L’autunno delle ingiustizie. Unire le mobilitazioni dei tanti scontenti

di Franco Turigliatto

Al manifestarsi con estrema forza ed evidenza della crisi climatica nell’estate si congiunge ora una crisi economica e sociale delle classi lavoratrici in forme drammatiche su tutti gli aspetti delle loro condizioni di vita. 

Per essere più precisi: le differenze di classe, le ingiustizie sociali, le enormi ricchezze di pochi combinate alle sempre più diffuse povertà di molti non sono mai state così grandi da decenni a questa parte; sono frutto delle dinamiche del sistema capitalista, delle politiche liberiste gestite, sia ben chiaro, dai governi delle destre, ma non meno dai governi del centro sinistra, a cui si aggiunge oggi anche la perversa corsa alle armi e alla guerra.

Dai media della borghesia: 

“Tutto il peso dell’IRPEF  (80%) sulle spalle delle lavoratrici, dei lavoratori e delle/dei pensionate/i”. “Nella giungla dei redditi dove un gioielliere dichiara meno di un insegnante”. “Troppe flat tax per gli autonomi mentre l’inflazione erode le buste paga”. “Consumi ridotti, bollette salate”. “E’ l’ora più buia delle famiglie. Carrello della spesa cresciuto il 24% in 5anni. Più 13 % l’energia elettrica.” “Il grande salasso degli affitti. La tassa occulta che affonda salari e risparmi. A Milano il canone arriva al 76% della retribuzione media, a Roma il 65%.”

“Milioni di italiani (5,8milioni) rinunciano alle cure per costi e disuguaglianze territoriali: i numeri della sanità in crisi La spesa sanitaria in Italia è scesa al 6,2% del Pil, un valore inferiore alla media europea che colloca il nostro Paese agli ultimi posti tra quelli del G7”.

Certo: quella pubblica arriva, forse, con un anno di ritardo e quella privata è inaccessibile. Non parliamo poi dell’assistenza sociale e del peso insopportabile che grava sulle famiglie delle persone con disabilità, dei malati cronici e/o con vecchi genitori. 

Le ultime vicende con la guerra nel Golfo e il prezzo dei carburanti schizzati alle stelle hanno moltiplicato ancora questi dati brutali della condizione delle classi popolari. 

E’ noto infatti che i salari delle lavoratrici e dei lavoratori italiani sono inferiori a quelli di 30 anni fa. E’ meno noto che l’attuale sistema contrattuale salariale è regolato da modalità che prevedono aumenti salariali solo correlati all’indice dei prezzi, senza tenere però conto degli aumenti dei prodotti energetici. Non solo quindi c’è il divieto a qualsiasi reale miglioramento dei salari, ma si pianifica la loro diminuzione; tutti gli aumenti di produttività vanno a solo vantaggio dei capitalisti; così non solo le banche, ma anche gli altri padroni hanno fatto grandi profitti. A questa schifezza si aggiunge una schifezza anche maggiore: ci sono altri milioni di lavoratori precari o a tempo parziale, in gran parte sottopagati e molti altri direttamente in nero con salari da fame.

Casa, salario, sanità, assistenza e anche una scuola per tutti sono rimessi in discussione, cioè il vivere civile. Si aggiunge lo stress oppressivo sulla vita e la salute della crisi ambientale che pesa ancor più sulle classi popolari.

Un governo cattivo ed infame

Poi c’è un governo, un governo infame. Un governo liberista come i precedenti, ma con molte coloriture fasciste sul piano civile e culturale, di certo revanschista e che ogni giorno lo deve essere di più perché Vannacci propone apertamente quello che gran parte di loro in fondo pensano, ma che per decoro hanno cercato finora di mascherare un poco. Oggi Meloni e soci sono in parziale difficoltà di fronte alla crisi energetica e ai parametri finanziari europei (il deficit di bilancio al 3,1% come sanzionato dall’Istat) che gli impediscono di avere maggiore flessibilità di spesa nella finanziaria e soprattutto di accedere a nuovi debiti per finanziarie l’aumento delle spese militari, che UE e Nato impongono come obbligatorie.

Il governo risponde in prima battuta gettando la palla in tribuna per distogliere l’attenzione pubblica dai temi nodali della condizione delle classi popolari. Risponde nelle modalità tipiche di ogni forza reazionaria e più o meno fascista, costruendo la divisione e la contrapposizione degli sfruttati ed oppressi, costruendo l’avversione verso i migranti, moltiplicando le leggi repressive volendo far credere che questo è “l’ordine necessario”, inventandosi ‘l’odio antislamico e la farsa del burqa nelle scuole, colpendo quindi ancora una volta i più giovani e i più piccoli. Nello stesso tempo prepara nuove flat tax e ulteriori revisioni del sistema fiscale per favorire direttamente i ricchi e il presunto ceto medio, piccoli e medi imprenditori che costituiscono la sua maggioranza silenziosa: molto silenziosa anche in questa fase di forte tensione economica e inflazionista; silenziosa, forse proprio perché pensa ancora una volta Meloni varerà qualche misura opportuna. Si rifiuta qualsiasi intervento sui capitali e sulle grandi fortune; solo ridicoli balbettamenti sui cosiddetti extraprofitti, chiedendo cortesemente ai petrolieri di “contenersi”, (l’ENI oltretutto è pur sempre più o meno pubblica) lasciando la massima libertà alle imprese, perché questa è la legge del capitale e della UE. Infine, per cercare di assicurarsi il potere nei prossimi anni, il governo sta varando una nuova legge elettorale, sempre più antidemocratica e anticostituzionale, in continuità con quelle varate da centro sinistra e centro destra a partire dal fatidico 1993 quando si è cancellata la legge democratica proporzionale della rappresentanza politica vigente dal secondo dopoguerra.

La cupa finestra internazionale

Tutto questo in un contesto internazionale sempre più cupo, con lo scontro tra i diversi imperialisti, con un imperialismo americano in declino, ma ancora egemone e disposto a qualsiasi avventura per mantenere la primazia, con il genocidio del governo sionista in Palestina che continua  anche oggi con il sostegno dei tanti governi, compreso quello italiano,  con le spese militari dei paesi europei che devono salire al 5% del PIL e con la Germania in prima fila che ha già definito un enorme progetto di riamo. Per l’Italia significa che ogni anno dovrà spendere 10 miliardi in più rispetto a quello precedente per arrivare tra 10 anni nel 2035 alla assurda cifra di 145 miliardi annui! Oggi siamo a 45 miliardi.

Nella guerra in Ucraina assistiamo da una parte alla fredda determinazione dello zar del Cremlino di portare a termine la sua “operazione speciale” di dominio su questo paese; dall’altra alla determinazione delle scomposte elites europee di utilizzare il conflitto nello scontro interimperialista. Nessuno di questi soggetti statali ha alcun rispetto dei diritti all’autodeterminazione del popolo ucraino, ma anche di tutti gli altri popoli e minoranze di quella regione. Così ognuno continua la guerra in cerca della “vittoria finale”; nessuna de-escalation, nessun cessate al fuoco che interrompa il massacro, quando la sua contabilità ha già superato il milione tra morti e feriti. 

E non può non spaventare la costruzione nell’UE e nel nostro paese, dell’operazione politica ed ideologica volta a giustificare la corsa al riamo e ad assuefare gli spiriti e la società alla possibilità di fare la guerra.  Al centro dell’operazione in Italia c’è in particolare la scuola, quasi un rilancio del “libro e moschetto”. Vedasi anche l’articolo di Brancaccio https://ilmanifesto.it/squilibrio-usa-cina-nella-grande-guerra-capitalista

Aspettando l’opposizione e il programma del “campo largo”

Di fronte a questa situazione sembrerebbe facile per un’opposizione di sinistra autentica, o anche solo socialdemocratica decente, costruire una campagna politica, (pur difficile) che sia convincente sul piano sociale e possibilmente vincente sul piano elettorale. I temi immediati: forti aumenti salariali, compreso il salario minimo e una nuova scala mobile, una tassazione equa e proporzionale, il rigetto dell’aumento delle spese militari, anzi la loro riduzione e la riconversione delle fabbriche delle armi. Una campagna contro l’assuefazione alla guerra, i diritti dei migranti, che non sono altro che i diritti di tutti e di unità di tutti i lavoratori, cancellando l’infamia dei centri di detenzione, forti interventi per garantire nuovamente la sanità pubblica e il diritto alla casa. Naturalmente non basta indicare le misure necessarie: occorre anche precisare dove si prendono i soldi, cioè da coloro che li hanno, dai capitalisti che rispetto a 40 anni fa si sono impadroniti di un 15% in più del reddito nazionale, cioè della torta della ricchezza prodotta dalla classe lavoratrice ed a scapito di questa. Dovrebbero anche dire che cancelleranno tutte le leggi antidemocratiche e repressive contro i giovani e i movimenti sociali del governo Meloni. A dire il vero dovrebbe forse anche dire che cosa faranno nella finanziaria, di fronte alle norme capestro del Patto di stabilità se vinceranno nel 2027 le elezioni.

E invece no: PD e M5S, giocano a farsi concorrenza e a scontrarsi nelle primarie, incapaci di proporre un programma di riforma efficace ed alternativo per il semplice fatto che non vogliono rimettere in discussione le politiche liberiste degli ultimi 30 anni. Anzi una parte cospicua del “campo largo” ha come unica preoccupazione, non certo di lottare contro il governo delle destre, ma di stoppare qualsiasi profilo minimamente antiliberista e riformista della coalizione. Per una larga parte del PD, per il centro estremo, per Renzi, per i democristiani di varia origine, per i presunti “vecchi padri” come Prodi, per non parlare di Letta, tutto deve rimanere come prima. Se mai vincessero vorrebbero fare le stesse politiche che hanno fatto nel passato e che hanno portato alla catastrofe attuale, rendendo credibili le estreme destre e passivizzando larghi settori di lavoratori. E’ noto il vecchio detto greco “Gli Dei accecano coloro che vogliono perdere”. Ma in realtà costoro vogliono solo difendere il sistema capitalista e salvare sé stessi anche se questo può significare “perdere le classi lavoratrici”.

Il difficile compito di unire lotte e movimenti 

Nell’agenda dell’autunno, di fronte alle contraddizioni sociali e politiche richiamate sono già state individuate molte giornate di lotta sui diversi temi e sulle rivendicazioni dei diversi movimenti. Sono sotto attacco tutti gli aspetti della condizione di vita delle classi popolari; gli scenari sono bui e ci sono mille buone ragioni per mobilitarci ogni giorno: sul salario e sull’occupazione, sulla difesa dell’ambiente e contro il riscaldamento climatico, contro la guerra e le spese militari, contro il taglio delle spese sanitarie e sociali, contro le leggi reazionarie e antidemocratiche, per la difesa dei diritti dei migranti, contro la violenza sulle donne e contro il patriarcato. L’agenda e già strapiena, molte manifestazioni, ancora pochi scioperi.

Non facile lavorare per unire tutte queste giornate specifiche di lotta; come è possibile far convergere tutti questi movimenti in una capacità di lotta così forte ed ampia da modificare i rapporti di forza tra le classi e determinare una effettiva difficoltà del governo per portare a casa la sua legge finanziaria? Questa dimensione della mobilitazione sarebbe anche l’unica vera garanzia per poter sconfiggere le destre nelle prossime elezioni, riattivando al voto larghi settori popolari e ricostruendo la credibilità di una alternativa. Anche perché, come in passato c’è la necessità, di combinare la lotta per gli obiettivi immediati, la difesa delle condizioni di vita e di lavoro, con la prospettiva di superare le cause strutturali delle diseguaglianze e delle ingiustizie e le prospettive di guerra, cioè mettere in discussione il sistema capitalista, ricostruire la speranza e la volontà di una rottura dell’esistente, una alternativa ecosocialista. Per far questo servirebbe anche un partito di classe che sapesse partecipare alla costruzione dei movimenti e alla progettazione di questa alternativa. Per ora non c’è, ma, in ogni caso, è bene lavorare perché possa prodursi.   

Nei prossimi giorni saremo impegnati in questo senso il 2 ottobre nei presidi contro l’approvazione del ddl 1004 (cd. “antisemitismo” che in realtà equipara l’antisionismo, cioè la critica della politica colonialista e razzista dello Stato d’Israele, all’antisemitismo); il 4 ottobre nell’assemblea nazionale del movimento No Kings a Napoli, il 14 ottobre nello sciopero generale toscano in solidarietà con gli imputati per le manifestazione di solidarietà con la Palestina e la Global Sumud Flotilla dello scorso anno.