Russia, le due Pussy Riot appena liberate sfidano ancora Putin

di Rodrigo Fernández (El País, Madrid), da http://elpais.com/

Pussy RiotMaria Aliokhina e Nadezhda Tolokonnikova erano in prigione da quasi due anni. Sono state rimesse in libertà ieri, dopo aver scontato quasi due anni di carcere. Aliokhina, che ha lasciato la prigione poco dopo le nove del mattino (ora locale), avrebbe voluto rifiutare l’amnistia generale decretata dal presidente Vladimir Putin in virtù della quale è stata liberata, ma non ha trovato una maniera legale di farlo, secondo quanto ha spiegato alla stampa. Per lei, l’amnistia approvata dalla Duma statale non è un atto umanitario, ma una manovra per migliorare l’immagine del regime.

Appena uscita dal carcere, Tolokonnikova ha fatto appello al boicottaggio dei giochi olimpici di Soci previsti per febbraio. “Chiedo che non veniate solo per il gas e per il petrolio” ha domandato ai governi occidentali.

A entrambe le giovani mancavano solo altri tre mesi per esaurire la condanna a due anni inflitta loro assieme a Yekaterina Samutsevich, altra componente del gruppo punk, per la messa in atto, nel febbraio 2012, di una supplica rock nella cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, durante la quale hanno pregato che la Vergine Maria operasse per cacciare Putin dal Cremlino.

Dopo aver abbandonato il carcere, Aliokhina si è recata immediatamente negli uffici del Comitato contro le Torture, nei quali ha avuto un incontro con attivisti della difesa dei diritti umani. Più tardi, ha dichiarato alla stampa di volersi dedicare proprio alla difesa di questi diritti e che pensava di farlo unitamente alla sua collega Nadezhda Tolokonnikova, liberata da parte sua dopo le due del pomeriggio (ora locale).

“Se avessi avuto la possibilità di sottrarmi all’amnistia lo avrei fatto. Non credo che si tratti di un atto umanitario, è un’azione puramente propagandistica”, ha dichiarato Aliokhina. “Non è un’amnistia, ma una profanazione”, ha aggiunto. “Sono indignata perché non vengono liberati tutti i prigionieri politici condannati per il caso Bolotnaya”, Cioè coloro che parteciparono il 6 maggio 2012 a una manifestazione contro il regime terminata con disordini e scontri con la polizia.

La giovane, che desidera concentrarsi sui problemi di istituzioni come i campi di prigionia, le carceri, gli ospedali psichiatrici, ha sottolineato che dell’amnistia hanno goduto solo il 10% dei condannati. Aliokhina, 25 anni, ha scontato la sua pena nel campo di Nizhni Novgorod, a 400 chilometri da Mosca, mentre Tolokonnikova, 24 anni, lo ha fatto nella regione siberiana di Krasnoyarsk. All’uscita dal carcere di quest’ultima, ad attenderla c’era il marito, Piotr Verzílov, assieme ad un nutrito numero di giornalisti.

“Il mio desiderio, nel momento in cui esco dalla prigione, è quello di intraprendere un lavoro. La linea che in Russia divide la libertà dalla sua mancanza è molto sottile. Ci troviamo in uno stato autoritario. farò tutto il possibile per aiutare i carcerati, perché ora sono unita con il sistema penitanziario da un legame di sangue”, ha dichiarato la giovane, concordando pienamente con Aliokhina. “La mia liberazione è un’assunzione di responsabilità verso i carcerati che ricade sulle mie spalle. In particolare verso i carcerati che restano qui in Mordovia [il luogo in cui inizio la sua pena prima di essere trasferita in Siberia]”, ha aggiunto Tolokonnikova. Assicurando che il tempo trascorso dietro le sbarre non è trascorso invano, ha affermato con atteggiamento di sfida “Ho acquisito un’esperienza unica. Sono maturata e ho conosciuto lo stato da dentro della sua macchina totalitaria”. E ha messo in guardia le autorità “Non so come possano intimidire una persona che come me ha passato due anni in prigione”.

Le Pussy Riot sono state accusate di “vandalismo e incitamento all’odio religioso”. Nel corso del processo, hanno chiarito oltre ogni dubbio che la loro azione aveva scopi puramente politici e che non era diretta in alcun modo contro i fedeli ortodossi. Il Tribunale Supremo aveva decretato recentemente la revisione della condanna viste le numerose irregolarità riscontrate nel processo e la mancanza di prove per l’accusa di incitamento all’odio religioso. Alla preghiera punk avevano partecipato cinque Pussy Riot, ma due riuscirono a scappare e a espatriare, mentre la quinta, Samutsevich, è stata posta in libertà condizionata ad ottobre 2012 per decisione di un tribunale di Mosca.

La condanna alle Pussy Riot è stata molto criticata, sia in Russia come in particolare all’estero, con la conseguenza di un grave deterioramento di immagine per il Cremlino. Un gruppo totalmente sconosciuto, è diventato improvvisamente famoso nel mondo intero e ha creato una polemica intensa all’interno del paese. inoltre la permanenza di queste giovani ribelli nelle prigioni ha contribuito a denunciare le precarie condizioni penitenziarie della Russia. Entrambe sono diventate attiviste dei diritti umani.

La amnistia che ha consentito alle Pussy Riot di riconquistare la libertà è stata approvata dal Parlamento russo con la motivazione formale del 20º anniversario della Costituzione e ha portato beneficio a circa 12.000 persone, tra le quali i 30 ecologisti del battello Arctic Sunrise di Greenpeace, arrestati lo scorso settembre nel mare Artico, mentre cercavano di occupare una piattaforma per le perforazioni petrolifere.

Il petroliere magnate Mihail Jodorkovski, liberato sabato, non ha beneficiato di questa amnistia, ma di un indulto del presidente Putin giunto dopo la lettera da lui indirizzatagli per illustrargli le condizioni di sua madre malata. Il multimilionario è volato a Berlino con un aereo privato subito dopo l’uscita dalla prigione e nel corso della sua prima conferenza stampa nella capitale tedesca ha dichiarato che non ha intenzione di recuperare i beni della sua ex compagnia petrolifera Yukos né di voler lottare per il potere in Russia.