentivano il prevalere e poi il dilagare all’interno delle classi dominanti delle correnti politiche e economiche più reazionarie e antipopolari.

L’Europa neoliberale

Fu in base a tutti questi fattori che l’impostazione politica e sociale di Reagan e di Thatcher cominciò a affermarsi in tutti i paesi europei conquistando in pochi anni tutti i settori determinanti delle classi dominanti.

Uno degli aspetti dell’ondata “neoliberale” era anche quello di puntare alla disintegrazione politica e organizzativa del movimento operaio. Utilizzando, però, metodi completamente diversi da quelli utilizzati negli anni ’30 del 900 dalle correnti e dai regimi di estrema destra.

Le correnti riformiste del movimento operaio (peraltro anche ideologicamente segnate dal crollo dei regimi dell’Est) non seppero resistere alla pressione ideologica del neoliberismo e ne furono, quale più quale meno, fortemente conquistate, con un abbandono più o meno marcato di ogni riferimento sociale di classe.

Anzi, visto che la vittoria del neoliberalismo portò sconvolgimenti significativi anche nelle formazioni politiche borghesi, costrette a dismettere le politiche assistenzialiste di un tempo, parecchi partiti di quello che fu il movimento operaio assunsero un ruolo cruciale nel gestire la svolta neoliberale. Il ruolo dei laburisti di Tony Blair e quello della corrente ex PCI in Italia possono essere considerati esemplificativi a questo proposito.

Questa svolta si intrecciò con l’impostazione ulteriormente moderata delle varie correnti del movimento sindacale, che, sempre meno pressate e condizionate dalla base, divennero in parecchi paesi portavoce tra le lavoratrici e i lavoratori delle istanze produttivistiche, di razionalizzazione e di taglio dei costi volute dal padronato.

Le conseguenze di questa svolta ovviamente sono costate e costano pesantemente alle classi lavoratici, delle quali sono state manomesse in pochi anni le più fondamentali conquiste sociali come i livelli di copertura previdenziale, i meccanismi di tutela dei salari, ogni possibilità di controllo sull’organizzazione del lavoro, ogni tutela contro gli arbitri padronali, gli strumenti di difesa del reddito in caso di disoccupazione, ecc. Sono cancellate conquiste ottenute con dure lotte nelle fasi di ascesa del movimento operaio e in particolare nel dopoguerra.

Oggi, a questa politica si sommano le conseguenze della crisi economica innescata nel 2008 dalle distorsioni del mercato finanziario, ma espressione delle contraddizioni di fondo dei meccanismi dell’accumulazione capitalista e l’utilizzazione che padronato e governi fanno di questa crisi.

Alla perdita di diritti e di tutele si somma sempre più la precarietà del lavoro e della vita, il dilagare della sottoccupazione e della disoccupazione, un’intensificazione dello sfruttamento.

Nonostante il disastro sociale da essa provocato e nonostante che anche la crisi dell’economia sia tutt’altro che avviata a miglioramento, le classi dominanti del continente, le loro istituzioni sovranazionali e comunitarie continuano pervicacemente a perseguire la loro politica, senza alcuna inflessione sul terreno della spesa pubblica né, tanto meno, su quello dell’intervento statale in economia. I governi nazionali applicano rigorosamente nei singoli paesi questa politica anche se, più esposti alla caduta di consenso, a volte sono costretti a fare aperture, ma solo formali, alla cosiddetta “crescita” e alla cosiddetta “equità”.

Il Fiscal Compact, la dizione utilizzata per indicare il “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria“, sottoscritto nel 2011 dall’Italia e da altri 24 paesi della UE, riassume ed esemplifica queste scelte che pretendono di prolungarsi nei decenni prossimi con ulteriori e devastanti iniziative di smantellamento di ogni politica sociale.

La possibilità di una vera ripresa economica e di una ripresa dell’occupazione è sempre più inverosimile. La voracità dei creditori dei debiti pubblici dei singoli stati drena ogni minima risorsa. E nonostante questo i debiti continuano a crescere attraverso il meccanismo perverso degli interessi.

La politica delle istituzioni comunitarie e della cosiddetta “troika”, utilizzando il debito accumulatosi nel corso di decenni, ma soprattutto la debolezza della risposta delle organizzazioni del movimento dei lavoratori, punta alla più ampia destrutturazione delle conquiste sociali, della spesa sociale, dei servizi pubblici (in particolare la sanità, la scuola, i trasporti pubblici) e dell’occupazione delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici, oltre che delle loro conquiste, mentre i padronato, sottoposto alla sfida della globalizzazione punta alla più forte riduzione di salari e diritti.

Nel frattempo, la caduta di consenso dovuta a queste politiche dichiaratamente antipopolari e la difficoltà a gestire politiche ulteriormente antipopolari con gli strumenti istituzionali creatisi durante il periodo del cosiddetto “compromesso” sociale premono sulle classi dominanti e sui loro governi spingendoli a modifiche costituzionali, istituzionali ed elettorali, per impedire la presenza nelle istituzioni delle minoranze critiche e per svuotare ulteriormente le istanze elettive e affidare i poteri a quelle esecutive, ferreamente controllate dalle forze politiche padronali.

Un’ulteriore offensiva delle forze padronali in Italia

In questo quadro di involuzione politica si colloca il progetto della nuova legge elettorale concordato tra il PD di Matteo Renzi e Forza Italia di Silvio Berlusconi, sotto la benedizione del presidente Napolitano e con il sostegno di quasi tutti i media.

Prosegue infatti lo smantellamento delle conquiste e dello stato sociale, coniugato con un’azione volta a creare le condizioni per riforme costituzionali e istituzionali con pesantissimi effetti antisociali e autoritari. Si tratta di una ulteriore svolta antidemocratica, di un progetto di gestione della cosa pubblica sempre più lontana da qualsiasi pressione popolare, egemonizzata da ristrette cerchie politiche; si vuole impedire l’accesso alla rappresentanza parlamentare delle forze della sinistra, di ridurre sempre più la scelta degli elettori a forze tra loro omogene su tutti i principali aspetti politici ed economici.

I diritti democratici garantiti dalla Costituzione si sgretolano ogni giorno di più sotto i colpi materiali inferti dalle scelte del padronato e dalle forze politiche che lo rappresentano.

Se le persistenti difficoltà delle classi dominanti a livello politico permangono, in ogni caso il governo Letta gestisce efficacemente le ricadute economiche delle misure prese dai governi precedenti (in particolare da quello di Monti). Continua l’azione di destrutturazione della sanità pubblica e di definanziamento della scuola, mentre si amplificano le minacce della spending review sulle lavoratrici e sui lavoratori del pubblico impiego e le conseguenti ricadute sui servizi che interessano tutte le cittadine e i cittadini.

Prosegue il deterioramento del quadro sindacale, con le principali organizzazioni confederali impegnate a seminare disillusione e rassegnazione nei posti di lavoro. Prosegue e si rafforza la convergenza tra i gruppi dirigenti di Cgil, Cisl e Uil con la Confindustria di Squinzi la quale riesce ad ottenere dal suo punto di vista risultati più efficaci di quelli che non erano riusciti ad ottenere i suoi predecessori, nel tentativo di far uscire la principale organizzazione padronale dalle difficoltà innescate dalla fuoriuscita della Fiat.

Le compagne e i compagni di Sinistra Anticapitalista iscritti alla Cgil sono in queste settimane impegnati a fondo nelle assemblee per il congresso confederale, a sostegno del documento “Il sindacato è un’altra cosa”.

La scelta del documento alternativo, fondata sul radicale dissenso rispetto a tutte le scelte recenti del gruppo dirigente di Susanna Camusso, trova in questi giorni una sua eclatante conferma nella valutazione e nel rifiuto del regolamento applicativo dell’accordo del 31 maggio. Tale accordo va respinto per motivi di merito e di metodo:

  • per il suo contenuto fortemente corporativo, in una gestione congiunta tra apparati confederali e Confindustria dell’accesso ai diritti sindacali, negati a chiunque non ne condivida integralmente l’impostazione, e per le misure fortemente penalizzanti e sanzionatorie nei confronti delle organizzazioni conflittuali e delle delegate e delegati che non si arrenderanno ad accettare gli accordi peggiorativi “in deroga”;

  • per la segretezza della trattativa che ne è alla base, che ha escluso dalla possibilità di esprimersi con una valutazione e con un voto tutte le lavoratrici e i lavoratori interessati.

Questo accordo conferma la natura erronea e perdente dell’impostazione “emendataria” adottata per il XVII Congresso Cgil dal gruppo dirigente della Fiom e da alcuni dei suoi alleati. Conferma altresì l’impostazione perdente e subalterna di tutte quelle forze come il PRC che non hanno voluto opporsi radicalmente alla politica del gruppo dirigente filo-PD della Cgil.

Il rifiuto dell’accordo del 10 gennaio dovrà essere certamente tra i contenuti da affermare in ogni caso durante la prossima campagna elettorale per le europee.

Costruire le resistenze e un movimento unitario

Nel corso dell’autunno si erano prodotte alcune importanti mobilitazioni a partire dalle giornate del 18 e 19 ottobre. Tuttavia la forza propulsiva di quelle giornate non è stata tale da aprire una stagione permanente di iniziative sociali e lotte via via più ampie e coordinate, come pure era nelle speranze e nei tentativi dei settori più combattivi e coscienti dei militanti sindacali.

La situazione che si presenta è ancora quella di un movimento dei lavoratori fortemente sulla difensiva in cui l’iniziativa è del tutto i mano all’avversario di classe, nonostante che in tanti luoghi di lavoro ci sia una forte tensione e che ci siano disponibilità alla mobilitazione di fronte alle tante provocazioni ed angherie padronali.

L’obiettivo della prossima fase resta quello di provare ad unire le diverse e sparse resistenze sociali, di allargare e sviluppare i contenuti delle lotte, di collegarle, di favorire al massimo la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, di combattere la rassegnazione attraverso l’autorganizzazione democratica dei movimenti sociali e di classe. E’ proprio questa dinamica di partecipazione e di unità delle lavoratrici e dei lavoratori che l’accordo del 10 gennaio vuole prevenire ed impedire. E’ su questo terreno quindi che si misurerà l’evoluzione dei rapporti di forza e la capacità delle correnti sindacali di classe e delle organizzazioni della sinistra, che vogliono interpretare fino in fondo le necessità delle lavoratrici e dei lavoratori, di non subire passivamente l’offensiva politica e sociale della borghesia e di costruire un vasto fronte unitario contro le politiche del governo e delle istituzioni capitaliste europee.

Gli obiettivi delle lotte sono semplici ed anche immediati: difendere i posti di lavoro, impedire la chiusura e la delocalizzazione delle aziende, redistribuire il lavoro, difendere il salario, garantire a tutti un reddito per poter vivere e infine difendere i servizi sociali pubblici che sono un elemento decisivo dell’unità e della qualità della vita delle classi lavoratrici. E’ questo il senso della nostra campagna politica anticapitalista che stiamo sviluppando nei luoghi di lavoro e nella società.

Dentro queste battaglie sociali collochiamo anche la necessaria iniziativa per contrastare le ulteriori controriforme istituzionali ed elettorali e il tentativo di imporre modelli politici basati su “un uomo solo al comando” sempre più autoritari e lontani dalle esigenze reali della popolazione.

Le elezioni europee e la campagna contro il fiscal compact

La scadenza delle elezioni europee costituisce una verifica cruciale di quanto sta avvenendo nel continente europeo dopo anni di crisi e di violente politiche austerità, degli effetti politici prodotti dalla crisi sociale e delle sue ripercussioni sui livelli di coscienza sulle classi lavoratrici e popolari.

Il rigetto delle politiche dell’Unione Europea e delle sue istituzioni da parte di larghi settori di massa di fronte ad una sempre maggiore consapevolezza della drammaticità della situazione e della totale incertezza del futuro, in mancanza di una risposta adeguata delle organizzazioni sindacali e della sinistra, spinge settori popolari alla deriva verso forze populiste di destra e/o direttamente fasciste. Importante è stata la prova di forza che l’estrema destra italiana ha tentato nel mese di dicembre scorso attorno alle manifestazioni dei cosiddetti “forconi”.

Al di là di quella che sarà la partecipazione al voto (anche l’astensione è una forma di espressione politica), le elezioni mostreranno pur nella loro forma distorta gli orientamenti e gli umori politici delle popolazioni europee.

La cosa peggiore che potrebbe succedere è che in campo si confrontino solo, da una parte, le opzioni delle classi dominanti e dall’altra le posizioni che in diverse forme ripropongono una soluzione “nazionale”. La prima punta alla difesa dei contenuti economici e politici espressi nei trattati europei e alla conseguente modifica storica dei rapporti di forza tra le classi, anche se mascherati da ipocriti discorsi “europeisti”. Questa posizione ha il convinto supporto di tutte le forze della “sinistra” moderata al di là delle vacue richieste di qualche modesta iniezione di misure sociali che comunque non metta in discussione le scelte neoliberiste di fondo. La seconda indica un ripiegamento sul vecchio modello nazionale, del tutto coerente con l’ispirazione reazionaria di alcune delle forze che sostengono questa opzione e su cui puntano a costruire la loro egemonia le forze fasciste e di estrema destra. Quanto alle correnti di sinistra anche radicale che vedono una soluzione nel ripiegamento nazionale, dobbiamo sottolineare le loro illusioni sulla possibilità che in un quadro diverso e più ristretto possano riproporsi politiche espansive e neokeynesiane e su una possibile convergenza con settori della borghesia nazionale nella speranza di riconquistare le posizioni perdute. Questa opzione punta alla impossibile salvezza del proprio proletariato “nazionale” e impedisce obiettivamente ogni azione di unità e di convergenza tra le classi lavoratrici dei vari paesi del continente. E’ un’opzione quindi non solo sbagliata ma che, in ogni caso, sarà perdente di fronte alla offensiva delle forze di destra (vedi anche Contro l’Europa dei padroni e dell’austerità, per l’Europa delle lavoratrici/tori, della democrazia e della giustizia sociale).

Per una lista alternativa, unitaria, plurale, dal basso

Noi pensiamo che anche in Italia, ma certo non solo in Italia, debba essere presente nella scadenza elettorale una lista alternativa a queste due posizioni.

Questa posizione di rigetto dell’austerità, dei vincoli e dei trattati, di denuncia dei disegni e degli obiettivi padronali, di rifiuto di alleanze con le forze social liberiste del PSE nella gestione della crisi, di indicazione della solidarietà e dell’unità delle classi lavoratrici contro il comune nemico, in primo luogo sul terreno sociale, nel sostegno alle lotte, nel rapporto materiale tra le lavoratrici e i lavoratori al di là delle frontiere, deve trovare un’espressione politica e anche elettorale. Una lista di sinistra vera deve servire a difendere queste proposte, ad esprimere la volontà di unità delle classi operaie del continente per un progetto alternativo di classe.

Per questo Sinistra anticapitalista propone a tutte le forze della sinistra disponibili di fare il massimo sforzo per costruire una lista che abbia queste caratteristiche. Ciò comporta due passaggi entrambi indispensabili: la volontà di unità di queste forze e quindi un accordo tra di esse, che respinga settarismi, veti e primogeniture e un percorso democratico dal basso che sappia coinvolgere vasti settori sociali e molti protagonisti dei movimenti parziali oggi in corso, nella definizione del programma, nella costruzione delle candidature e nella individuazione delle modalità della campagna da condurre.

Avremmo voluto che questa proposta uscisse da Ross@ ed ancora auspichiamo che questa aggregazione possa assumere un maggiore ruolo, ma in ogni caso Sinistra Anticapitalista si farà carico nelle prossime settimane di difendere questa prospettiva.

Se come auspichiamo queste condizioni si realizzeranno, la nostra organizzazione si propone di partecipare direttamente alla lista unitaria con suoi candidati. La presenza in lista di nostre/i compagne/i rafforzerà infatti la coalizione stessa e il nostro impegno e ruolo nella campagna.

In questi giorni molte forze e diverse figure sociali ed intellettuali propongono di costruire, intorno alla figura di Tsipras e nel riferimento al ruolo di Syriza in Grecia, una lista alternativa, se pure con molte diffidenze ed anche tentativi di esclusione. Noi vogliamo interloquire con queste proposte e vogliamo partecipare a una discussione aperta e a tutto campo. Verificheremo nel concreto se tutto questo, come speriamo, troverà una soluzione positiva e convergente con i criteri di fondo da noi espressi. Sulla base di questo dibattito e delle sue conclusioni Sinistra Anticapitalista assumerà una posizione definitiva sulla scadenza elettorale.

In questo quadro la nostra campagna di agitazione e di propaganda sui contenuti della difesa dell’occupazione, dei salari e delle garanzie di reddito per tutti, per la difesa dei servizi pubblici è più che mai collegata strettamente alla battaglia contro le scelte neoliberiste dell’Europa capitalista.

Daremo tutto il nostro apporto alla costruzione della manifestazione unitaria che si prospetta per aprile e realizzeremo una nostra assemblea pubblica nazionale con la partecipazione dei compagni francesi e greci al fine anche di valorizzare le nostre impostazioni programmatiche di fondo.

Infatti l’attività di Sinistra anticapitalista sia sul piano sociale che sul terreno elettorale avviene nel quadro dei nostri riferimenti internazionali consolidati della sinistra anticapitalista in Europa e dei comuni orientamenti politici strategici.

I circoli sono chiamati nella prossima fase a costruire dei momenti pubblici (assemblee, meeting) di presentazione delle nostre posizioni e proposte, verificando se sarà possibile avere in queste scadenze anche la presenza di compagne/i di altri paesi, a partire dalla Spagna e dalla Germania.

Le elezioni amministrative

Per quanto riguarda le elezioni amministrative che si svolgono in diverse città ed anche in alcune regioni (non escluso forse il Piemonte), il nostro orientamento è conseguente con quanto abbiamo sempre difeso, l’utilità di liste unitarie e plurali di sinistra, costruite in modo democratico dal basso, con chiare piattaforme non solo antiliberiste, ma anche anticapitaliste, che siano di totale alternativa ai principali schieramenti. I circoli locali lavoreranno in questa direzione e decideranno nel merito dei risultati raggiunti sulla loro partecipazione e sulle indicazioni di voto.

In alcune limitatissime situazioni si potrebbe porre anche la possibilità o la necessità di una lista diretta della nostra organizzazione.

La conferma dei nostri obiettivi politici/organizzativi

Il coordinamento nazionale, anche alla luce dell’ottima e articolata discussione sviluppata sull’attività di costruzione dei nostri circoli nelle diverse situazioni, conferma l’impegno di tutta l’organizzazione nel portare a termine positivamente la campagna di autofinanziamento che ha già dato lusinghieri risultati e che, con un ultimo sforzo, può permetterci di raggiungere l’obiettivo dei 30 mila euro e di sviluppare la campagna di adesione e tesseramento a Sinistra Anticapitalista.

Condivide la proposta di lavorare per la pubblicazione di una rivista teorica cartacea di approfondimento teorico e di battaglia delle idee attraverso una prima fase iniziale di realizzazione di due numeri monografici dedicati rispettivamente alla prima guerra mondiale e all’evoluzione teorica e politica del Pci nel secondo dopoguerra fino alla sua trasformazione in PDS e poi PD, costruendo le condizioni materiali ed intellettuali entro la fine dell’anno della sua edizione definitiva.

Sulla base del bilancio positivo dei primi numeri del giornale che abbiamo prodotto, decide di continuare la sua regolare pubblicazione coniugandola con volantini tematici di agitazione politica, accompagnandola su determinate tematiche o avvenimenti con manifesti a tiratura nazionale.

Conferma infine le scelte politiche ed organizzative espresse nelle voci di entrate e spese del bilancio preventivo del 2014, tra cui la realizzazione di due specifici seminari sull’ecosocialismo e sul femminismo, oltre che il tradizionale appuntamento seminariale di settembre.