C’è da costruire la convergenza dell’opposizione sociale

L’assemblea nazionale di Bologna contro i Re, il corteo di Massa contro la repressione, la chiamata a Torino. Un’agenda fitta di impegni per i movimenti di fronte a un’offensiva senza precedenti [Franco Turigliatto]

➳ Le vicende internazionali e nazionali in questo primo scorcio dell’anno si accavallano drammaticamente e propongono una agenda intensa di mobilitazioni sociali e politiche per resistere all’offensiva mortale delle classi dominanti.

La marcia delle destre

In Italia i disegni involutivi e reazionari sul piano democratico e sociale del governo Meloni si dispiegano senza interruzione: l’esecutivo ha portato a casa una legge di bilancio antipopolare e penalizzante per le classi lavoratrici senza particolare problemi, anche e soprattutto  per le debolezza dei movimenti di opposizione e per le inadeguatezze del movimento sindacale e si prepara quindi ad aprire i rubinetti della spesa militare. Sul piano istituzionale vuole arrivare rapidamente al referendum sulla riforma della magistratura che altro non è che uno dei tanti tasselli con cui si opera lo stravolgimento degli assetti costituzionali: i poteri dell’esecutivo diventano sempre più dominanti facendo saltare gli equilibri definititi nella Costituzione del ’48 e, in caso di vittoria dei si, Meloni spera di avere la strada spianata per il successivo passaggio, quello più importante, l’introduzione del premierato.

Contemporaneamente i partiti di governo stanno apprestando un decreto legge e un disegno di legge, rivolti, come se non bastasse l’infame decreto sicurezza di qualche mese fa già pienamente operativo, vedi la vicenda della incriminazione di decine di militanti sociali e sindacali a Massa, a colpire fino in fondo non solo ogni forma di manifestazione, ma la stessa libertà di pensiero e di dissenso politico e sociale; come al solito prestano una particolare attenzione repressiva verso le giovani generazione, le/i migranti, e gli strati sociali più deboli.

Nel frattempo l’offensiva verso le scuole e la libertà di insegnamento aumenta ogni giorno nelle aule dove i libri, sempre più opportunamente revisionati, si accompagnano con “i moschetti”, cioè con la presenza di esponenti delle forze armati chiamati a conferire su vari temi, in ultima analisi, per spiegare, illustrare e convincere i giovani a rendersi felicemente disponibili al servizio militare e a morire in guerra (quelle che si avvicinano) per la patria.

Come il paese abbia potuto finire in una fogna del genere con un governo così orrendo, e pure sostenuto da un certo consenso, non è neanche un mistero. Deriva non solo dalle sconfitte del movimento operaio, ma dalle scelte di subordinazione alle politiche liberiste dei gruppi dirigenti delle forze della cosiddetta sinistra moderata maggioritaria e delle organizzazioni sindacali. E aspettiamo invano una seria autocritica da questi dirigenti socialiberisti che oggi si lamentano della cattiva situazione. Costoro infatti si oppongono alle destre, ma propongono come  ”alternativa politica” di riscaldare specie sul terreno economico, i vecchi cibi avariati che ci hanno precipitato nello stato delle cose presenti.  

Il no al referendum costituzionale

I partiti dell’opposizione parlamentare, PD, M5S e AVS, stanno costruendo la campagna per il NO al referendum insieme a settori importanti della cosiddetta opinione pubblica democratica. La CGIL, uscita non certo bene dal difficile sciopero del 12 dicembre, che non aveva voluto costruire ben prima in autunno e in modo unitario con le altre forze sindacali combattive, ha espresso la volontà di un forte impegno nella campagna referendaria costruendola in modo capillare in tutti i luoghi di lavoro e sui territori. Bene, ma è un compito non certo facile essendo il movimento operaio uscito debole dalle vicende dell’autunno; né sarà facile, anche se necessario, far comprendere a lavoratrici e lavoratori che nel referendum in discussione non c’è solo una particolare norma sulla organizzazione della magistratura, ma un elemento del progetto antidemocratico del governo e delle forze padronali. La nostra organizzazione partecipa attivamente alla campagna per il NO.

Manifestazione a Massa e convegno a Bologna

C’è poi la volontà e la necessità del governo di disgregare la forza politica ed ideale di quel grandioso movimento che in autunno ha attraversato strade e piazze contro il genocidio del popolo palestinese e a sostegno del suo diritto alla vita e alla autodeterminazione. Quel movimento è stato un duro colpo per il governo Meloni, complice dei crimini compiuti dal governo sionista israeliano. Per questo molte sono le operazioni politiche e mediatiche in corso per infangare il movimento, per distruggere il suo retaggio politico, morale ed ideale e per colpevolizzare ed incriminare i militanti palestinesi e le stesse azioni di solidarietà.

Governo e Magistratura hanno a disposizione l’infame decreto sulla sicurezza che colpisce le manifestazioni di strada. Particolarmente solerti i magistrati toscani che hanno incriminato una quarantina di attivisti e militanti sociali e politici  tra cui i dirigenti della CGIL e dell’Arci, oltre che gli esponenti dei sindacati di base e delle organizzazioni della sinistra radicale per la manifestazione del 3 ottobre alla stazione di Massa. L’elenco dei destinatari delle denunce rivela che, oltre al tentativo di scoraggiare i giovanissimi, si vogliono colpire le organizzazioni sindacali, politiche e sociali che si sono messe a disposizione della mobilitazione. 

E’ questa solo la punta di un iceberg, di una offensiva repressiva che si vuole portare più a fondo e che, se non bloccata in tempo e avesse successo, spingerebbe governo e magistrati a usare in forma sempre più larga le norme del decreto per intimidire ed impedire qualsiasi lotta e movimento.

La manifestazione regionale di sabato prossimo 24 gennaio a Massa  “La protesta non è reato”(organizzata dalla CGIL regionale e dalle altre organizzazioni sindacali di base e forze sociali e politiche) che parte dalla stazione della città è quindi di importanza capitale; riguarda tutte/i, deve esser considerata scadenza nazionale. Bene farebbe la CGIL (che è l’obbiettivo principale e finale del governo) ad essere presente con i suoi dirigenti nazionali. La nostra organizzazione sarà presente con lo striscione “Se la vostra legge è il genocidio noi siamo fuorilegge”.

A Bologna il 24 e il 25 si svolge invece l’Assemblea nazionale “O Re o Libertà” promossa da un’ampia galassia di movimenti, reti, attivisti, associazioni, campagne, realtà politiche e sindacali riunitesi nella Convergenza Sociale “Contro i re e le loro guerre”. Sono oltre 700 sigle per la convergenza sociale e contro l’autoritarismo vedasi https://stoprearmitalia.it/o-re-o-liberta/) con il programma del convegno.

L’importanza di questa assemblea per costruire una più ampia convergenza, per sviluppare la campagna NO Rearm Europe, per tessere le fila dell’unità e della organizzazione, per passare dalla progettazione nazionale anche a una reale articolazione capillare, città per città, territorio per territorio, non può sfuggire a nessuno. Ma per fare questo occorre che tutte le organizzazioni politiche e sociali e sindacali sul piano locale vi partecipino seriamente. Sosteniamo a fondo a questa iniziativa e vi participeremo attivamente.

La vicenda Torino

Poi infine c’è la “questione Torino” e la grande manifestazione nazionale ed anche internazionale che si preannuncia per il 31 gennaio, organizzata politicamente dalla assemblea che si è svolta all’università di Torino pochi giorni fa. Le vicende sono note: la questura di Torino, di certo sollecitata dai partiti di governo, ha disposto non solo la chiusura di Askatasuna, ma anche il blocco totale di una vasta zona tutto intorno e la vera e propria militarizzazione di una parte del quartiere per parecchi giorni. Non solo quindi la chiusura del centro sociale, ma una vera esercitazione militare repressiva che guarda al futuro e che mostra anche a noi quello che dobbiamo aspettarci da un governo che prende esempio da quel che combina Trump a Minneapolis e in altre città americane.

Siamo di fronte a un attacco che vuole colpire a fondo la partecipazione sociale attiva e il protagonismo delle giovani e dei giovani, che punta ad intimidire la stessa cittadinanza; è infatti anche un attacco alla città di Torino, una città, dove nonostante le dure sconfitte dalla classe operaia, le forze della destra e dell’estrema destra continuano ad avere molte difficoltà ad affermarsi. Le destre vogliono creare un clima che permetta loro di diventare competitive nelle prossime elezioni comunali. L’operazione militare da questo punto di vista è stata anche un attacco alla giunta del PD, anche se questa ha sottostato alle imposizioni della Questura, mostrandosi così succube, se non complice.

La manifestazione del 31 assume quindi una importanza politica nazionale, sottolineata dalle tante presenze nella assemblea preparatoria, che ha visto la “reunion” di tutti i centri sociali, ma anche dei diversi sindacati di base, di differenti movimenti sociali nonché delle forze politiche della sinistra dalla AVS a Potere al Popolo, da Rifondazione a Sinistra Anticapitalista.

Askatasuna e i centri sociali si propongono come colonna portante e dirigente della costruzione dell’opposizione al governo delle destre. La piattaforma politica titola “Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali” e si conclude con: “È tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è possibile, resistere è un dovere”.

Non possiamo che condividere questi intenti e per questo abbiamo firmato l’appello e saremo presenti attivamente nella preparazione e partecipazione della manifestazione.

E’ opportuno però segnalare un nodo sociale, ma anche politico essenziale: dove sta la classe operaia? La città di Torino, nonostante le ristrutturazioni industriali e la riduzione di Mirafiori a soli 10 mila operai (che il più del tempo sono in CIG) resta una città operaia. Storicamente Torino e gli operai sono riusciti ad accogliere molto male nel 1938 lo stesso Mussolini; nel 1943 il loro sciopero sotto occupazione nazista avrebbe segnato l’inizio della fine del regime fascista. Per non parlare poi delle loro lotte nel dopoguerra e negli anni ’70.

E’ una città in cui il soggetto classe operaia è sempre stato un protagonista sociale fondamentale, che ha segnato la storia dell’intero paese e che è stato garante con le sue mobilitazioni e lotte della stessa democrazia e dei diritti. Certo oggi questa classe è sconfitta, sparpagliata ed anche demoralizzata, ma continua ad esistere e non si può pensare di poter rovesciare i rapporti di forza senza il suo pieno ritorno nello scontro sociale. Aiutarla con iniziative e scelte politiche ricompositive è uno dei compiti per poter costruire una opposizione vincente al governo delle destre e dei padroni.

Questa debolezza attuale della classe spiega anche la decisione della direzione della CGIL, preoccupata della preservazione del sindacato nel contesto dato, di non aderire alla manifestazione, come era stato proposto dalla corrente interna di sinistra. La decisione della CGIL la si può “comprendere” ma solo in parte; è infatti anche una ammissione di debolezza a priori e una pericolosa rinuncia. La sinistra della CGIL sarà naturalmente in piazza.

Tutto questo non fa che sottolineare l’importanza della manifestazione, la possibilità che essa sia un elemento catalizzante di processi più ampi e di risveglio di una coscienza politica più diffusa di fronte al pericolo delle destre estreme e fasciste. Bisogna suonare forte le campane a martello per indicare quale grave pericolo costituiscano. Per questo serve una grande manifestazione pacifica e di massa, consapevole che le forze reazionarie e il governo hanno tutto l’interesse a dividerla e a condizionarne la natura e lo svolgimento. Ma questo non deve avvenire.