La situazione politica in Italia
di Franco Turigliatto (18 ottobre 2026)
Lo scorso 4 settembre, Giorgia Meloni, ha voluto festeggiare a Bari, in gran pompa mediatica e teatrale i suoi 4 anni alla Presidenza del governo italiano diventato il più longevo di tutta la storia repubblicana (1413 giorni in carica, uno in più del secondo governo Berlusconi). Non è stata la festa del governo ma quella del suo partito, Fratelli d’Italia, forza egemone all’interno della coalizione di cui fanno parte anche la Lega di Salvini, Forza Italia e il piccolo partito di Noi moderati, i cui leader si sono collegati solo da remoto per salutare l’avvenimento. Meloni ha inneggiato alla stabilità del governo che costituirebbe la prima Grande Riforma e al suo operato che avrebbe permesso al paese di conquistare una nuova credibilità in Europa.
La nuova legge elettorale
Ai fini di continuare “il suo lavoro” il 9 ottobre, la Meloni ha fatto approvare da un parlamento blindato grazie al voto di fiducia e con l’opposizione dei partiti del centro sinistra, una nuova legge elettorale profondamente antidemocratica ed anticostituzionale, che peggiora ancora le molteplici leggi degli ultimi 35 anni varate per garantire la stabilità dei governi della borghesia. [1]
Che cosa ha spinto FdI a imporre questa nuova normativa quando quella precedente, le aveva garantito un consistente successo elettorale e una grande maggioranza parlamentare? La vecchia legge (detta Rosatellum dal parlamentare Rosato del PD che l’aveva proposta,) si basava su un 37% di seggi assegnati col sistema maggioritario e gli altri col sistema proporzionale, ma con alte soglie di sbarramento. La divisione delle forze del centro sinistra, PD e M5S, aveva permesso nel 2022 alla coalizione delle destre di conquistare praticamente tutti i seggi uninominali e quindi anche una forte maggioranza parlamentare. Le prossime elezioni, previste per l’autunno 2027, ma che forse Meloni vorrà anticipare in primavera, si presentano con un altro scenario politico per la quasi certa unità di tutte le forze del centro sinistra, determinando, secondo i sondaggi, una grande incertezza su quale coalizione potrebbe prevalere.
Meloni con la nuova legge si propone 3 obiettivi: vincere le prossimi elezioni in sicurezza, affermare pienamente l’egemonia di FdI sulla coalizione delle destre e destre estreme, consolidare il processo di modifica delle istituzioni in senso autoritario e presidenzialista, da sempre nei progetti del suo partito; obiettivo per altro sempre più condiviso da importanti settori della classe dominante.
La nuova legge elettorale si presenta come proporzionalista, ma nei fatti è maggioritaria: la coalizione che arriva prima e che raggiunge almeno il 42% dei voti, ottiene un abnorme premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera (400 deputati ) e di 35 al Senato (200 senatori) per garantire almeno una maggioranza del 55% nei due rami del parlamento. [2]
Come ha scritto un costituzionalista “ L’idea di fondo rimane quella per cui le elezioni dovrebbero servire a eleggere non il Parlamento, ma il Governo, dotandolo di una maggioranza assoluta inscalfibile”. [3]
E’ una legge con norme che penalizzano fortemente le donne; rende quasi impossibile la scelta dei candidati attraverso l’attribuzione delle preferenze, che è molto forte nella tradizione di voto italiana; conferma la soglia del 3% per ottenere degli eletti; aumenta a dismisura il numero di firme necessarie per presentare delle liste da parte delle forze politiche che non fanno già parte del parlamento, escludendo anche la possibilità della firma digitale, misura rivolta, in particolare, ad impedire la presenza della sinistra radicale.
Si richiede che le liste o le coalizioni esplicitino «il nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri». E’ una norma in palese contraddizione con il dettato costituzionale che attribuisce al Presidente della Repubblica la prerogativa di nominare il primo ministro, dopo aver sentito le proposte dei gruppi parlamentari e verificato quale maggioranza parlamentare sia possibile. Spetta poi alle Camere esprimere la fiducia o meno al governo formatosi. Per superare questa contraddizione Meloni ha fatto scrivere nella legge “rimane fermo il potere di nomina spettante al Presidente della Repubblica ai sensi dell’art. 92, co.2 Cost.”, ma la contradditorietà rimane. Ne è chiaro però l’obiettivo: si vuole creare un contesto politico favorevole a trasformare la forma di governo in direzione del premierato. L’obiettivo finale della prossima legislatura è di rivoltare del tutto la Costituzione del 1948.
E’ un provvedimento che presenta numerosi elementi di anticostituzionalità, e che saranno al giudizio della Corte Costituzionale, ma che è anche intricato nella attribuzione dei seggi per cui non è affatto certo che tutto vada bene per Meloni e soci. La vicenda si potrebbe particolarmente complicare nel caso in cui nessuno degli schieramenti raggiungesse il 42% o se risultassero due diversi vincitori tra Camera e Senato. In questo caso la ripartizione dei seggi avverrebbe solo su base proporzionale senza premio di maggioranza. Lo sperano alcune formazioni del centro politico, che avrebbero in questo modo maggiore possibilità di contrattazione. Appare però improbabile che questo evento possa prodursi.
E’ necessario però sottolineare che la scelta del 1993 di cancellare la vecchia legge proporzionale che aveva retto benissimo per oltre 40 anni, varando ben 5 successive leggi funzionali alla “stabilità del governo” corrispondeva agli orientamenti politici ed economici della borghesia italiana, cioè al pieno dispiegarsi delle politiche liberiste, al massiccio processo di privatizzazione delle imprese pubbliche, alla controriforma del sistema della previdenza, all’abolizione della scala mobile dei salari, a un sistema contrattuale delle retribuzioni di lavoratrici e lavoratori che fa si che oggi i salari siano inferiori a quelli di 30 anni fa. [4] Quel periodo corrisponde anche alla mutazione finale del vecchio PCI che cambiò nome ed abbandonò i suoi stessi riferimenti socialdemocratici tradizionali per passare al socialiberismo. [5]
Le politiche del governo delle destre e dell’estreme destre
Il governo delle destre e delle estreme destre dispone ancora di un largo sostegno, in particolare nella piccola e media borghesia, è sostenuto da settori ormai maggioritari della grande borghesia, beneficia della presenza di ampie aree popolari demoralizzate e passive, compresi settori della classe lavoratrice che subiscono l’ideologia reazionaria delle destre. Gode del sostegno pieno della CISL, il secondo sindacato italiano, il cui segretario alla fine del suo mandato è entrato direttamente nel governo.
L’area dell’astensione al voto è molto grande e la partecipazione oscilla ormai a seconda del tipo di elezioni tra il 50 e il 60%. Meloni e soci hanno conosciuto un momento di grande difficoltà nell’autunno scorso durante le manifestazioni contro il genocidio in Palestina e in solidarietà con il popolo palestinese; queste sono state trainate dai giovani, ma hanno coinvolto anche ampi settori della classe lavoratrice. Il ruolo non solo dei governi europei, ma del governo italiano nel supportare l’azione massacratrice del governo sionista era evidente nella percezione popolare e la mobilitazione si è espressa anche direttamente contro il governo Meloni.
Questa dinamica sociale positiva si è trasferita anche sul piano politico in primavera quando si è votato sul referendum sulla modifica degli assetti magistratura, (una modifica istituzionale voluta dalle destre per asservire del tutto questo organismo al governo). Nei mesi antecedenti al voto era data per sicura la vittoria governativa che invece si è tramutata in una sconfitta per la partecipazione al voto di vasti settori giovanili. Vedasi anche https://alencontre.org/laune/italie-dossier-referendum-le-vote-populaire-rejette-le-projet-seditieux-de-la-droite-1.html
La mancanza di una mobilitazione sociale nei mesi successivi ha tuttavia permesso alla coalizione delle destre di riprendere l’iniziativa politica.
Questo governo di anime nere, espressione de “La continuità del male” [6], come la definisce lo storico dell’arte Tommaso Montanari, che da sempre ha attraversato il nostro paese, ha ripreso vigore e iniziativa, agendo un decreto legge dopo l’altro sui due terreni che considera più favorevoli per ottenere consensi e sostegno, l’ordine pubblico e la repressione contro i movimenti sociali e i giovani che si rivoltano alla ipocrisia, falsità e violenza del potere da una parte e le campagne razziste contro i migranti dall’altra. L’ultimo atto è stato il vergognoso decreto di “urgenza”, sollecitato dalla Lega di Salvini, che disciplina il tetto massimo di studenti stranieri non italofoni nelle classi, dal chiaro segno islamofobico ed ancora una volta contro i giovani e gli stessi bambini.
Questa campagna reazionaria delle forze di governo si è rafforzata ancor di più, quando all’estrema destra, un ex generale dei paracadutisti, per altro filorusso, che ha operato in Iraq e Afghanistan, eletto nelle file della Lega di Salvini, si è messo in proprio, fondando un suo partito, Futuro Nazionale, con cui sta dispiegando appieno una propaganda fascista, razzista, nazionalista, omofobica e patriarcale, islamofobica, che ha raccolto grandi consensi, (è dato intorno al 7% nelle intenzioni di voto allo stesso livello di Forza Italia), sottraendo voti sia alla Lega che a FdI. Di qui la rincorsa a destra di Meloni e Salvini per non perdere consensi, Vannacci in fondo dice apertamente quello che molti negli altri due partiti, per ragioni di opportunità e di ruolo, non possono esprimere fino in fondo.
Vannacci costituisce un grosso ingombro per la Meloni: senza inserire anche costui nella alleanza delle destre, il risultato elettorale diventerebbe ancora più incerto. [7]
In questi anni Meloni ha gestito pienamente le politiche liberiste dell’UE, sapendo, a seconda delle circostanze, muoversi tatticamente nei suoi rapporti sia con gli USA di Trump, sia con le elites europee e la Commissione Europea. Da questo deriva la sua credibilità presso ampi settori della borghesia italiana, confermata in questi giorni dalla sua partecipazione alla assemblea della Confindustria lombarda a Milano: “Forte clima di intesa con i vertici industriali”, hanno commentato i giornali.
Vedasi l’ampio articolo di Fabrizio Burattini https://alencontre.org/laune/italie-de-fratelli-ditalia-au-gouvernement-de-giorgia-meloni-la-fin-du-dit-arc-constitutionnel.html
Il governo infatti ha favorito in questi anni la piena libertà delle imprese e dei capitali, garantendo una grande flessibilità e sfruttamento della forza lavoro; ha protetto vasti settori della piccola e media borghesia commerciale, del settore turistico, ma anche aziende manufatturiere e i liberi professionisti con condoni fiscali ed altre misure economiche ad hoc, lasciando quindi ampio spazio all’evasione fiscale.
Per quanto riguarda il lavoro, questo è rimasto segnato dalla precarietà, dalla presenza di vaste aree di lavoro nero, da bassi salari e dal rifiuto di un adeguato salario minimo istituito per legge, ma soprattutto poi dal disumano sfruttamento dei migranti, ricattati, stigmatizzati e senza alcun diritto.
La modalità con cui ha cercato di dare qualche risposta alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti è stata la defiscalizzazione di alcune voci salariali, che hanno prodotto alcuni modestissimi aumenti, subito rimangiati dall’inflazione; riduzioni fiscali che incidono sulle entrate pubbliche e che sono semplicemente compensate con la riduzione della spesa sociale. Sono misure che servono più agli imprenditori che ai salariati; i primi evitano di tirare fuori i soldi per aumentare le retribuzioni di dipendenti. Il governo ha peggiorato anche alcune le norme relative alla sicurezza sul lavoro, restringendo le responsabilità delle aziende madri nelle attività appaltate alle imprese minori. In Italia ogni giorno muoiono sul lavoro in media 3 persone: un massacro quotidiano inaccettabile. Coinvolge vecchi operai edili italiani che risalgono sulle impalcature e cadono giù e sempre più tanti migranti, qualche volta addirittura morti su un luogo di lavoro e poi buttati in strada da padroni o mafiosi al loro servizio. Da leggere l’ampia analisi sul governo Meloni e il mondo del lavoro in
https://ires.fr/wp-content/uploads/2026/09/CI_195_IRES_Italie.pdf
In questi giorni il governo ha portato a casa una misura di modifica gli assetti istituzionali del paese: ha firmato con 4 regioni del Nord la cosiddetta “autonomia differenziata” un provvedimento che trasferisce a queste regioni prerogative legislative su materie sociali ed economiche importantissime che dovrebbero invece sottostare a una unica normativa nazionale; è un provvedimento che divide il paese, avvantaggia le regioni più ricche e penalizza in particolare le regioni del Sud. Il Parlamento dovrà votare ancora questo provvedimento, ma i giochi sono scontati.
L’esecutivo fin dal suo primo giorno di insediamento ha individuato nei giovani, nelle loro lotte e modalità di vita il nemico da combattere con una serie ininterrotta da misure repressive: siamo arrivati a 6 decreti di urgenza: provvedimenti che moltiplicano la tipologia dei reati, aumentano le sanzioni amministrative, molte trasformate anche in penali, tra cui i picchetti e i blocchi stradali e tanto più le occupazioni di scuole o fabbriche. Per altro già esistevano una serie di norme che disciplinavano questi eventi. Oggi però sono riusciti a reintrodurre anche il fermo di polizia preventivo, la norma fascista del tragico ventennio di Mussolini.
Sono di questi giorni i primi processi attivati sulla base delle nuove norme che coinvolgono molte decine di lavoratori e sindacalisti in Toscana protagonisti degli scioperi e delle manifestazioni dell’autunno scorso contro il genocidio in Palestina.
E stanno per approvare una legge che, sulla base della presunta lotta contro l’antisemitismo, non solo criminalizza ogni critica al governo israeliano, ma colpisce più in generale la libertà di pensiero.
In questo quadro già molto negativo si incastra la corsa al riarmo decisa dalle borghesie europee nel tentativo di uscire dalla crisi del capitalismo europeo. La scelta del riarmo era già sottotraccia da alcuni anni, ma l’aggressione dell’imperialismo russo alla Ucraina ha permesso di svilupparla appieno e con credibilità.
E’ una operazione che ha bisogno di tante mistificazioni e di una ideologia tanto volgare quanto totalizzante ricorrendo al peggio della storia dell’umanità: “Se vuoi la pace, devi preparare la guerra”, quasi che la storia secolare del continente non indichi che questa sia la strada più breve per produrre atroci conflitti. Anche perché bisognerà spendere molti soldi per fare i missili, il costo dovrà pesare sulle spalle delle classi lavoratrici popolari; bisogna quindi sviare la consapevolezza e la rabbia di costoro in altra direzione: nazionalismo e razzismo sono moneta a buon mercato e cosa c’è di meglio di una stantia ideologia razzista contro i migranti, contro gli “invasori” che minacciano la nostra civiltà bianca, patriarcale, cristiana e securitaria. Il governo italiano è quindi ben predisposto a questa offensiva politica ed ideologica e da tempo ha già costruito una specifica campagna nelle scuole. Da una parte porta avanti il processo di aziendalizzazione degli istituti scolastici avviato dai precedenti governi, dall’altra mette un atto un processo di restaurazione ideologica, tenta di ridurre la libertà di insegnamento e prova a riscrivere la storia stessa. Si assiste a una presenza sempre più massiccia di dirigenti aziendali nelle scuole, ma anche a quella di esponenti dell’esercito e della polizia. Anche in questo caso non è possibile non ricordare il motto fascista de “libro e moschetto, fascista perfetto” come base per l’educazione dei giovani, nel tentativo di convincerli a rendersi felicemente disponibili al servizio militare e a morire in guerre (quelle che si avvicinano) per la patria.
Nei prossimi anni sarà molto dura per la Meloni, ma anche per altri futuri governi far fronte alle richieste di Trump, Nato e UE di garantire il forsennato aumento al 5% del PIL per la spesa militare. Per l’Italia significa che ogni anno si dovrà spendere 10 miliardi in più rispetto a quello precedente per arrivare tra 10 anni, nel 2035, alla assurda cifra di 145 miliardi annui! Oggi siamo a 45 miliardi. Di certo le classi dominanti pensano di prendere, dai salari, dalle pensioni, dalla spesa sociale, dalla sanità le risorse per farvi fronte, il ritorno al passato peggiore.
La legge di bilancio
Per intanto il problema di definire la legge finanziaria è sulle spalle della Meloni e del suo ministro dell’economia, Giorgetti; doveva essere presentata entro il 15 di ottobre, ma ne è stato annunciato il rinvio perché sono in corso trattative con l’UE per ottenere ulteriori elementi di flessibilità, cioè di deficit. Lo scostamento di bilancio permesso dalla UE è per ora di 29 miliardi, di cui circa quindici per la spesa militare e 14 per la transizione energetica. L’Italia chiede non solo che questi 14 miliardi possano essere destinati a fronteggiare gli aumenti dei prodotti energetici, ma anche un ulteriore incremento della flessibilità, altri miliardi per lo stesso fine.
Vorrebbero confezionare una finanziaria che permetta misure di contenimento delle bollette dell’energia e intervento fiscali sia verso i lavoratori (forse la detassazione sugli aumenti contrattuali) e soprattutto verso quella piccola e media borghesia, bacino elettorale fondamentale del governo essendo questa l’ultima finanziaria prima delle elezioni. Per i capitalisti è già pronto un nuovo regalo, il rafforzamento dell’iperammortamento per le imprese, ma questo non si discute. E’ stato inviato alla Commissione europea e al Parlamento il Documento Programmatico di Bilancio da cui si evince che la finanziaria sarà intorno ai 23,5 miliardi, che ci saranno interventi a favore delle famiglie e delle imprese e che arriveranno risorse dalle banche, dai giochi e dalla revisione della spesa dello 0,05% del PIL, cioè 4,5 miliardi, che salirà a 0,08 negli anni successivi, cioè tagli alla spesa sociale. La trattativa con la UE però continua per cui la vera legge di bilancio arriverà più avanti e la sola cosa certa è che 15 miliardi di debito saranno utilizzati per la spesa militare.
Programma alternativo e Campo largo
Per riassumere: le differenze di classe, le ingiustizie sociali, le enormi ricchezze di pochi combinate alle sempre più diffuse povertà di molti non sono mai state così grandi da decenni a questa parte in Italia, a cui si aggiunge oggi anche la perversa corsa alle armi;
l’imposta sulle persone fisiche ricade in larghissima parte sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e pensionati, mentre settori medi e grandi borghesi e i capitali godono di vari privilegi fiscali; l’Istituto Nazionale di Statistica certifica che le retribuzioni reali tra il 2021 e il 2026 sono scese del 9,4%; [8]
l’accesso alla casa per vasti settori popolari diventa sempre più difficile sotto il peso di affitti altissimi che si mangiano una larga parte degli stipendi;
La sanità pubblica è sempre più definanziata a vantaggio della sanità privata per cui sei milioni di persone hanno già rinunciato a curarsi;
L’inflazione mette in difficoltà strati sempre più ampi della popolazione;
5,4 milioni di persone sono in povertà assoluta.
Casa, salario, sanità, assistenza e anche la scuola per tutti sono rimessi in discussione, cioè il vivere civile.
Sembrerebbe non impossibile, anche se difficile, nel quadro di queste sofferenze di vasti settori popolari, costruire una forte opposizione sociale e politica. Fino ad oggi i due principali partiti dell’opposizione parlamentare, Pd e M5S non ne sono stati capaci; non sono certo in prima fila nel costruire la lotta sociale, ma non sono stati neppure capaci di confezionare una piattaforma programmatica attrattiva, radicale nei contenuti sociali ed economici. Eppure per un’opposizione di sinistra autentica, o anche solo socialdemocratica decente, costruire una campagna politica non sarebbe impossibile perché in forme diverse anche se parziali già si manifestano movimenti e rivendicazioni su molti temi: forti aumenti salariali, compreso il salario minimo e una nuova scala mobile, una tassazione equa e proporzionale, il rigetto dell’aumento delle spese militari, una campagna contro l’assuefazione alla guerra, i diritti dei migranti, che non sono altro che i diritti di tutti e di unità di tutti i lavoratori, cancellando l’infamia dei centri di detenzione, forti interventi per garantire nuovamente la sanità pubblica e il diritto alla casa. Naturalmente sarebbe necessario precisare dove si prendono i soldi, dai capitalisti. Si dovrebbe anche dire che si cancelleranno tutte le leggi antidemocratiche contro i giovani e i movimenti sociali.
PD e M5S, ieri ed ancora oggi sono in concorrenza tra loro e pensano di utilizzare le elezioni primarie, per decidere su chi dovrà condurre la coalizione, se la segretaria del PD o il Presidente del M5S. La coalizione in costruzione è stata denominata “Campo largo” per indicare la volontà di apertura in particolare verso le piccole formazioni borghesi del centro. Fanno parte per ora del Campo largo il Partito Democratico di Elly Schein, il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, l’Alleanza Sinistra -Verdi (AVS) di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, +Europa di Riccardo Magi.
Hanno ancora parecchie difficoltà a esprimere un programma comune sul terreno economico, ma ancor più sulle questioni internazionali; sembra abbiano raggiunto un certo grado di unità nel respingere il riarmo europeo, ma sono divisi sulla questione dell’invio delle armi all’Ucraina, il PD lo sostiene, mentre il M5S è contrario. La guerra in Ucraina resta il difficile nodo che divide un po’ tutte le forze della sinistra.
In realtà hanno difficoltà a produrre un programma di riforma efficace ed alternativo perché molti di loro non vogliono o non hanno il coraggio di rimettere in discussione fino in fondo le politiche liberiste capitaliste degli ultimi 30 anni, quelle che hanno prodotto povertà e demoralizzazione sociale aprendo le porte alla demagogia reazionaria delle destre. Nessuno di loro pensa al superamento del capitalismo – non è nella loro natura – ma neppure vogliono anche solo seguire la scelta dei socialisti americani di un programma alternativo di riforme sociali. Come se non bastasse le componenti più moderate e accanite sostenitrici della Nato del “Campo largo”, sono numerose e ben valorizzate da alcuni media, avendo come preoccupazione principale lo stoppare qualsiasi proposta minimamente antiliberista e riformista della coalizione. Per una parte importante del PD, per il centro estremo, una serie di piccole formazioni centriste, tra cui il blairiano Renzi, per i “vecchi padri” come Prodi, l’alternativa alla destra è solo il ritorno alle precedenti politiche liberiste, cibi avariati che hanno portato alla catastrofe attuale, rendendo credibili le estreme destre e passivizzando larghi settori di lavoratori. E’ noto il detto greco “Gli Dei accecano coloro che vogliono perdere”. Costoro vogliono solo difendere il sistema capitalista e rilanciare sé stessi anche se questo può significare “perdere le classi lavoratrici”. Sono in piena attività e tanto più opereranno nel caso in cui si formasse un governo del “Campo largo”.
Le dinamiche dei movimenti sociali
Le scelte e le inadeguatezze del Campo largo rischiano di produrre una nuova vittoria elettorale delle estreme destre, evento estremamente pericoloso: un nuovo mandato popolare permetterebbe a costoro di portare a termine il progetto di restaurazione istituzionale, politica ed ideologica, compreso lo stravolgimento completo delle istituzioni democratiche, una involuzione autoritaria del paese dalle conseguenze oggi difficilmente individuabili, di certo estremamente gravi per il futuro delle classi lavoratrici. Solo la lotta e la mobilitazione sociale possono indebolire ulteriormente il governo e creare le condizioni della sconfitta dei partiti che lo sostengono.
E’ quindi positivo che sia cresciuta la consapevolezza politica che lo sviluppo e la continuità di un forte movimento di massa siano l’elemento decisivo per superare positivamente questa delicata fase di transizione. Un ruolo decisivo di traino lo stanno avendo le lotte in Spagna e in Francia, che sono diventate un esempio e un punto di riferimento, in particolare tra i giovani: assistiamo anche in Italia in questi giorni a uno sviluppo impetuoso della lotta degli studenti ed anche a forti episodi di ribellismo dei giovani e dei giovanissimi (molti razializzati) delle periferie delle grandi città del nord e alla possibilità di un autunno conflittuale e di lotta, per di più in una dimensione internazionale.
Scriviamo quindi in una situazione di accelerazione sociale che di giorno in giorno può modificare gli avvenimenti.
Ma anche per questo vale la pena di ricostruire alcuni elementi di bilancio di quanto successo nei mesi scorsi.
Un anno fa il movimento di massa si era espresso sulla ripulsa del genocidio palestinesi con grandi manifestazioni ed anche con scioperi unitari, ma non aveva potuto confermarsi e svilupparsi nelle lotte rivendicative contrattuali e contro la finanziaria anche per l’irresponsabile divisione delle forze sindacali. Nell’autunno era emersa anche una importante forbice tra la dimensione grande delle manifestazioni di piazza e la riuscita degli scioperi all’interno dei luoghi di lavoro. Lo slogan “blocchiamo tutto”, poi rilanciato in varie occasioni, non è riuscito a concretizzarsi, se non nella forma della presenza in piazza. La CGIL, principale sindacato del paese, ha sempre dichiarato lo sciopero generale contro le leggi di bilancio liberiste, ma sono stati scioperi di routine, con qualche punta alta di partecipazione in alcuni settori (trasporti, alcune fabbriche metalmeccaniche), e cortei anche significativi, ma con delle percentuali di adesioni allo sciopero limitate. Nella scuola, pur tra i settori più combattivi e sempre presente in piazza la partecipazione agli scioperi, sia dei sindacati di base che della CGIL; non è andata molto oltre il 10% a livello nazionale. Le politiche rinunciatarie delle direzioni sindacali in tanti anni hanno prodotto demoralizzazione, individualismo e senso di impotenza; così quando si decide uno sciopero non è facile prepararlo e trovare da subito una rispondenza di massa in molti luoghi di lavoro.
In primavera i movimenti sociali hanno ridato vita ad alcune mobilitazioni antiautoritarie e antiguerra (No riarm Europe e No Kings), con manifestazioni femministe e una continuità di attività di solidarietà con la Palestina, ma hanno avuto tutti difficoltà ad esprimersi in forma permanente ed organizzata territorialmente e tanto più a costituire una adeguata opposizione sul piano politico complessivo.
Ulteriori precisazioni vanno date sui sindacati: la UIL, terza forza sindacale, dopo una fase di unità d’azione con la CGIL in cui aveva promosso alcuni scioperi non particolarmente efficaci, nel contesto delle grandi manifestazioni della Palestina, a cui la CGIL ha partecipato attivamente, si è staccata ed è ritornata a fianco della CISL.
La CGIL, la più grande organizzazione di massa del paese, ha una grande responsabilità nell’aver avallato nel corso degli ultimi decenni, o di non aver voluto contrapporsi come sarebbe stato necessario, le politiche liberiste dei governi del centro sinistra e del centro destra. Negli ultimi anni ha avuto un comportamento oscillante con vari zig zag. Per difendere una identità di classe ha sviluppato una propaganda generale sui principali temi sociali promuovendo anche dei referendum nazionali su alcuni di essi, che però non hanno raggiunto il quorum di partecipazione necessario e per questo non sono risultati validi. Ha accettato un sistema di rapporti con le forze padronali penalizzante e quindi non è riuscita ad ottenere particolari successi nelle difficili lotte rivendicative con le sue federazioni di categoria che hanno sovente firmato dei contratti molto discutibili. Ha in sostituzione organizzato grandi manifestazioni nazionali, per mostrare la forza numerica ed organizzativa, ma queste non potevano modificare i rapporti di forza tra le classi e tanto meno creare problemi all’azione del governo e/o impensierire le organizzazioni padronali. Un comportamento altalenante nella speranza che le prossime elezioni possano far nascere un governo “amico” di centro sinistra, con cui dialogare.
I sindacati di base, tra cui il maggiore l’USB, hanno avuto un ruolo trainante e positivo nelle mobilitazioni per la Palestina; sono stati protagonisti anche di lotte settoriali e di azienda significative, ma la loro attività resta delimitata, tanto più nel contesto di difficoltà complessiva della classe lavoratrice. Organizzano una parte combattiva di lavoratori e lavoratrici, ma nel fare questo accentuano pratiche e orientamenti settari (qualche volta anche comprensibili di fronte all’immobilismo delle burocrazie dei sindacati confederali), ma non molto utili nel costruire una mobilitazione unitaria di classe.
L’autunno presenta una agenda ininterrotta di iniziative, di manifestazioni ed anche di scioperi, di cui sono protagonisti settori della classe operaia, dei giovani, delle donne, attivati non solo dalle organizzazioni sindacali, ma da varie strutture e comitati; essendo sotto attacco tutti gli aspetti della condizione di vita delle classi lavoratrici e popolari, ci sono ogni giorno mille buone ragioni per mobilitarsi: sul salario e sull’occupazione, sulla difesa dell’ambiente, contro la guerra e le spese militari, contro il taglio delle spese sanitarie e sociali, sulle condizioni della scuola, contro le leggi reazionarie e antidemocratiche, , per la difesa dei diritti dei migranti, contro la violenza sulle donne e contro il patriarcato, per la Palestina e in la solidarietà con gli oppressi e sfruttati.
L’agenda è strapiena, con il vento internazionale ed internazionalista che arriva dalle mobilitazioni in Spagna e in Francia; esse danno nuovi impulsi e speranze ai giovani per cui le occupazioni delle scuole sembrano dilagare in tutto il paese, mentre sabato10 ottobre ci sono state nuove grandi manifestazioni per la Palestina in 20 città.
Inoltre sono già previsti alcuni momenti centrali.
Sabato 17 ottobre grande manifestazione nazionale a Roma organizzata dalla CGIL insieme a un centinaio di associazioni sui temi del lavoro, del diritto al lavoro e alla casa, per la sanità pubblica, contro il riarmo, per la difesa dell’ambiente (in altri termini un programma riformista e democratico. “Abbiamo bisogno di un futuro diverso da quello che ci viene prospettato” è il messaggio lanciato dal Segretario della CGIL Landini “La gente sta male. E fare debito per le armi toglie il futuro ai giovani” e ancora “Vogliamo unire le lotte, dall’Ilva agli studenti con le tende. Il sindacato è a loro servizio”. L’Ilva è la grande acciaieria che rischia di essere chiusa definitivamente.
La manifestazione ha avuto una enorme partecipazione di tutti i diversi settori di lavoro e dalle regioni del paese, per cui la cifra di 100.000 partecipanti, annunciata dal palco, sembra non essere molto lontana dalla realtà.
Landini comprende molto meglio di altri le dinamiche sociali in atto e quelle potenziali; non vuole che il suo sindacato si faccia sorprendere dagli avvenimenti come è stato un anno fa; vuole provare a gestirli ed anche controllare; lavora per sé, per la credibilità e il ruolo del suo sindacato, ed anche ovviamente per costruire le prospettive elettorali del Campo largo. Contribuisce però nello stesso tempo allargare e ad attivare una più ampia partecipazione di massa, nonché a rompere il clima finora dominante in larghi settori popolari del “Non si può fare nulla”.
Anche perché poi, il 30 ottobre, il principale sindacato di base, l’USB organizza uno sciopero generale su una piattaforma rivendicativa radicale; la data coincide con la giornata internazionale di sciopero e mobilitazione dei lavoratori dei porti “Contro il transito di armi e materiale bellico, le politiche di riarmo e l’uso delle infrastrutture portuali per la logistica militare”. Il 20 novembre è programmato anche lo sciopero europeo degli studenti contro la guerra, il riamo e la leva militare.
E sempre in quelle date ci sarà la mobilitazione internazionale contro la violenza sulle donne.
Quel che è nuovo e importante è che al termine del corteo del 17 ottobre, tra grandi applausi, Landini ha annunciato che la CGIL convocherà, nello stesso giorno dello sciopero degli studenti, lo sciopero generale contro la finanziaria del governo per il salario e l’occupazione: è una scelta significativa molto più di quanto possa essere detto nei comizi o di una manifestazione nazionale.
Ma attenzione, come sempre la CGIL è Giano bifronte ed agisce anche su un altro piano: in unità con CISL e UIL sta discutendo con la Confindustria ed altre organizzazioni padronali un accordo quadro sulla rappresentanza sindacale e sulla contrattazione che si presenta quanto mai discutibile e negativo e contro cui si è espressa la sinistra sindacale “Le Radici del sindacato” interna alla CGIL.
Non è possibile prevedere se queste lotte, riusciranno a trovare tutte le convergenze necessarie, ad alimentarsi una con l’altra, ad avere una capacità di lotta rivendicativa e politica quotidiana sui luoghi di lavoro e di studio e sui territori, che si esprima in una capacità di autoorganizzazione dal basso.
Anche perché la reazione del governo a queste nuove mobilitazioni dei giovani, in particolare alla ribellione di giovanissimi, (emersi quasi dal nulla, ma espressione della profondissima crisi sociale), che hanno invaso il centro di Milano il 17-18 ottobre, quasi un riot, resistendo anche a lungo alle cariche della polizia, è stata violentissima.
Il governo Meloni ha varato l’ennesimo decreto sulla sicurezza che introduce ulteriori nuovi reati, inasprisce le pene, estende ai minorenni il fermo di polizia, colpisce con pesanti sanzioni pecuniarie i genitori dei ragazzi colpevoli e militarizza le città con l’invio di forze dell’esercito, come ha denunciato lo stesso ex capo della polizia Gabrielli.
Il governo, pressato anche dallo sciopero e dal blocco delle strade degli autostrasportatori (una categoria tradizionalmente amica, ma in rivolta di fronte al caro benzina) che impediscono il rifornimento dei supermercati, specie al Sud, con gravi disagi per la popolazione, accelera la sua deriva autoritaria e repressiva.
Si apre una fase particolarmente dura dello scontro di classe, dagli esiti incerti. L’obiettivo è quello più che mai di reggere alla controffensiva reazionaria e di produrre una mobilitazione così forte ed ampia da mettere in seria difficoltà l’operato del governo, di cominciare e modificare i rapporti di forza tra le classi e di contrastare il clima ideologico reazionario che attraversa ancora il paese.
Si tratta di riattivare settori della classe lavoratrice e popolari sempre più ampi, sottraendoli alla passività e alle sirene ideologiche reazionarie e divisive dell’estrema destra e ricostruendo sia la credibilità delle lotte rivendicative immediate sia anche una nuova speranza di una alternativa di sistema, cambiare il futuro che le classi dominanti stanno prospettando in questa drammatica crisi di civiltà che attraversa il mondo. Quello che succede in Italia è più che mai collegato con il resto delle lotte in Europa, ma questa ormai è la dimensione immediata con cui costruire la mobilitazione sociale che si oppone alle politiche dei governi e degli stati capitalisti, compresa l’ibrida istituzione protostatale che è la UE.
1 La Costituzione del 1948 espressione della vittoria della resistenza contro i nazifascisti ha dato vita a una Repubblica parlamentare con un bicameralismo perfetto: Camera e Senato, originariamente composti da 630 deputati e 300 senatori, hanno eguali poteri per cui le leggi devono essere approvate dopo discussione da entrambe le camere. In seduta congiunta i due rami del Parlamento eleggono il Presidente della Repubblica. Una modifica costituzionale del 2020 ha ridotto a 400 i componenti della Camera e a 200 quelli del Senato. Nel corso degli anni, già a partire dai governi del centro sinistra, ma ancor più col governo delle destre, e in forme estreme, la tendenza è stata quella di un sempre più forte prevalere del potere esecutivo, su quello legislativo. Ormai quasi tutte le leggi originano dal governo e non dai parlamentari. E le proposte di legge per lo più vengono discusse in una sola camera e la seconda semplicemente, quasi senza discussione la conferma. Peggio ancora molte proposte di legge del governo nascono come Decreti legge, da subito vigenti e le Camere sono chiamate a ratificarle entro 60 giorni. Per ora ancora se non sono votate dal parlamento i decreti leggi decadono. Domani chissà.
2 Riassunto della nuova legge elettorale del costituzionalista Francesco Pallante da “Volere la Luna”
https://volerelaluna.it/focus/2026/10/09/contenuti-e-incongruenze-di-una-legge-incostituzionale/
3.Le sentenze del 2014 e del 2017 della Corte Costituzionale non escludono la possibilità di premi di maggioranza anche se poi precisano che “in una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività del Parlamento”
4 La vecchia legge proporzionale garantiva una forte rappresentanza sia politica che territoriale dei partiti. Anche le forze minori erano garantite: era sufficiente ottenere l’1,5% de voti in una delle due principali circoscrizioni, Roma o Milano per poter partecipare al conteggio nazionale dei voti ottenuti e la conseguente distribuzione dei seggi. Democrazia Proletaria, questa era il nome della coalizione della sinistra rivoluzionaria, riuscì ad entrare nel 1976 in Parlamento con 6 eletti; dopo l’insuccesso del 1979, nel 1983 conquistò 7 deputati e nel 1987 8 deputati e per la prima volta anche un senatore. Agli inizi degli anni ’90 Democrazia Proletaria confluì nel Partito della Rifondazione Comunista.
5 Il 3 febbraio 1991 il PCI deliberò il proprio scioglimento promuovendo contestualmente la costituzione del Partito Democratico della Sinistra (PDS). Nel 1998 il PDS si fuse con alcune piccole formazioni della sinistra e cambiò il nome in Democratici di Sinistra (DS). Infine nell’ottobre del 2007 i DS si fusero con la Margherita (gli eredi della vecchia Democrazia Cristiana, per decenni il principale partito della borghesia italiana) per fondare il Partito Democratico (PD). Le correnti politiche del PCI che nel 1991 rifiutarono lo scioglimento del partito e il cambio di nome, costituirono prima il Movimento per la Rifondazione Comunista e successivamente con la fusione con altre formazioni comuniste e di sinistra fondarono il Partito della Rifondazione Comunista (PRC).
6 https://www.feltrinellieditore.it/opera/la-continuita-del-male/ Perché la destra italiana è ancora fascista
7 I sondaggi sono incerti e mutano ogni giorno. Ne riportiamo uno (intorno al 10 ottobre) per dare una idea dei rapporti di forza. FdI è dato al 27,8% (in passato era anche sopra il 30%), PD 21,1%, M5S 12,7%, Forza Italia 7,4%, Futuro Nazionale 7,4%, Alleanza Verdi-Sinistra 6,2%, Azione 2,8%, Italia Viva (Renzi) 2,5%, Più Europa 1,6%.
Per quanto riguarda l’estrema sinistra, Rifondazione ha proposto al centrosinistra un “Fronte costituzionale”, cioè una forma di convergenza con accordo tecnico elettorale, senza che il partito aderisca al cosiddetto Fronte Largo. Quasi metà del partito è però contraria. Potere al Popolo aveva espresso l’intenzione di candidarsi indipendentemente. La nuova legge elettorale con l’alto numero di firme da raccogliere rende problematico l’obiettivo.
8 L’attuale sistema contrattuale salariale è regolato da modalità che prevedono aumenti salariali nei contratti di lavoro solo correlati all’indice dei prezzi, senza tenere però conto degli aumenti dei prodotti energetici. Non solo quindi c’è il divieto a qualsiasi reale miglioramento dei salari, ma si pianifica la loro diminuzione; tutti gli aumenti di produttività vanno al solo vantaggio delle imprese.