Negli Stati Uniti il voto degli iscritti conferma la direzione presa dal sindacato UAW

di Ezio Boero

La rielezione di Shawn Fain a segretario (presidente, lo definiscono negli USA) di United Auto Workers ha rilievo non solo per quel Sindacato, che tramanda la sua lunga storia di lotte del Lavoro, ma anche per il contesto sociale degli Stati Uniti.

Un milione e mezzo di iscritti nel 1979, oggi solo più 190.000 in produzione nel settore tradizionale dell’auto, 100.000 tra i lavoratori delle università, 600.000 pensionati e altri sparsi in vari settori, UAW continua ad essere al centro del mondo sindacale degli USA. 

Fain, eletto nel 2023, si era presentato per contrastare un lungo periodo di concessioni al padronato e le vicende di corruzione che avevano caratterizzato l’epilogo della storica maggioranza che aveva governato UAW per 70 anni. Condannata per corruzione quando FCA (Fiat-Chrysler), allora governata da Marchionne, pagò, dal 2009 al 2016, 3,5 milioni di tangenti ai leader di UAW e dovette pagare 30 milioni di dollari per violazione delle leggi federali sul lavoro. Mentre il presidente di UAW, Dennis Williams, fu condannato a 21 mesi di prigione per appropriazione dei fondi del Sindacato (utilizzati a piene mani per pagarsi spese personali) e, per pene minori, lo furono anche altri 12 dirigenti sindacali.

A seguito di ciò, nel 2021, il Dipartimento di Giustizia di Detroit nominò per 6 anni un monitor (controllore) federale, Neil Barofsky, per vigilare su possibili ritorni di illeciti, e denunciò la modalità del voto degli organismi di UAW, effettuato all’interno degli stessi, come una delle cause di possibile corruzione, invitando a una votazione tra tutti gli iscritti.

Nella successiva votazione “un-membro-un-voto”, i due terzi dei pochi votanti (solo il 14% degli iscritti, segnalando forse con ciò la sfiducia o il disinteresse al rinnovamento) confermò  la nuova modalità di voto per gli organismi. E successivamente, nell’autunno 2022, con un’affluenza ancor più bassa, installò la nuova maggioranza di Fain. Peraltro dopo un ballottaggio coll’esponente della “vecchia guardia”, in cui lui vinse soprattutto per l’appoggio delle migliaia di lavoratori-studenti universitari (staffisti, docenti, assistenti di ricerca e dottorandi, ecc) che s’erano iscritti negli ultimi anni al Sindacato. Molti dei quali presenti all’interno del caucus (la storica componente sindacale) di Unite All Workers for Democracy (UAWD), che da anni si batteva per la democrazia interna.

Fain, ex elettricista di fabbrica in uno stabilimento dell’Indiana, subentrò come Presidente appena il giorno prima dello svolgimento della Convention che doveva votare le piattaforme per il rinnovo dei contratti delle Big 3 (GM, Ford e Chrysler, ora in Stellantis). Una per ogni azienda, perché negli Stati Uniti i contratti sindacali, quando ci sono, sono raramente nazionali di categoria (postini, ferroviere), pochi anche quelli aziendali e in genere sono di stabilimento.

La vertenza delle 3 Grandi dell’auto era stata caratterizzata da uno sciopero di 6 settimane, simultaneo e  progressivo (una novità per UAW, così come i resoconti settimanali on line sull’andamento delle trattative) e da un voto conclusivo di approvazione ambivalente (con un risicato 55% di sì al contratto in General Motors, il cui personale ha maggiore anzianità e memoria contrattuale). 

Dopo questi contratti, che acquisivano un aumento salariale finale del 25%, e in un contesto di aumento delle spese belliche e dell’inflazione, e di una forte riduzione di produzione di auto elettriche, a cui l’amministrazione Trump ha sottratto gli incentivi all’acquisto deliberati da Biden, UAW aveva aperto, con l’impiego di 40 milioni di dollari, una campagna di sindacalizzazione degli stabilimenti delle 15 marche di auto asiatiche ed europee nel Sud degli Stati Uniti, governato dai Repubblicani e ferocemente antisindacale. La campagna tentava di recuperare iscritti, che nel 1983 erano il 60% dei lavoratori dell’auto, mentre oggi sono solo il 16% degli odierni 1,3 milioni di lavoratori del comparto.  

La principale causa, gli accordi commerciali come il NAFTA hanno portato allo smantellamento, attorno ai Grandi Laghi, dell’intera filiera dell’auto, di cui Detroit era il centro: UAW stima che 90.000 fabbriche, grandi e dell’indotto, abbiano chiuso. 

Finora, l’unico contratto nell’auto nel Sud degli USA è stato raggiunto presso la Volkswagen  di Chattanooga, nel Tennessee. Mentre, dopo una prima sconfitta, contestata da UAW a causa della grande campagna antisindacale dell’impresa, è ancora aperta la vicenda della Mercedes-Benz a Vance nel Kentucky, in attesa di probabili nuove elezioni.

Nel contempo, Fain aveva acquisito un incarico in un comitato consultivo dell’amministrazione Biden e praticata progressivamente una gestione accentratrice e anche autoritaria, esautorando due membri della sua segreteria (la tesoriera Margareth Mock e Rich Boyer, responsabile del dipartimento per Stellantis). Licenziamenti che il monitor indipendente ha costretto a ripristinare. Inoltre, la maggioranza “riformatrice” si è  ulteriormente sfarinata: la componente del caucus UAWD si è divisa sostanzialmente tra operai e studenti; e solo quella chiamatasi UAW Member Action ha continuato a sostenere esplicitamente Fain. 

L’appoggio di UAW ai dazi di Trump, mentre altri grandi Sindacati degli USA li hanno avversati, non è stato che il seguito di quanto fece UAW con la precedente direzione negli anni ’80, con lo slogan “Buy american, your job depends on it”. Mentre il dissenso ai trattati di libero scambio, come il NAFTA, che aveva eliminato posti di lavoro e tagliato occupati e salari, è un’opinione largamente diffusa nel mondo del lavoro statunitense. 

E’ stato probabilmente l’appoggio di UAW alla causa palestinese che ha portato allo scontro tra Fain, ormai quasi “un uomo solo al comando”, e il monitor Barofsky, i cui rapporti semestrali (con diffusione ai 300.000 iscritti UAW nel settore dell’auto)  sono stati sempre più incentrati sui comportamenti autoritari di Fain. Un leaderismo peraltro  consueto a tutti i livelli nel mondo statunitense e apprezzato da molti (lo si vede nel voto a Trump).  Accusato di aver creato un clima di sospetto e di rappresaglia interna, e anche di favoritismi nei confronti di suoi familiari, Fain ha svelato una telefonata del monitor che contestava a UAW la decisione dal Sindacato di aderire all’iniziativa per il cessate il fuoco a Gaza. Un intervento, quello del monitor, aldilà delle sue prerogative, ha sostenuto UAW, che è poi continuato con crescenti pressioni sul Sindacato per riconsiderare o ammorbidire la sua opposizione al genocidio di Gaza. UAW è comunque andata avanti: la Convention di giugno ha votato il congelamento dei rapporti con la Federazione sindacale israeliana Histadrut, che “mina l’unità globale dei lavoratori promuovendo il colonialismo dei coloni”, e, seppur passato con un voto risicato, il disinvestimento delle risorse UAW (400.000 dollari) già investite in obbligazioni emesse negli Stati Uniti dallo Stato di Israele.  

Lo stallo della campagna di sindacalizzazione del Sud degli USA, l’appoggio ai dazi di Trump e il dissenso al rinnovo di accordi di libero commercio, le rotture all’interno della maggioranza sindacale, l’appoggio alla causa palestinese (invertendo il tradizionale appoggio a Israele dei Sindacati USA), le accuse del monitor federale con passaggi che tendevano a screditare il presidente di UAW: tutti questi elementi si sono scaricati sulle elezioni, avvenute in settembre, per il rinnovo degli organismi dirigenti,.Con l’aggiunta di periodici interventi ostili di Trump. 

Tra i sei candidati a Presidente e a Vice-Presidente, si ritrovano i due membri della sua ex segreteria “licenziati” da Fain, che evidentemente hanno inteso rappresentare la maggioranza precedente a lui. Da cui, a converso, sono stati recuperati da Fain anche alcuni candidati nella sua lista. 

Ma lo spoglio delle schede elettorali per il voto sugli organismi di UAW (presidente, segretario-tesoriere, tre vicepresidenti e nove direttori regionali, che insieme costituiscono il Consiglio Esecutivo), iniziato il 6 ottobre e amministrato dal monitor, ha ratificato  la vittoria di Fain. Costruita su quello che quello che, non a vanvera, è stato vantato un buon accordo del 2023 con le Big 3; i contratti stipulato con la Volkswagen in Tennessee e con American Axle, la grande impresa di ricambi per GM; il partecipato movimento in molti atenei del Paese, indotto anche dall’adesione a UAW, coll’appoggio alla causa palestinese contro il genocidio del governo Netanyahu.

La lista di Fain si conferma quindi col 68% dei consensi alla carica di Presidente di UAW (rendendo non necessario il ballottaggio avvenuto nelle elezioni del 2022) e di Tesoriere. Ottiene anche i tre ulteriori ruoli della Segreteria e vince gli 8 dei Direttori delle 9 Regioni degli Usa in cui è suddiviso l’intervento di UAW. La principale minoranza, rappresentata soprattutto dai già allontanati dalla segreteria, ottiene solo il 13% (per il presidente) e il 23% (per la carica di tesoriere)

Che il risultato del voto di 100.000 iscritti (il 10% degli aventi diritto; ancora una volta un numero assai scarso rispetto al milione di associati a UAW) rappresenti la continuità di una politica e la difesa dell’autonomia del Sindacato di fronte agli attacchi esterni, oppure una mancanza di alternative credibili che non fossero solo la critica a Fain al seguito di quella del monitor, lo dirà il futuro. 

Parrebbe comunque anche un’ulteriore vittoria (dopo quella di Mamdani a sindaco di New York e di altri/e nelle primarie del Democratic Party) dei Democratic Socialists of America, Partito da cui Fain non è certo lontano, partecipando anche ad iniziative pubbliche con la deputata Ocasio-Cortes e con l’indipendente Sanders. 

Una vittoria che pare, dai primi commenti dei media, realizzata con un voto meno consistente (solo la metà della similare elezione precedente, quella del 2022) di lavoratori studenti ma maggiore nei grandi stabilimenti operai

La confermata dirigenza UAW può ora guardare al futuro, quando l’ostile monitor nel 2027 avrà terminato il suo compito (ma il decreto di nomina tiene aperta la possibilità di proseguirlo) e  in vista del rinnovo dei contratti con le Big  3, che erano stati fatti scadere il 30 aprile 2028 con l’idea di fare del Primo Maggio (che non è festivo negli USA, il Paese da cui origina) una giornata nazionale di mobilitazione. A cui UAW ha invitato gli altri Sindacati ad allinearsi. Nel periodo, UAW si troverà di fronte al rinnovo dei contratti di John Deere, Volvo e General Dynamics e poi delle Big 3, e alla conclamata intenzione delle imprese di non dare significativi aumenti salariali e di introdurre tecnologie di riduzione degli occupati originate dall’intelligenza artificiale. E alla necessità di intervenire anche sul ripristino o sul miglioramento dell’assicurazione sanitaria post-pensione, da sempre carente o assente negli USA per tutti/e.

Fain, nella proclamazione della vittoria che lo conferma per altri 4 anni, ha dichiarato: “stiamo lottando per l’intera classe lavoratrice, sia al tavolo delle trattative che nell’arena politica”. In cui UAW sta appoggiando, non come storicamente fatto da quel Sindacato genericamente il Democratic Party, ma candidati/e che siano esplicitamente dalla parte del lavoro organizzato.

L’auspicio è che le lavoratrici e i lavoratori, anche quelli del settore dell’auto iscritti a UAW, possano partecipare maggiormente alla conduzione del proprio Sindacato, che si depuri maggiormente da leaderismi e battaglie interne che potrebbero apparire lotte per il potere.