Crisi di governo: i movimenti sociali riprendano l’iniziativa

di Franco Turigliatto La crisi di governo si è dunque aperta per iniziativa di Berlusconi, ben consapevole dei rischi che avrebbe corso con l’eventuale decadenza da senatore. Se il governo Letta se ne andrà non saremo noi a rimpiangerlo. Un governo ipocrita e menzognero che ha congiunto le peggiori caratteristiche delle forze che lo compongono, che ha inventato la favola della fine della crisi e che ha badato soprattutto ad eseguire gli ordini del padronato italiano e dei gestori europei delle politiche di austerità.

In questi mesi la sceneggiata politica degli “scontri” e dei falsi dibattiti nonchè l’informazione dei media sono state insopportabili, proprio perché occultano i veri problemi sociali di una realtà del paese sempre più degradata.

Berlusconi ha provato a forzare la trattativa con il PD con le preannunciate dimissioni dei parlamentari, ma questa mossa aveva tali e tanti inconvenienti che ha dovuto poi passare alle dimissioni dei ministri, cosa che concretizza immediatamente la crisi, cercando di utilizzare la questione dell’IVA, come carta da giocare sul piano mediatico ed eventualmente elettorale.

Il paradosso della situazione è che le maggiori forze politiche convengono sulle principali scelte economiche e sulla continuazione dell’austerità applicando il fiscal compact europeo: è quanto chiedono la Confindustria e le altre organizzazioni padronali, che inoltre pretendono per loro nuove elargizioni dello stato e cospicui sgravi fiscali.

CGIL CISL e UIL, nella loro subordinazione, sono giunti a firmare un patto con la Confindustria per portare congiuntamente al governo queste rivendicazioni del padronato, come se convergessero con quelle dei lavoratori… Non c’è mai fine al peggio.

I principali giornali padronali, a partire dal Sole 24 ore e dal Corriere, dopo aver ricordato i meriti di Berlusconi nell’aver fatto nascere questo governo, ne denunciano l’irresponsabilità dell’ultima scelta, “spiegando” al cavaliere che così agendo danneggia se stesso oltre che il paese. I portavoci della borghesia esprimono la necessità di quest’ultima di avere stabilità e continuità di governo nella gestione delle politiche economiche neoliberiste a partire dalla prossima legge di stabilità; auspicano quindi una soluzione continuista parlamentare sollecitando “i moderati” del PdL ad uscire allo scoperto per poterla garantire.

Difficile dire come evolverà la crisi; essa fa emergere ancora una volta alcune peculiarità italiane rispetto ad altri paesi.

Normalmente la borghesia preferisce avere una separazione di ruoli e di persone tra la sua componente economica e quella politica che ne gestisce gli affari nelle istituzioni e nell’apparato statale. In qualche paese questa regola è stata infranta con l’affermarsi sul piano politico e di governo di personaggi economici della borghesia, capaci di consenso mediatico e detentori di ampie risorse per gestire un ruolo politico diretto, con conseguenti dinamiche caudilliste e populiste.

Ma questa regola vale ancora per la maggior parte dei paesi capitalisti più avanzati: non può piacere alla borghesia in quanto classe che qualcuno di loro gestisca direttamente lo stato, “confondendo” facilmente la difesa degli interessi personali con quelli della classe borghese nel suo complesso.

E’ quanto è avvenuto nel nostro paese, con il padronato italiano che ha dovuto accettare e convivere con il ruolo di uno di loro (per di più un parvenu) che domina la politica italiana ormai da un ventennio, e che ha dimostrato una totale determinazione (e che non si arrende mai) nell’affermare i propri interessi economici e di governo e di difenderli in ogni modo, tanto da determinare un sovraccarico di lavoro per la magistratura.

In questo suo ruolo personale, a un certo punto, ha reso più difficile la gestione delle istituzioni statali e dell’economia capitalistica in funzione dell’insieme della classe dominante; per altro questa è stata incapace ed impossibilitata a sbarazzarsi di un personaggio diventato ingombrante. L’operazione congiunta della borghesia italiana con i suoi omologhi europei dell’autunno 2011, con l’operazione Monti, le ha dato importanti risultati sul piano economico, ma non ha risolto il problema della costruzione dell’egemonia politica tramite una forza conservatrice moderata, tanto auspicata dai grandi giornali.

Le vicende attuali mostrano dunque anche la crisi di direzione della classe dominante, non superata con il governo delle larghe intese, data la natura di uno dei contraenti. Per altro, nel nostro paese non esiste più, come in passato, una azienda, delle industrie e delle proprietà che siano punto di riferimento economico e politico, di guida per l’intera classe borghese.

C’è una relazione tra questo e l’assetto economico industriale in Italia, con molte aziende in difficoltà a reggere la concorrenza internazionale, sottoposte a facili scalate da parte di imprese estere; per non parlare di quello che è stato il processo di privatizzazione e di smantellamento del settore pubblico, che, se ha permesso a qualche “capitano coraggioso” di realizzare facili e rapidi guadagni, ha poi gettato quelle aziende in una situazione debitoria che nulla ha da invidiare dal debito pubblico.

Tuttavia la crisi di direzione della borghesia, e va sottolineato 4 volte, non ha avuto alcun effetto sulla sua capacità di portare avanti una politica di austerità feroce che sta mettendo in ginocchio le classi popolari, per il semplice fatto che il partito democratico si è fatto carico fino in fondo della gestione degli affari della borghesia, con la sua completa integrazione nel sistema dominante, e che le grandi organizzazioni sindacali hanno operato in ogni modo per garantire la pace sociale, cioè la passività completa del movimento dei lavoratori di fronte alla violenza degli attacchi dell’avversario, contrastando e stoppando qualsiasi tentativo di resistenza. E questo ruolo delle organizzazioni sindacali, senza certo enfatizzare quel poco ed inadeguato che qua e là in Europa i sindacati hanno fatto, è un altro aspetto della anomalia italiana.

In questo quadro la crisi di governo secondo noi non può cambiare l’agenda autunnale di coloro che vogliono contrastare l’applicazione delle regole feroci del trattato europeo volto a garantire il flusso di risorse ai profitti e alle rendite finanziarie a spese di salari, pensioni, spesa sociale; e questo vale ancor più per coloro che vogliono affrontare questa drammatica situazione in una ottica di classe e di lotta anticapitalista.

Niente cambierà nel nostro paese, niente sarà realizzato per difendere le condizione di vita della stragrande maggioranza della popolazione se non ci sarà una forte ripresa della mobilitazione e del conflitto. Anche eventuali nuove elezioni, con le correlate speranze che sempre si manifestano verso di esse, saranno solo l’occasione di nuove false promesse, di demagogie, di affidamenti e deleghe mal riposte, se non ci sarà un’attività sociale, la lotta per la difesa concreta degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, nelle sue varie condizioni di precarietà, di disoccupazione, di chiusura di fabbriche, di taglio ai servizi sociali, alla scuola, alla sanità.

Per questo l’attenzione e l’azione politica deve rimanere concentrata sulle scadenze di lotta dell’ottobre.

In primo luogo lo sciopero generale dei sindacati di base, pienamente sostenuto dalla nostra organizzazione insieme alla sua piattaforma di lotta.

Un grande sforzo va fatto perché le due manifestazioni previste, quella nazionale di Roma e quella di Milano siano grandi e partecipate. Ma uno sforzo particolare va fatto perché lo sciopero abbia una riuscita reale, molto più grande rispetto ad analoghe passate iniziative.

Le manifestazioni possono anche essere grandi, ma se lo sciopero è ridotto e non riesce ad incidere anche solo in parte nella normale attività lavorativa, i risultati restano contenuti, esprimono più una affermazione politica che una forza sindacale e sociale. Ma oggi serve proprio questa dimensione per modificare i rapporti di forza.

Allo sciopero del 18 si collega la manifestazione del sabato 19 dei movimenti per la casa, per la difesa del territorio a partire dai NO Tav, delle altre vertenze sociali e di movimento, che nonostante le difficoltà si sono sviluppate in questi anni e che il a Roma vogliono avere un momento di lotta comune e di visibilità. C’è un rapporto stretto tra le due giornate; si cerca un primo passo per riuscire a dare unità e comune dimensione a tutte le resistenze sociali che si stanno manifestando del paese e che non riescono ancora ad avere un impatto complessivo sulla vita politica ed economica del paese.

Quanto sta avvenendo in Val di Susa con la militarizzazione del territorio, con una azione della magistratura che sa ormai di inquisizione e che avviene in stretto rapporto con le forze politiche ed economiche che sostengono la TAV e i profitti che questa garantisce a spese delle popolazioni e del territorio, dimostra come le forze dominanti siano disposte a ricorrere alla repressione e alla violenza dello stato per bloccare questi processi di lotta e di riunificazione dei movimenti.

Interessante sarà anche capire come i promotori della manifestazione del 12 ottobre, “La via maestra”, in difesa della Costituzione agiranno, nel nuovo contesto della crisi di governo che li obbliga a mostrar un poco di più le loro carte. L’abbiamo detto e scritto: siamo per la difesa dei diritti democratici e sociali espressi nella carta costituzionale, per questo saremo presenti, nelle modalità più opportune, anche a questa manifestazione, ma siamo per l’appunto per la difesa di tutti questi diritti in modo concreto ed unitario; non ci accontentiamo di una formula generica ed astratta. Non si può dimenticare che questa costituzione è già stata modificata in profondità, sia formalmente, sia nella sua materialità concreta e quotidiana per l’agire congiunto del centro destra, del centro sinistra e del Presidente Napolitano.

Non tenere conto di tutto questo, proponendo solo una generica difesa della costituzione rischia di indirizzare una significativa mobilitazione verso una azione puramente dimostrativa e simbolica e di farle percorrere un vicolo cieco.

Oggi chiunque non lavora per far comprendere ai diversi settori della classe lavoratrice il ruolo delle forze politiche maggioritarie, chi siano i nemici, i falsi amici e gli amici veri, opera solo per la sua affermazione politica e non per costruire il movimento che serve.

Per questo la nostra organizzazione, sarà impegnata a fondo per far riuscire al meglio le giornate del 18 e 19 invitando tutte e tutti coloro che hanno a cuore gli interessi e il futuro del movimento della classi popolari a sostenerle.