25 novembre: tutt3 in piazza contro la violenza patriarcale. Per Giulia. Per tutte.

di Laura Vassalli

Al grido di “Se domani non torno, distruggi tutto” e “Siamo il grido altissimo di tutte quelle donne che oggi non hanno più voce”, nei giorni scorsi migliaia di giovanissim3 sono sces3 nelle piazze per dire basta alla violenza di genere a seguito del 105° femminicidio del 2023, quello di Giulia Cecchetin, la studentessa sequestrata, picchiata e barbaramente uccisa dall’ex fidanzato solo pochi giorni fa.
Flash mob, manifestazioni spontanee e sit-in si sono svolti in tantissime città, a cominciare da Padova, dove sono avvenuti i terribili fatti, per poi dilagare in tutta Italia, per esprimere solidarietà e rabbia per l’ennesima ragazza uccisa per mano di un maschio violento.

Nella giornata internazionale contro la violenza di genere, il movimento transfemminista Non Una Di Meno, insieme a tantissime associazioni, collettivi, student3 e gruppi di attiviste femministe scenderanno nuovamente in piazza contro la violenza patriarcale, questa volta a Roma e a Messina, con due manifestazioni nazionali.

Con oltre 100 femminicidi dall’inizio dell’anno, la violenza patriarcale non si ferma e le cronache tornano ancora una volta a titolare le prime pagine con le brutalità compiute da uomini che negano percorsi di autodeterminazione delle donne a tutti i costi, fino all’uccisione, spesso preceduta da altre efferatezze.

Che il discorso sulla violenza patriarcale entri nel dibattito pubblico è sicuramente un passo verso il riconoscimento di questo inquietante fenomeno sociale strutturale. Purtroppo, però, la narrazione che si fa di questi episodi di violenza è piuttosto un’occasione per dare in pasto a un pubblico morboso dettagli di violenza e di vita intima delle vittime esponendole, da vive o da morte, agli attacchi feroci dei difensori della struttura patriarcale, a cui viene dato ampio spazio mediatico.

Quando c’è un argomento che fa scaldare gli animi, i media sono ben contenti di strappare clic e vendere pubblicità, mentre la tutela delle vittime, le riflessioni strutturate e l’inquadramento reale del problema, soccombono.

Chi cerca di contestualizzare e politicizzare questo tipo di violenze riceve accuse di strumentalizzazione o semplicemente feroci attacchi tout court per mancanza di argomenti razionali in un clima di sopraffazione e urla scomposte, come è successo negli ultimi casi mediatici, direttamente contro la ragazza vittima di violenza sessuale a Palermo e contro la sorella di Giulia.

Il ministro dell’istruzione Valditara ha inviato alle scuole una comunicazione scritta per invitare a fare un minuto di silenzio in ricordo di Giulia. Ma prima all’università di Padova, e poi nelle scuole di tutta Italia, tantissime ragazze e tantissimi ragazzi hanno invece risposto con un minuto di rumore, su invito di Elena, la sorella di Giulia. È un segnale positivo di presa di coscienza da parte di giovanissime e giovanissimi che non si può più rimanere in silenzio e bisogna invece gridare la rabbia per quello che è successo a Giulia, che è già successo a tantissime e che potrebbe succedere a ogni donna e ragazza.

Le donne che hanno subito una violenza fisica o psicologica da parte di un uomo sono molte, e sicuramente molte più di quelle che emergono dalle statistiche, ma il sistema patriarcale assume molte forme e colpisce tutte le donne e le persone LGBTQIA+.

Oltre alle forme più esplicite di violenza a cui ognuna può andare incontro (a prescindere da come si veste, dai luoghi che frequenta o da quanta alcool ha assunto!), bisogna considerare un sistema complessivo che discrimina le donne e le vuole relegare in ruoli sociali subalterni a quelli maschili. Donne e persone LGBTQIA+ vengono discriminate, spesso subdolamente, anche nei posti di lavoro o per trovare lavoro.
La differenza salariale, benché accertata, è ancora in gran parte negata, ed è sicuramente uno degli indizi più chiari che nella nostra società le disparità di genere sono ben presenti e radicate.
Le donne guadagnano meno degli uomini per tutta una serie di fattori che le svantaggiano: accedono in misura molto minore a ruoli apicali per discriminazione, fanno lavori in settori appositamente femminilizzati e che risultano più precari, meno retribuiti e con meno tutele; sono le prime a rinunciare, più o meno volontariamente, al loro lavoro se ci sono altre necessità familiari (cura delle figlie/dei figli, assistenza anziane/i, familiari disabili, ecc.); devono occuparsi, gratuitamente, del lavoro di cura della famiglia ordinario e straordinario e proprio per questo ricorrono più spesso degli uomini al part-time o rinunciano del tutto a un lavoro fuori casa o non vengono proprio assunte se il datore di lavoro sa che hanno dei figli. Tutto questo, determina anche una pensione mediamente più bassa rispetto agli uomini, crea ostacoli enormi nel raggiungere l’indipendenza economica necessaria per scegliere liberamente i propri percorsi di vita e presenta ulteriori difficoltà ad uscire dai casi di violenza domestica.
Le donne, inoltre, quando lavorano possono subire molto più facilmente molestie sessuali sul posto di lavoro, dai loro colleghi maschi o dai loro capi, e anche perdere il posto per questa ragione.

Spesso non si riconoscono le varie forme di violenza e addirittura si mette in discussione il termine “femminicidio”, facendo finta che questo termine si origini da un capriccio linguistico delle femministe nello specificare il sesso biologico della vittima, mentre è una parola molto importante per riconoscere un intollerabile fenomeno sociale per cui la vittima non a caso è una donna, ma proprio in quanto donna viene uccisa da un uomo violento in un contesto sociale permissivo e incoraggiante verso la sopraffazione maschile.

Discriminazioni e disparità vengono dalla negazione dell’autodeterminazione, dei diritti economici, sociali e del diritto di scegliere sul proprio corpo. Il diritto ad abortire, ad esempio, in Italia formalmente garantito, viene continuamente attaccato e minato dalla scarsità dei servizi e dall’obiezione di coscienza. Per rassicurarci sull’operato di questo governo in tema di contrasto alla violenza di genere e di diritto all’autodeterminazione delle donne e delle persone LGBTQIA+, non basta che il ruolo di presidente del Consiglio sia esercitato da una donna o che questa annunci che la 194 non verrà toccata, o che pubblichi sui social una foto con familiari di sesso femminile.

Le uniche risposte che questo governo sa dare sono quelle di natura securitaria, da Stato poliziesco, ma sappiamo bene che queste sono misure assolutamente insufficienti e inefficaci perché non colgono nemmeno minimamente la portata delle dinamiche sociali della violenza patriarcale. Ma non c’è di che stupirsi, perché le azioni politiche e il pensiero politico delle destre filofasciste che compongono questo governo fanno parte del problema e sono tra i maggiori ostacoli all’autodeterminazione delle donne e delle persone LGBTQIA+ (e non solo).
I vari personaggi di destra si affannano spesso a dire a squarciagola che loro (ovviamente) sono contro la violenza sulle donne e che per questo le donne le vogliono appunto difendere. Il problema però è che la “difesa delle donne” fa parte della cultura patriarcale. Infatti, quella che va difesa è la libertà delle donne e il loro diritto ad autodeterminarsi. Se questa libertà e questo diritto sono garantiti, allora non ci sarà nemmeno bisogno di difendere le donne.

La natura dichiaratamente familista, antiabortista, omolesbotransfobica, militarista e guerrafondaia delle forze politiche in carica, fa apparire chiaro quanto questo governo non solo sia lontano da ogni possibile soluzione alla sistemica violenza di genere, debellabile solo con lo sradicamento del patriarcato, e non certo con qualche braccialetto elettronico in più o qualche pena più severa, ma quanto questo sia invece attivamente impegnato a contrastare l’autodeterminazione delle donne e delle persone LGBTQIA+.

Per non smentirsi, a maggio scorso, alla votazione del Parlamento Europeo di due risoluzioni per invitare l’Unione Europea ad aderire alla convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (l’UE ha poi aderito lo scorso 1° ottobre scorso), gli europarlamentari della Lega e di Fratelli d’Italia si sono astenuti, con una motivazione pretestuosa per una questione di metodo sul tipo di votazione e con un’altra invece chiaramente omolesbotransfobica, ovvero una “preoccupazione legata alle tematiche gender” e la “strumentalizzazione da parte delle sinistre arcobaleno per imporre l’agenda Lgbt”.

Contro l’ignoranza, le discriminazioni, i pregiudizi e contro un sistema patriarcale intrecciato a una società capitalista ingiusta e iniqua imperniata sulla cultura del possesso e della sopraffazione, non rimaniamo in silenzio, ma scendiamo in piazza (link) e gridiamo che la violenza patriarcale deve finire!
Scendiamo in piazza per rivendicare i nostri diritti, per fermare i femminicidi e i trans*cidi e ogni violenza di genere e discriminazione; per rifiutare le logiche securitarie, militariste e portatrici di guerre, morti e distruzione; per rivendicare autodeterminazione, un welfare universale pubblico e gratuito, fuori dagli interessi economici privati; per rivendicare una scuola aperta, pubblica, in cui si contrastino gli stereotipi di genere; per il diritto di decidere sul proprio corpo, per il diritto all’aborto, per l’estensione della 194 e per l’abolizione dell’obiezione di coscienza; contro le ingerenze e i dettami della Chiesa cattolica; per il finanziamento dei centri anti-violenza, la costruzione di spazi femministi e transfemministi e contro l’attacco istituzionale a Lucha Y Siesta a Roma; per un lavoro sicuro, stabile e dignitosamente retribuito, contro la precarietà, contro le discriminazioni e le molestie sul posto di lavoro; per la diminuzione del tempo di lavoro, per riappropriarci delle nostre vite!
Costruiamo momenti di mobilitazione e di presa di coscienza collettive e di massa, per una società giusta senza discriminazioni, senza stereotipi di genere, ruoli sociali imposti, sfruttamento e divisione sessuata del lavoro, in cui nessuna possa più essere in pericolo a causa di un uomo.
Lottiamo contro padronato e patriarcato e intrecciamo i percorsi di lotta per costruire una società ecosocialista, libertaria e femminista.