Contro le destre e i padroni: un voto per Unione popolare, riprendere le lotte sociali!

Siamo al termine di orribile campagna elettorale dove si è espressa fino in fondo la “qualità politica” dei principali partiti e la “professionalità” dei grandi giornali, entrambi strumenti di gestione del governo e dell’opinione pubblica della borghesia italiana.

Questi partiti, che si contendono nelle elezioni l’amministrazione degli interessi della classe capitalista , hanno dato il peggio di se stessi per presentarsi come i migliori e più devoti gestori dell’attuale assetto economico nonché il loro perfetto allineamento atlantico nel drammatico scontro interimperialista in corso nel mondo.

E’ una campagna in cui i principali partiti non hanno mai parlato di guerra, di una guerra terribile ed spaventosa in cui il nostro paese è impegnato, se pure indirettamente, come ogni giorno proclama il presidente del Consiglio; non hanno mai parlato di pace, di cessate il fuoco e tanto meno di trattative, proprio quando questo conflitto sta conoscendo una escalation senza fine, con Putin che minaccia di varcare nuovi Rubiconi e gli occidentali che gli fanno da controcanto, tutti quanti protesi verso “la vittoria finale”, cioè la catastrofe.

E rimasta egualmente sullo sfondo la crisi sociale profonda del paese, con milioni di disoccupati, altri milioni di disperati che non cercano neppure più il lavoro, milioni di persone e famiglie in stato di povertà, un’inflazione galoppante che stritola salari e pensioni e congela il futuro delle persone, l’inaccettabile catena degli omicidi sul lavoro; è rimasto nascosto il fatto che un’altra una classe sociale, la grande e media borghesia, anche nel combinarsi delle diverse crisi, ha tratto grandi vantaggi; si pensi ai profitti record di aziende e banche e ai cosiddetti superprofitti per quelle dell’energia e della farmaceutica e alla pioggia dei dividendi per gli azionisti. L’avvelenata partecipazione dell’Italia alla guerra con il contestuale rilancio della folle corsa al riarmo, se costituiscono un ulteriore grave peso per le classi popolari, sono invece un terreno fertile di speculazione e profitti per settori borghesi fondamentali della società capitalista.

Cosa importa se il sistema sanitario crolla sotto i colpi dei tagli alla spesa pubblica, della privatizzazione e della permanenza della pandemia? Cosa importa se la crisi climatica bussa alle nostre porte non solo più una volta all’anno, ma con sistematica insistenza provocando sempre più vittime e danni incalcolabili ai territori?

Le destre sono quelle che sono, nemiche e fascisteggianti

Le linee guida delle campagna delle destre (nell’ultimo anno e mezzo si sono ridefiniti i rapporti di forza al loro interno) non lasciano alcun dubbio sulla loro pericolosità: utilizzare e suscitare tutte le peggiori pulsioni indotte dalla crisi e dalla demoralizzazione sociale, rimettere in discussione diritti fondamentali come quello dell’autodeterminazione delle donne, difendere il privilegio dei ricchi di pagare tasse irrisorie, colpevolizzare e penalizzare i poveri e i più deboli, far morire i migranti nel Mediterraneo, garantire ai padroni una manodopera disperata e diseredata, costretta ad accettare le forme più acute di sfruttamento, il tutto condito con le peggiori e tradizionali concezioni ideologiche conservatrici, nazionaliste e reazionarie della società, e beninteso essere partecipi della corsa al riarmo e della guerra.

Se le politiche economiche di un governo delle destre sarà comunque in continuità con le politiche liberiste richieste dalla borghesia questo avverrà in un clima culturale e sociale cupo, in cui lo sdoganamento dei fascisti e dei reazionari, nonché delle loro ideologie avverrà in forme ancora più aperte e darà modo a costoro di esprimere più compiutamente il loro attivismo antioperaio e antisociale contro i movimenti.

La surreale campagna del PD

Il Pd ha fatto scelte politiche e una campagna, non solo ipocrite e false, ma quasi surreali.

Il partito, che da sempre ricatta le forze alla sua sinistra con l’argomento del voto utile, ha rinunciato scompostamente e rumorosamente all’unico voto utile che avrebbe potuto contenere la coalizione delle destre nei collegi uninominali, cioè l’alleanza con il M5S, reo di aver parzialmente criticato Draghi! Letta ha costruito una propaganda ipocrita e del tutto farlocca su un mese in più di stipendio, sulle leggi sulla precarietà e sui diritti civili quasi che non sia stato proprio il suo partito nel corso di due decenni a gestire (in primis o con altri) le politiche dell’austerità capitalista, le privatizzazioni, la controriforma delle pensioni, la flessibilizzazione del lavoro fino all’infamia del Jobs Act e della cancellazione dell’art.18, e per quanto riguarda i diritti civili, ogni volta che si è arrivati al dunque, ha fatto marcia indietro di fronte all’opposizione delle destre, con cui magari in quel momento era al governo.

Ma anche il M5S non può pretendere di essere credibile in alcun modo dopo 4 anni di governo gestito con varie forme di alleanza, perché responsabile di troppe misure antipopolari, comprese le spese di guerra, le leggi contro i migranti e contro le lotte sociali, per non parlare dei regali fatti alle imprese. La difesa del “reddito di cittadinanza”, l’unica vera misura positiva, se pur limitata, portata a casa da questa forza politica e lo scostamento tattico dal governo Draghi, di cui per altro continua a far parte mentre scriviamo, non sono certo sufficienti per concedergli la patente di opposizione politica e sociale di sinistra!

Non vale la pena di parlare del “centro” di Calenda e Renzi, essendo così palese il loro ruolo di tirapiedi dei padroni.

E per quanto riguarda Verdi e Sinistra Italiana, più che mai ossificati nel loro ruolo di copertura di sinistra “ornamentale” del PD, ma purtroppo capaci di raccogliere ancora consensi in settori significativi di militanza sociale, verrebbe da dire: “Non ti curar di loro, ma guarda e passa”.

L’involuzione democratica

Ma non c’è solo la falsità e l’impresentabilità dei partiti borghesi, siamo di fronte da molti anni a un processo di involuzione delle stesse istituzioni democratiche borghesi, che si esprime a diversi livelli, a partire naturalmente dalle leggi elettorali, sempre meno rappresentative del volere dei cittadini (e il Rosatellum ne è espressione massima), dalla predominanza degli esecutivi sul parlamento stesso, dalla centralizzazione delle scelte economiche e politiche sempre più correlate direttamente agli interessi dei poteri economici e finanziari, dal restringimento dei diritti democratici e tanto più di quelli sociali. Le istituzioni diventato un feticcio dietro il quale si nascondono i veri poteri e vasti settori di massa si sentono privi di qualsiasi rappresentanza, sempre più consapevoli di questa finzione considerando del tutto inutile la partecipazione al voto. Nessun problema da questo punto di vista per il potere capitalista, molti problemi invece per chi si propone un’alternativa; il rigetto del voto e delle istituzioni non trova poi infatti la via per una organizzazione collettiva alternativa, ma rischia di guardare, nello sprofondo della crisi sociale, alle risposte dell’estrema destra.

I media sono oggi più che mai gli strumenti propagandistici per coprire i responsabili della grande crisi sociale e dello sfruttamento costruendo le narrazioni sulle “grandi contrapposizioni” tra i diversi partiti, dedicando una precisa attenzione a cancellare qualsiasi elemento che faccia riferimento alle classi sociali e in particolare alla classe lavoratrice come soggetto collettivo. Da qui anche l’oscuramento pressoché totale delle forze, che, se pure minoritarie, rappresentano una posizione di classe e difendono contenuti e percorsi di lotta alternativi al sistema capitalista.

Abbiamo più volte sottolineato che questo quadro così chiuso e difficile non avrebbe potuto prodursi se il movimento sindacale in questi anni avesse intrapreso una vera lotta in difesa delle condizioni di vita della classe lavoratrice. Il quadro politico sociale sarebbe assai diverso se alle elezioni si fosse arrivati in un contesto di significative lotte sociali!

La situazione sarebbe certo difficile e di scontro, ma agli occhi di tutta la popolazione ci sarebbe in campo anche un progetto sociale alternativo per cui lottare. Invece si è entrati da alcuni decenni in una spirale infernale in cui la subordinazione alle leggi del capitale degli apparati sindacali favorisce e determina cedimenti e demoralizzazione tra i lavoratori, che spingono ancor più le direzioni burocratiche a vere e proprie complicità con i padroni. In realtà ci sono stati momenti, scioperi nella scuola, lotte dei metalmeccanici, o giornate, come quella dello sciopero del dicembre scorso, in cui si sono delineate possibilità di rilancio di una mobilitazione più ampia ed efficace della classe lavoratrice, ma non si è voluto sfruttarle.

E’ in questo vuoto della classe operaia e dentro le politiche dei governi che si sono succeduti che FdI ha costruito le sue fortune.

La risposta efficace e possibilmente vincente non potrà quindi essere che sul piano sociale della lotta. Qualsiasi sia il governo che sarà formato, solo da lì si potrà e dovrà partire.

Un voto per Unione Popolare

Sul piano elettorale è stato importante che le principali forze della sinistra radicale abbiano dato vita a una coalizione costruendo un punto di riferimento alternativo, se pure, con molti limiti politici e non avendo alle spalle quell’azione necessaria di lavoro sociale che l’avrebbe resa più credibile e radicata. E’ più che giusto sostenerla col voto.

Non sappiamo ancora quale sarà il futuro di Unione Popolare, se sarà capace di aprirsi ed allargarsi e soprattutto capace di attività sociale e politica, non fatto episodico, ma percorso di maggiore spessore.

Una cosa però deve essere detta di fronte allo smarrimento e all’incertezza di tante persone, non solo di coloro che non sono particolarmente politicizzati e che, delusi, non vogliono andare a votare, ma anche di militanti politici e sociali, spinti a non partecipare al voto come atto politico, come rifiuto di un sistema e di elezioni che non possono cambiare le cose, o come critica alle debolezze della coalizione costituita: il non voto, in questo momento non è un atto politico collettivo, non prefigura e rimanda a un’altra azione collettiva volta a una dimensione alternativa, come pure ha potuto essere in altre occasioni, per esempio di referendum, o come in certe occasioni è necessario fare.

L’astensione, che sarà alta, è fatto socialmente e sociologicamente molto rilevante per capire la frammentazione della società e la dimensione della delusione politica, ma dal punto di vista politico vero e proprio sarà del tutto irrilevante, non inciderà di un millimetro nei comportamenti della classe al potere e neppure sarà di stimolo alla costruzione organizzata di una opposizione sociale.

Di certo il voto a Unione Popolare non cambierà il mondo e forse neppure sarà così ampio da garantire una piccola presenza in Parlamento, sempre utile ai fini dell’attività politica e del sostegno alle mobilitazione delle classi subalterne, ma è un voto importante contro le destre e le estreme destre e tutti i partiti borghesi; è anche e soprattutto una scelta e un impegno a stare dalla parte giusta della barricata, a non rinunciare a un progetto alternativo di società ed a riaffermare una scelta di militanza contro un sistema ingiusto che distrugge le persone e lo stesso pianeta. Non è un caso che la lista riscuota un certo consenso tra i giovanissimi.

Solo la lotta paga

Dovremo affrontare quasi sicuramente un governo delle destre, continuista sul piano economico delle politiche antipopolari che ben conosciamo combinate ad un clima regressivo sotto diverse forme (si vada a leggere il programma su scuola e cultura di FdI). Per costruire le mobilitazioni indispensabili sarà necessario non certo il ripiegamento intimista e individualista, ma più ancora di prima la presenza e volontà collettiva, cioè l’organizzazione politica e sociale, l’autoorganizzazione di tutti coloro che intraprendono la strada della ribellione. Anche perché questa società capitalista non si può cambiare con il voto, ma solo con un grande movimento di massa anticapitalista capace di sconfiggere i padroni.

E la lotta comincia già prima del 25 settembre, venerdì 23 settembre con lo sciopero del clima di Friday for future, continuerà con la manifestazione della CGIL dell’8, 9 ottobre, che certo la direzione vuole tenere nelle forme dimostrative, e poi il 22 ottobre a Bologna dove si verificherà la realtà delle insorgenze auspicate dal Collettivo della GKN di Firenze e la dimensione delle convergenze dei diversi movimenti sociali ed operai. Non mancherà, prima ancora, il 1° ottobre, a Roma l’Assemblea nazionale delle convergenze, ed il nostro sostegno alla campagna noi non paghiamo, una campagna contro il carovita, che comincia ad allargarsi in tanti territori.

Per questo riaffermiamo che andare a votare è bene, ma che lottare è ancora meglio e indispensabile.

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