Russia: intervista alla Pussy Riot Nadja Tolokonnikova due giorni dopo la sua liberazione

Intervista a Nadia Tolokonnikova condotta da Elena Servettaz per RFI (da Alencontre.org trad. di Gigi Viglino)

Nadja Tolokonnikova, in compagnia di Maria Alekhina, il 24 dicembre 2013 all'aeroporto di  Krasnoïarsk

Nadja Tolokonnikova, in compagnia di Maria Alekhina, il 24 dicembre 2013 all’aeroporto di Krasnoïarsk

Due giorni dopo la sua liberazione, Nadia Tolokonnikova, componente del gruppo contestatore Pussy Riot, esprime la sua determinazione a continuare la lotta per la difesa dei diritti dell’uomo in Russia. In un’intervista esclusiva a RFI – la prima concessa a un media francese – la giovane donna parla dei progetti che conta di realizzare con un’altra Pussy Riot, Maria Alekhina, anche’essa graziata lunedì 23 dicembre 2013.

Elena Servettaz: Nadia Tolokonnikova, oggi lei è libera, almeno fisicamente. Ma sente di essere realmente uscita dal campo di lavoro, o una parte di lei è rimasta internata? È forse per questa ragione che lei e Maria Alekhina non avete ancora visto i vostri bambini?

Nadia Tolokonnikova: È vero che non sento ancora una chiara frontiera tra me e il campo di lavoro. In realtà, mi sento responsabile per le persone che ho lasciato dietro di me. Mi ci vorrà del tempo per liberarmi di tutto questo.

Siamo decise a pagare entro qualche giorno il debito che abbiamo verso i prigionieri che restano. Maria e io abbiamo già discusso dei progetti futuri. Ma prima di tutto, giovedì rientreremo a Mosca dove infine rivedremo i nostri bambini.

ES: La vostra pena sarebbe comunque terminata tra qualche mese. Perché pensa che vi abbiano liberate tutte e due adesso? È l’avvicinarsi dei Giochi Olimpici, o forse quello del G8?

NT: Penso che sia per i Giochi Olimpici. Perché sui GO pesa la minaccia reale di un boicottaggio. Molti capi di Stato hanno già annunciato il loro rifiuto di essere presenti. Per contrastare il boicottaggio, il sistema ha deciso di dare prova di umanità.

Hanno dunque scelto di graziare delle persone alle quali non restava molto tempo da stare in prigione. In compenso, le persone che avrebbero veramente avuto bisogno di essere graziate sono rimaste dietro le sbarre.

ES: Pensa che la pressione internazionale possa fare reagire il regime russo?

NT: Penso che Vladimir Putin ci tenga personalmente al progetto dei Giochi Olimpici. Per lui è una questione di onore, di orgoglio virile. Di conseguenza, le pressioni internazionali rispetto ai GO per lui contano.

Per altre situazioni è diverso. Ricordate ad esempio il nostro processo: durante il nostro processo, le pressioni internazionali erano molto forti, ma questo non ha cambiato per niente il nostro destino. Abbiamo ugualmente avuto due anni di campo. Viceversa, i Giochi Olimpici sono sacri per Putin.

In questo momento, lo Stato russo funziona come in un racconto per bambini, nel quale i GO sono l’oggetto magico. È un pulsante che si può schiacciare una sola volta. È un’occasione unica.

ES: Dopo la vostra liberazione la vostra prima dichiarazione è stata: «La Russia senza Putin!» Voi, Pussy Riot, siete state condannate a due anni di campo per aver cantato una preghiera punk in una cattedrale di Mosca. Adesso volete impegnarvi per la difesa dei diritti dell’uomo. Non avete paura di una nuova sanzione da parte del regime? Peggio ancora, di non essere più difese, a quel punto, dalla comunità internazionale?

NT: Sarebbe strano avere paura quando sentiamo in noi un bisogno profondo di fare quello che facciamo. Un bisogno che nasce dalle nostre viscere. Questa motivazione è nata durante mesi e mesi di internamento. Vincerà tutti i timori che possiamo sentire, certo, come chiunque.

Ma in nessun caso permetteremo a questi timori di impadronirsi di noi. Siamo determinate ad agire nel modo che abbiamo deciso, senza lasciarci distrarre dalla paura.

ES: Dopo la sua liberazione, lei ha dichiarato che la Russia nel suo insieme assomiglia a un grande campo di lavoro. Che cosa voleva dire con questo?

NT: Il rapporto di sottomissione del potere russo verso i suoi uomini assomiglia molto alla struttura di un campo di lavoro e al modo in cui funziona il sistema gerarchico nella Russia di Putin. I responsabili russi rifiutano di essere aperti e trasparenti. E questo rifiuto, questa paura, si sente ugualmente nei campi di lavoro. A livello dello Stato russo, i responsabili hanno paura che le loro azioni siano rese pubbliche, anche se non fanno niente di reprensibile. È una paura irrazionale.

Vorremmo ottenere trasparenza nel sistema penitenziario, nello Stato. Vorremmo che la società civile controllasse il governo. La connivenza tra il sistema penitenziario e il potere ha radici profonde. Ha conosciuto la sua apoteosi all’epoca di Stalin. E la sua eredità perdura; purtroppo ci sono oggi molte persone che idealizzano Stalin. Anche gli scolari oggi dicono che Stalin era un dirigente efficiente. Questa formula idiota dell’era Putin è trasmessa ai nostri figli. E ciò non può che farmi paura.

Questo genere di discorsi, questa ideologia, fanno del nostro paese una prigione. È per questo che bisogna cambiare la direzione che prende lo Stato russo. Vogliamo fare azioni concrete. D’altra parte abbiamo già cominciato durante i due anni della nostra detenzione. I nostri progetti sono a punto. Puntando i riflettori sul sistema penitenziario russo, e cambiandolo, cambieremo l’ideologia dello Stato.

ES: Come contate esattamente di apportare questo cambiamento? Parlerete alto e forte degli abusi che sono commessi nei campi di lavoro?

NT: Parleremo di casi concreti, di persone che si trovano tuttora nei campi o che sono state liberate. Si lavorerà con persone pronte a prendere una posizione più radicale di quella della maggior parte dei prigionieri, che stanno nella tolleranza, nella sottomissione o anche nella collaborazione con l’amministrazione penitenziaria.

Abbiamo già identificato molte persone che hanno già espresso il desiderio di resistere in questo modo al sistema penitenziario. Aiutando questi resistenti, daremo un colpo al sistema. E per quanto possa sembrare paradossale, la nostra esperienza ha dimostrato che una persona da sola può condurre una lotta. Una persona da sola potrà cambiare un pezzetto del sistema.

Allora, se ci sono molte persone riunite in una catena, speriamo che alla fine il cambiamento prenderà un’altra ampiezza e toccherà il livello superiore. Siamo pronte a lavorare con le persone che hanno subito l’arbitrarietà del sistema penitenziario, con i giuristi che ci potranno indicare in quale direzione impegnarci, ma anche con i rappresentanti del potere.

Se i rappresentanti del Servizio penitenziario federale sono pronti a fare un passo verso i militanti che cercano di migliorare il sistema, sarebbe formidabile! Noi non respingiamo i rappresentanti dello Stato. Sappiamo che ce ne sono che fanno il loro lavoro in maniera onesta e vorremmo che servano di esempio a quelli che violano le leggi.

ES: Continuerete il vostro lavoro artistico nel gruppo Pussy Riot? Ad esempio, registrare un disco o andare in tourmée?

NT: Abbiamo altri progetti. Quando il nostro gruppo esisteva ancora, avevamo già spiegato che le azioni commerciali, come la pubblicazione di un album o una tournée non ci interessavano. Quanto alla partecipazione di ciascuna di noi al gruppo, certamente non ci separeremo, poiché siamo legate per sempre a Pussy Riot.

Ma bisogna anche capire che Pussy Riot ora esiste indipendentemente da noi. Noi abbiamo lanciato questa idea, e non è morta. Appare qua e là. Esiste indipendentemente da noi. Chi ama l’idea di Pussy Riot può utilizzarla. Vedo che la gente lo fa e mi piace. La mia partecipazione non è più obbligatoria.