L’ANPI verso il congresso
di Fausto Angelini
Nei prossimi mesi si terrà il 18° congresso nazionale dell’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, associazione nata nel 1944 per raccogliere i reduci della guerra di liberazione e i familiari dei caduti, ma che, dopo la scelta nel 2006 di aprirsi agli antifascisti di ogni età, ha conosciuto una nuova stagione di crescita, anche numerica, fino agli attuali oltre 160.000 iscritti, molti giovani, con migliaia di sezioni in tutta Italia.
Di fatto, con la riduzione ai minimi termini della sinistra politica, verso l’Anpi si è rivolta una parte significativa della domanda di sinistra, spingendo l’associazione ad andare oltre la tradizionale attività di commemorazione, spesso rituale, della resistenza e dei suoi caduti.
Il ruolo significativo avuto nella sconfitta della riforma costituzionale voluta da Renzi nel referendum del 2016 ha sancito questo nuovo peso politico assunto dall’Anpi, quasi suo malgrado, come principale associazione di massa del nostro paese (sindacati a parte), ruolo man mano accresciuto dalle varie vicende in cui l’Anpi si è trovata ad assumere posizioni più avanzate di quelle dei partiti del campo largo (dall’Ucraina a Gaza, dal riarmo all’appoggio ai referendum promossi dalla Cgil).
Questo ha comportato di pari passo una crescita delle tensioni al suo interno, da un lato perché una parte dell’associazione ha mantenuto il tradizionale collateralismo verso il PCI nelle varie trasformazioni fino al PD, dall’altro per una fisiologica dialettica in una associazione che per sua natura non è un partito ma è comunque politica, dall’altro ancora per la naturale stanchezza di una parte degli iscritti, immersi nel clima di rassegnazione del nostro paese, dove la manutenzione delle lapidi o dei sentieri partigiani può sembrare più concreta e meno “divisiva” di faticose discussioni e prese di posizione.
Il problema principale però, per una associazione che fa dell’antifascismo e della difesa della costituzione la sua bandiera, sta nell’identificare correttamente i pericoli che incombono nel mondo attuale.
Il vero pericolo di fascismo, nell’Italia di oggi, non viene da qualche ragazzotto che gioca a fare il saluto romano, e in fondo nemmeno da chi, dalla pattumiera della storia, si tiene il busto del duce in salotto e ci tiene a farlo sapere (e che figuri del genere ricoprano cariche pubbliche è un sintomo, non la causa, della crisi che attraversiamo).
Il pericolo vero è, da un lato, lo scontro su scala mondiale tra i diversi imperialismi concorrenti, che ricorda pericolosamente gli anni che precedettero la prima guerra mondiale e che non può essere ridotto alle singole figure di vertice e alle loro reali o presunte tare psicologiche, dall’altro, in particolare nell’Europa indecisa sulla direzione da prendere, la propensione di parti crescenti delle classi dominanti ad appoggiare l’ascesa elettorale delle destre estreme ritenute più adatte a compattare i popoli dietro miti etnici e nazionalisti senza mettere in discussione le politiche economiche liberiste.
Come negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso il fascismo è una delle opzioni a disposizione delle classi dominanti e in questo sta la sua forza e la sua pericolosità, aldilà del folclore o dei tratti macchiettistici di certi suoi esponenti.
Per questo il ruolo di una associazione come l’Anpi deve essere anzitutto affrontare i problemi del presente con lo spirito e i valori della Resistenza (e dell’antifascismo che la precedette e la rese possibile), che oggi possono vivere solo se attualizzati e non imbalsamati in commemorazioni spesso rituali, prendendo posizione dopo ampie discussioni democratiche e razionali ma senza equilibrismi o timori diplomatici verso un centrosinistra che sempre più appare nella migliore delle ipotesi un male minore momentaneo rispetto all’estrema destra, ben lungi dal costituire una alternativa reale rispetto al liberismo e al capitalismo che sono il migliore incubatore del fascismo e della guerra.