40 anni fa in Cile (e in Italia)

Prigionieri cilenidi Andrea Martini

Giusto 40 anni fa il golpe cileno dell’11 settembre 1973 affogò nel sangue e nella repressione il grande e straordinario movimento popolare che in modo crescente scuoteva quel paese dal 1970.

Il golpe fu un’esperienza traumatizzante per tutta la generazione di giovani rivoluzionari che in tutto il mondo in quegli stessi anni viveva sull’onda della radicalizzazione del 1968.

Non fu solo il trauma dell’incredibile e feroce violenza che i militari con l’appoggio e la copertura degli Stati Uniti inflissero al paese.

Già da anni infatti era diffusa la consapevolezza della brutalità con cui le classi dominanti potevano reagire alle lotte dei popoli, una brutalità che si manifestava con tutta la sua virulenza nel massacro di donne, uomini e bambini vietnamiti da parte dei marines statunitensi.

Ma nel Sudest asiatico quella brutalità e quella violenza si confrontavano con una resistenza armata, determinata e organizzata, certo impari nell’armamento ma profondamente sostenuta dal desiderio di un intero popolo di liberarsi dall’oppressione neocoloniale. Non a caso quella resistenza portò qualche anno dopo (nel 1975) alla ignominiosa sconfitta degli americani e dei loro fantocci.

Al contrario in Cile ad essere repressa e soffocata era una lotta di massa, molto simile a quelle che si sviluppavano in Europa, con diffuse esperienze di autorganizzazione nelle fabbriche e nei quartieri, esperienze sostanzialmente inermi, che subirono il macello militare e una cupa e repentina sconfitta.

Inoltre ci fu la vicinanza culturale. Il Cile, infatti, tra i paesi dell’America Latina era forse quello che per storia politica e per struttura economica più assomigliava ai paesi capitalistici avanzati.

Infine ci fu il contatto diretto.

Il massiccio arrivo di profughe e profughi cileni in Italia (che fu il primo paese europeo ad accoglierli) e in tanti altri paesi mise un’intera generazione direttamente e drammaticamente a contatto con i testimoni degli eventi e della sconfitta. Centinaia di cilene e di cileni reduci da quelle esperienze si istallarono in Italia e vi rimasero per anni, a volte per sempre, iniziando a lavorarvi, con conseguenti intense relazioni personali e sindacali. Molti scelsero di militare in organizzazioni politiche della sinistra italiana, si iscrissero ai sindacati, si crearono rapporti di amicizia. Si sposarono e fecero figli, li iscrissero a scuola, producendo una trasmissione di esperienze capillare e diffusa che forse aveva come unico precedente l’esodo di migliaia di repubblicani sconfitti dalla Spagna franchista alla fine degli anni trenta del secolo scorso in tanti paesi europei (ovviamente in quel caso non nell’Italia fascista).

Salvo i pochi e spesso tragici tentativi di rientro clandestino, solo alla fine degli anni 80 fu possibile per quei profughi il ritorno nel proprio paese.

E gli eventi cileni ebbero anche un grande impatto nel dibattito politico della sinistra mettendo sempre più in luce le pulsioni “consociative” del riformismo italiano. Non a caso l’eleborazione berlingueriana del “compromesso storico” si produce proprio nel 1973 all’indomani dell’11 settembre.

Pubblichiamo una sintetica ma efficace ricostruzione degli avvenimenti cileni di 40 anni fa in un articolo di Diego Giachetti.

Vi rimandiamo a due scritti di Daniel Bensaid sul Cile, uno scritto a caldo, di fronte alle prime tragiche notizie del golpe pubblicato su questo sito, e l’altro scritto nel 2003, al momento del 30° anniversario, in polemica con chi aveva ormai archiviato le lezioni di quegli avvenimenti (su Movimento operaio).

Per chi conosce il castigliano consigliamo la visione di tre lunghi ma eloquenti filmati trasmessi nei giorni scorsi da un canale televisivo cileno, Chilevisión, intitolati “Chile, las imágenes Prohibidas” (Cile, le immagini proibite), condotto dall’attore Benjamín Vicuña. Nei filmati si ricostruiscono gli avvenimenti dei giorni del golpe e dei terribili anni seguenti.

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