La guerra in Ucraina, la narrazione dominante e la sinistra antimperialista

Una narrazione unilaterale. La questione nazionale oggi. I riflessi neocampisti. Che fare contro una guerra interimperialista [Alain Bihr e Yannis Thanassekos]

Sotto la pressione delle sue contraddizioni interne, la globalizzazione del capitale sta implodendo, accumulando crisi (economiche, sociali, finanziarie, sanitarie, ecologiche) e precipitando il mondo in una nuova era di scontri e guerre inter-imperialiste. L’invasione dell’Ucraina da parte dell’imperialismo russo è l’ultimo sintomo di questa riorganizzazione dell’equilibrio di potere tra i molteplici poli imperialisti (USA, UE, Giappone, Cina, Russia). E fin dall’inizio del conflitto, il lavaggio del cervello di cui godono i media mainstream e gli intellettuali in giacca e cravatta che hanno la porta aperta, ha distillato un’isteria di guerra che asfissia il pensiero.  Qualsiasi tentativo di spiegare e capire come siamo arrivati a questo punto viene immediatamente squalificato, o addirittura denunciato, come filo-russo o cripto-russo, accusato di cercare attenuanti per l’aggressione russa. Purtroppo, una parte della sinistra che si dichiara radicale partecipa a suo modo a questo “stato di guerra” che si sta impadronendo delle menti delle persone.

Una narrazione unilaterale

Non è più sufficiente riconoscere la responsabilità primaria di Putin nello scoppio della guerra e condannare fermamente la sua aggressione imperialista. Non basta chiedere un cessate il fuoco e il ritiro immediato delle truppe russe dal territorio ucraino. Non basta riconoscere il diritto del popolo ucraino all’autodeterminazione e proclamare a gran voce la nostra solidarietà nei suoi confronti. Non basta denunciare il regime assolutista del capitalismo russo. Non è sufficiente sostenere tutti coloro che nella stessa Russia si oppongono alla guerra a rischio della loro libertà e della loro vita. No, non è sufficiente.

Per conformarsi alla narrazione dominante (perché è solo una narrazione e non un’analisi un po’ ponderata della situazione geopolitica attuale), è ancora necessario “satanizzare” unilateralmente l’autocrate russo, paragonarlo o addirittura identificarlo con Stalin o Hitler, se non con Ivan il Terribile. Eppure sapevamo già delle sue brutali aggressioni in Cecenia, Georgia e Siria, che non avevano ancora suscitato tanto clamore: è vero che in queste occasioni ha massacrato solo caucasici e levantini, la maggior parte dei quali non erano nemmeno cristiani!

E, soprattutto, questa stessa narrazione ci impone di chiudere gli occhi e di tacere sulle strategie e le manovre dell’imperialismo statunitense, sia in Europa che nell’Indo-Pacifico. Non dobbiamo dimenticare che, dal 1991, imponendo la propria egemonia agli alleati europei, sottoponendo regolarmente l’Unione Europea ai suoi diktat (non ultima la vendita di equipaggiamenti militari a costi esorbitanti), gli Stati Uniti hanno esteso la Nato fino alle porte della Russia, integrando le ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lettonia, Lituania), senza escludere la possibilità di integrare la stessa Ucraina in un secondo momento, e senza aspettare che sia stata inclusa prima di inviarvi equipaggiamenti militari ultramoderni, addestrare truppe e stazionare consiglieri e addestratori militari dopo il 2014. E naturalmente non è il caso di ricordare i primi avvertimenti sulle probabili conseguenze di una tale estensione della NATO all’Europa centrale e orientale. Come quello lanciato nel 1997 da George Kenan, quando questa estensione era ancora un progetto:

“L’allargamento della NATO sarebbe l’errore più fatale della politica statunitense dalla fine della Guerra Fredda. Ci si può aspettare che susciti tendenze nazionalistiche, anti-occidentali e militaristiche nell’opinione pubblica russa; che faccia rivivere un’atmosfera da Guerra Fredda nelle relazioni tra Est e Ovest e che orienti la politica estera russa in una direzione che non è quella che vogliamo.

Né va dimenticato che, operando nell’ambito della NATO ma in violazione del suo statuto, gli Stati Uniti sono stati i primi a “correggere” i confini internazionali in Europa intervenendo contro la Serbia nel 1999 per favorire la secessione del Kosovo, in violazione della legalità internazionale poiché operavano senza un mandato delle Nazioni Unite. Né va dimenticato che, utilizzando la NATO come strumento o operando al di fuori di essa, hanno attaccato altri due Stati sovrani, l’Afghanistan nel 2001 e l’Iraq nel 2003, sempre in violazione del diritto internazionale, coprendo in entrambi i casi le loro aggressioni con enormi menzogne (il presunto sostegno dei Talebani afghani ad Al-Qaeda nel primo caso, il presunto possesso di “armi di distruzione di massa” da parte di Saddam Hussein nel secondo). Né va dimenticato il ritiro unilaterale degli Stati Uniti, nel 2002, dal Trattato ABM (Anti-Balistic Missiles, che limita e regola il dispiegamento di missili antimissile), un trattato firmato nel 1972 con l’URSS e confermato negli anni ’90 dalla Russia e da tutti gli Stati post-sovietici. Questo ritiro è stato seguito, nel 2007-2008, dall’inizio del dispiegamento in Europa centrale (in particolare nella Repubblica Ceca, in Polonia e in Romania) di elementi della Difesa missilistica (lo “scudo” antimissile degli Stati Uniti), in flagrante violazione dell’Atto di fondazione NATO-Russia firmato nel 1997. E, in queste condizioni, non è necessario chiedersi se, alla luce di questi elementi, le autorità russe non avessero qualche ragione per preoccuparsi delle intenzioni degli Stati Uniti, senza che sia necessario invocare la loro leggendaria paranoia ossessiva.

Un campista, un campista e mezzo!

Queste domande, e alcune altre, hanno comunque trovato a porle persone, organizzazioni, leader politici e persino alcuni governi (in America Latina: Cuba, Nicaragua, Venezuela) che sostengono di appartenere alla sinistra antimperialista. Alcuni si sono spinti a giustificare l’aggressione russa su questa base, mentre altri si sono accontentati di sottolineare le responsabilità dell’Occidente (e in particolare degli Stati Uniti) nella genesi di questa guerra e di conseguenza hanno rifiutato di essere arruolati in una crociata antirussa sotto la bandiera a stelle e strisce, sia essa quella degli Stati Uniti o dell’Unione Europea.

Il fatto che siano stati immediatamente attaccati (verbalmente) e ridotti a un virtuale silenzio mediatico dal partito occidentalista non ci sorprende. Il nostro stupore derivava dal fatto che, tra i crociati in questione, c’erano membri della stessa sinistra antimperialista, accusando i primi di cadere nell’eterna trappola del campismo, secondo cui il nemico del mio nemico può essere, se non un amico, almeno un alleato di circostanza.

Questi ultimi hanno quindi accusato i primi di essere complici, oggettivi se non soggettivi, dell’aggressione russa e di tradire il popolo ucraino che lotta per la propria liberazione e autodeterminazione. Inoltre, alcuni di loro hanno difeso la necessità di aiutare questo popolo con l’invio di massicce quantità di armi pesanti, sia difensive che offensive, cosa che nell’attuale situazione geopolitica può essere fatta solo dalla NATO. Questo appello è stato ampiamente ascoltato: gli strateghi occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e persino Germania, stanno ora inondando apertamente l’esercito ucraino e le sue frazioni ultranazionaliste con armi sempre più sofisticate. Questo prolungherà certamente la guerra, con tutte le sue vittime e le sue distruzioni, e soprattutto con il rischio di scatenare una tempesta di fuoco: creare le condizioni per un’estensione e una generalizzazione del conflitto, sotto forma di un confronto diretto tra la NATO e la Russia, con potenziali sviluppi nucleari. Allo stesso modo, l’imminente adesione alla NATO di Svezia e Finlandia, precedentemente neutrali, non farà che aggravare una situazione già estremamente tesa.

In breve, in termini di campismo, questi “antimperialisti” denunciano volentieri la pagliuzza che è conficcata nell’occhio di alcuni dei loro avversari, mentre si accorgono della trave che ostruisce il loro. Né più né meno, ci dicono di scegliere tra un imperialismo cosiddetto “democratico” e “liberale” e un imperialismo autocratico e assolutista. E poiché in pratica, sul campo di battaglia ucraino, solo la prima può garantire la sconfitta della seconda, e quindi la libertà dell’Ucraina, la scelta sarebbe automatica. Nelle loro analisi, inoltre, ignorano deliberatamente la dimensione inter-imperialista del conflitto in corso, vedendolo solo come il conflitto di un giovane Stato-nazione in lotta con gli obiettivi e le attività imperialiste del suo vicino. Senza contare che chiudono modestamente gli occhi sulle tribolazioni interne di questo giovane Stato-nazione, le cui virtù democratiche sono ancora tutte da dimostrare, al contrario delle sue attitudini alla corruzione che non hanno davvero nulla da invidiare al suo grande vicino aggressore.

Sulla questione nazionale nel contesto dei conflitti inter-imperialisti

Dalla Grande Guerra, la sinistra radicale si è distinta per un approccio molto più complesso alla posta in gioco nelle guerre interimperialiste. In proporzione, vi sono elementi di somiglianza tra l’attuale configurazione conflittuale e il contesto storico che ha portato allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Tutte le guerre imperialiste riorganizzano invariabilmente lo spazio (terrestre, marittimo, aereo) e ridisegnano, altrettanto invariabilmente, i confini in base alle zone di influenza delle potenze belligeranti. In Europa, durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, i territori che hanno pagato il prezzo più alto per gli effetti di questa riorganizzazione dello spazio e dei confini sono stati quelli dell’Europa centrale e sudorientale, compresa la Russia. La stessa cosa sta accadendo oggi con la guerra in Ucraina.

Tutte le guerre inter-imperialiste portano invariabilmente gli “interessi nazionali” in primo piano nella storia, subordinando il loro destino agli obiettivi fissati dalle principali potenze imperialiste in conflitto, che usano e abusano della loro pretesa di porsi come potenze protettrici. Questo fu il caso nel giugno-luglio 1914 con la Serbia “sostenuta” dall’Impero zarista, dalla Francia e dal Regno Unito contro l’Impero austro-ungarico e il suo alleato tedesco; con i Paesi baltici, la Polonia e l’Ucraina (già! ) sostenuta finanziariamente e militarmente da Francia, Regno Unito e Stati Uniti contro la giovane Repubblica Sovietica; la Polonia nel settembre 1939 difesa (malamente) dalla Germania nazista e dall’URSS stalinista; la Corea del Sud difesa tra il 1950 e il 1953 da una coalizione di Stati occidentali e affiliati guidata dagli Stati Uniti contro la Corea del Nord sostenuta dai “fratelli” del campo “socialista”, fino al Vietnam, la cui riunificazione nazionale ha contrapposto gli stessi due campi.

In questo modo, sfruttando la “questione nazionale”, le potenze imperialiste prendono due piccioni con una fava. Sul piano interno, affermano il primato degli “interessi nazionali” sugli “interessi di classe” (la sacrosanta Unità Nazionale) mentre, sul piano internazionale, prendono in ostaggio le aspirazioni nazionali all’autodeterminazione dei popoli per acquisire nuovi protettorati, nuove zone di influenza, nuovi “spazi vitali”, sulle rovine di queste aspirazioni. Questa stessa configurazione si sta riproducendo ancora oggi con la guerra in Ucraina. Il principio di “autodeterminazione dei popoli” non è un articolo di fede antistorico. Deve sempre riflettersi in contesti storici. 

Gli slogan antimperialisti elementari, “fare guerra alla guerra” e “trasformare le guerre imperialiste in guerre civili” (cioè guerre di classe), sono ancora teoricamente attuali e la loro correttezza è stata confermata in Russia e nel cuore dell’Europa durante la Grande Guerra e verso la fine e dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Jugoslavia, in Grecia, nelle rivolte anticoloniali e nelle rivoluzioni in Asia e in Africa. Oggi, purtroppo, nel contesto della guerra in Ucraina, siamo lontani, sotto tutti i punti di vista, da un contesto tale da poter sperare nella possibilità di una radicalizzazione emancipatrice. Alcuni attivisti della sinistra radicale che sostengono l’invio massiccio di armi pesanti e offensive in Ucraina per infliggere una sconfitta all’invasore russo, sostengono che con queste armi avremo di fatto “un popolo in armi” che, galvanizzato dalla “guerra di liberazione”, scatenerà una dinamica sociale di radicalizzazione politica contro i propri “oligarchi” (questa è la denominazione locale dell’alta borghesia! ) e contro i suoi “protettori occidentali” del momento – Stati Uniti, NATO, UE – chiedendo in particolare la cancellazione del debito ucraino. Stanno sognando! Altri, meno ottimisti, sostengono che, eliminando o almeno riducendo al massimo la minaccia russa, una sconfitta di Putin grazie all’armamento dell’Occidente avrebbe un duplice effetto positivo: da un lato, avvierebbe una de-escalation dell’attuale corsa agli armamenti e, dall’altro, consentirebbe all’Unione Europea di resistere meglio ai dettami della Nato. Ma è altrettanto facile sostenere il contrario: una sconfitta russa darebbe fiato alle ali dei falchi del Pentagono nella loro strategia di restaurare l’egemonia dell’imperialismo americano – fortemente svalutata dopo il fiasco in Iraq e Afghanistan – irretendo sia la Russia che la Cina nell’Indo-Pacifico (cfr. il trattato Australia-Regno Unito-Stati Uniti, AUKUS, recentemente concluso).

Naturalmente, l’empatia per le sofferenze del popolo ucraino che combatte, si auto-organizza e resiste alla brutale aggressione russa è assolutamente giustificata e legittima, ma non si deve permettere alla soggettività di ostacolare la distanza e la compostezza necessarie per qualsiasi analisi, anche nella foga del momento. L’ipertrofia dell’ottimismo della volontà e l’ipotrofia del pessimismo della ragione portano troppo spesso, se non sempre, a un domani disastroso, al crollo delle illusioni. Nelle condizioni attuali e anche in quelle che emergeranno se la guerra si prolungherà, è più probabile che prevalga la logica delle forze ultranazionaliste ucraine (spesso sottovalutate) rispetto alla logica delle forze emancipatrici che una certa sinistra radicale europea si aspetta.

Cosa si può fare?

Alla luce di quanto sopra, e senza lasciarsi impressionare dalle richieste di allineamento alle posizioni occidentali, proponiamo che la sinistra antimperialista che opera nel quadro degli Stati occidentali adotti le seguenti posizioni e si batta per 

– Chiedere il ritiro di tutte le forze russe da tutto il territorio ucraino, come definito dai suoi confini internazionalmente riconosciuti.

– Riaffermare il diritto di tutti i popoli (nazioni, nazionalità, minoranze nazionali, ecc.) della regione all’autodeterminazione (in qualsiasi forma politica essi scelgano) attraverso un processo democraticamente organizzato e monitorato a livello internazionale, in un quadro che non minacci nessuno di essi.

– Chiedere il ritiro dei nostri rispettivi Stati dalla NATO (questo vale in particolare per gli Stati europei) e lo scioglimento di quest’ultima, che è diventata nient’altro che una macchina per fomentare guerre a beneficio dell’imperialismo statunitense arruolando i suoi alleati europei.

– Denunciare l’invio di armi all’Ucraina come una grave minaccia al mantenimento della pace mondiale. Denunciare come altrettanto pericolosi i programmi di riarmo annunciati in Europa occidentale (e soprattutto in Germania) dallo scoppio della guerra.

– Sostenere tutti gli individui e i movimenti che in Russia e Ucraina lottano contro la guerra in corso e si battono per il ritorno alla pace. Questo include disertori russi e ucraini.

– Chiedere il ritorno al tavolo dei negoziati, per promuovere la pace, non la guerra. Spingere per un nuovo trattato paneuropeo, una nuova architettura di sicurezza europea che includa la Russia, nell’ambito della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (o di qualsiasi altro quadro adeguato) e sotto l’egida delle Nazioni Unite.

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